Consigli di lettura Editoriale

Se leggo il messaggio del Papa per la Pace in lingua araba – di Riccardo Paredi

riccardo paredi

Colpisce sempre l’attualità del Messaggio di Francesco per la Giornata della Pace.

Ogni anno, mi sorprendo a leggere un discorso mai pronunciato, ma già scritto nella realtà. Evidente, ma mai scontato.

Mi son convinto che avrei dovuto gettare uno sguardo al messaggio del Papa nella sua versione in lingua araba, per poter aggiungere qualcosa di nuovo ed evitare di ripetersi.

Non leggerlo nella mia lingua, dunque, ma in una lingua che è sovente associata al tema migratorio. Come sento spesso dire: leggerlo nella loro lingua. Chi siano questi loro e, soprattutto, chi siamo noi, mysterium fidei.

Comunque, come d’abitudine, leggerlo in un’altra lingua mi ha fatto gustare delle sfumature interessanti del testo. Diciamo una per ogni sezione del Messaggio.

  1. Augurio di Pace (Salām)! Parte così, Francesco, con il solito augurio. Augura ovviamente la Pace, ma leggerlo in arabo ha un altro gusto: Salām non è solo la pace, ma è anche “essere sano”, “essere incolume”, “essere integro e ineccepibile” ed “essere libero”, “essere immune da ogni pericolo”. Un po’ il corrispettivo del nostro “Salve!”, saluto e salvezza. Augura questo, Francesco, a chi legge in arabo. Ma si rivolge a tutti, come si era rivolto a tutti nel 2016: “Non pratiche indifferenza globalizzata!”. Non è umano (e mi deve interessare!) che due futuri genitori debbano compiere un tragitto terribile solo per salvarsi da un dittatore o per inseguire un sogno (non sto parlando di una delle 20 donne incinte sul viaggio dell’Acquarius del 3 novembre 2017, ma di Maria incinta, cercando un altro Egitto col buon Giuseppe). Non era giusto 2000 anni fa, non è giusto ora. Lasciateli vivere in pace! Che poi – si sa – il trauma a un bambino gli resta per tutta la vita: Gesù ai 30 anni iniziò a fare il migrante, avanti e indietro, l’homo viator a vita: “non ha dove posare il capo” (Mt 8,20).
  2. Perché così tanti rifugiati e migranti? Francesco parte dalle cause. Non: tornate a casa vostra, restate qui, aiutiamoli là, spostiamoli di qua, accogliamoli giù. Perché migrare? L’arabofono lo sa bene: dalla radice del verbo “emigrare” derivano anche i verbi “abbandonare” e “separarsi”. Non lo si fa con piacere. Perché, allora? La causa più terribile è ironicamente nitida: la guerra. Esattamente un anno fa Francesco ci incoraggiava nel suo Messaggio del 2017 a rinunciarvi, a praticare la non-violenza. Giusto un poco in dissonanza con queste parole del governo italiano: “capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero”. Stanno parlando del boom d’esportazione di armi italiane all’estero nel 2016: 14,6 miliardi di euro, rispetto ai 2,6 del 2014. Giusto un poco in dissonanza. Parecchie di queste bombe (c’è voluto il NYT per far sì che la questione avesse un po’ di risonanza in Italia, ignorando la già chiara condanna di Avvenire) sono finite sulle teste dei bambini in Yemen. Leggevo ironicamente, per l’Epifania, che se si prendesse in considerazione una rigorosa analisi merceologica, i Re Magi sarebbero dovuti arrivare proprio dall’Arabia Felix (attuale Yemen), l’unica regione che produceva tutti e tre i doni dei Magi (oro, incenso, mirra). Maria e Giuseppe assetati nel deserto, Gesù fermo al checkpoint di Qalandia, i Magi bombardati dal Made in Italy, male male … rispettivamente, non bastano più i sogni, né i miracoli, né i de-sideri in questo mondo.
  3. Con sguardo contemplativo! Finalmente Francesco ci fa respirare. Ci dà una dritta, che in arabo risulta molto chiara: “contemplare” (ta’ammul) presuppone “speranza” (amal). Ci chiede uno sguardo di speranza per questa Gerusalemme (Ovest? Est?) dalle porte sempre aperte. Una casa dalle porte sempre aperte era anche la tenda di Abramo, tanto cara alle tre religioni monoteiste. La tenda di un vecchio che contemplava (Gen. 13,14) l’orizzonte con la speranza (o la certezza?) “che nessuno arriva a mani vuote”.
  4. e 5. Quattro pietre miliari per l’azione – Una proposta per due patti nazionali. Qui entriamo nel concreto, quasi nel tecnico. La parola è divisione, l’azione è priorità. Francesco ci vede lungo, traccia la strada. Non capisco tutto il testo arabo, perciò mi fermo al primo verbo: “accogliere” (istiqbāl). Un verbo che in arabo condivide la stessa radice etimologica di “accettare”, “avvicinare”, “incontrare” ma soprattutto, “futuro” (mustaqbal). “Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro”. Ergo, l’accoglienza è il futuro (al-istiqbāl = al-mustaqbal).
  5. Per la nostra casa comune. Che attenzione, quella di Francesco, di dare un volto a questo messaggio. Il volto di Santa Francesca Saverio Cabrini. Lo ammetto, a me sconosciuta. Mi immaginavo già una santa tardo-medievale, impegnata in qualche spazio migratorio sconosciuto. Strano scoprirla negli Stati Uniti, solo 100 anni fa, a fianco degli italiani. Siamo sempre i migranti di qualcun altro. Ho notato con delizia che il suo paesino – anch’esso a me sconosciuto – cosiddetto Sant’Angelo Lodigiano è, in termini percentuali, il comune della provincia di Lodi con la più alta popolazione straniera. E di stranieri al comando ne ha avuti in casa: spagnoli, tedeschi, francesi, etc.

Dio è migrato fino a noi. Il Tempo emigra. La Storia immigra.

Facciamocene una ragione – contro ogni frontiera – ci dice Francesco: “la Storia non si ferma davvero davanti a un portone”.

Riccardo Paredi

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