Consigli di lettura Editoriale

Accendere i cuori spenti – Intervista ad Alberto Porro

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Martedì 15 ottobre ’19  Silvia Landra (presidente AC ambrosiana), don Mario Antonelli (Vicario Episcopale Diocesi di Milano) con la presenza di Alberto Porro, autore di Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, presenteranno pubblicamente il libro. Silvio Mengotto ha intervistato Alberto Porro.

Nella ripetitività dei riti religiosi può cementarsi l’abitudine che lentamente ne assopisce il senso profondo. Il nuovo libro di Alberto Porro rompe questa ripetitività con lo scopo di ritornare alla sostanza.  

Il titolo del nuovo libro di Alberto Porro (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, Milano, Bompiani, 2019, pagine 112, euro 12) può risultare provocatorio e dissacrante «a qualcuno persino ingiusto – scrive il teologo Sergio Massironi su L’Osservatore romano – . A volte, infatti, nelle cose che contano non siamo capaci di ironia. Il tratto sovversivo con cui Alberto Porro, sin dal titolo fa del suo libro un invito a pensare, è però una dichiarazione d’amore: alla Chiesa stessa, nella sua forma feriale in cui tutti, ma proprio tutti, possono trovare casa».Alberto Porro 1

Seguendo il format classico di sopravvivenza americano, l’autore lo applica seriamente alle esperienze religiose vissute all’ombra del campanile dove per anni si era impegnato e appassionato: andare a messa la domenica, ascoltare la predica, scambiarsi un segno di pace, partecipare al corso dei fidanzati, sposarsi in chiesa, partecipare a un gruppo familiare, invitare il prete a cena a casa, battezzare i figli, mandare i figli al catechismo, possedere una Bibbia, dare una mano al prete, parlare con le suore, obbligare i figli ad andare a messa, obbedire ciecamente al parroco, fare la carità. Per ciascun discrimine l’autore segnala un pericolo e  propone delle “tattiche” trasformando ogni problema in nuovo inizio. «Pur vivendo – dice Alberto Porro – una situazione molto stimolante, bella, come la comunità di famiglia dove abito, la domanda è la seguente: non vi sembra strano che dopo tutto quello che si è messo in piedi nella vita parrocchiale con gli amici, il risultato è che se vai a messa vivi una certa distanza, una lontananza, ti senti un po’ estraneo. Sembra che la Chiesa sia dalla tua parte in realtà un po’ disturbi. C’è qualcosa che non va! Da questo ho incominciato ad elencare quali sono i pericoli di una vita normale di un povero cristiano che, in realtà, scavando in profondità si ritrova con un pugno di mosche. L’idea del libro è nata qui!»

D. Perché sostiene che “le abitudini religiose vanno verificate o messe in crisi”? 

«Parto dalla constatazione di uno stile di vita, una serie di segni, liturgie e percorsi che sono assodati e ripetuti, ma che producono risultati che sono davanti agli occhi di tutti. Quando si va a messa si vede un pastore settantenne, la maggioranza sono donne, una catechesi dove i ragazzi, generalmente dopo la seconda media, non vengono più a messa e, forse, da adulti non si sentono più cristiani, o il fatto che all’interno della parrocchia si viva un dramma se un prete viene spostato. La domanda finale è la seguente: proviamo ad andare al fondo, a pensare. Sconvolgiamo un attimo l’abitudine e facciamoci qualche domanda in profondità. La più profonda la formulo in questo modo. Oggi, in questo contesto parrocchiale, cos’è la salvezza per me? Dov’è la Buona Novella? Da che cosa la vedo? Qualcuno me ne sta parlando? L’invito che faccio è di scavare in profondità per trovare le ragioni che ci spingono, ancora oggi, a vivere una dinamica come questa. Se si scavano le ragioni, si arriva al succo della questione centrale, cioè la Buona Novella!»

D. Chiede ai fedeli di una parrocchia di riscoprire le proprie radici ?

«Su questo bisogna lavorare. Io dico che bisogna tornare al cuore della faccenda, rifarsi le domande fondamentali che faticosamente non ci si fa, oppure si vivono abitudinariamente. Se il parroco negli avvisi dicesse “domenica prossima niente messa, ci si ritrova tutti nel campo dell’oratorio e, seduti a cerchio, ognuno cerca di rispondere a questa domanda: che cos’è per me la Buona Novella?” Una proposta che sconvolge per un attimo l’abitudine, ma risveglia una grande domanda che probabilmente porta qualcosa di nuovo. Dietro c’è un’idea di Chiesa che doveva passare ma che ancora non è passata»

D. Quale ? 

«Una Chiesa popolo di Dio che cammina, tutti uguali e allo stesso livello, aiutati dai preti che devono fare un servizio e non tutto, dandoci una mano e lasciando ai singoli credenti l’iniziativa. Non sei cristiano per fare delle cose. Il cristiano è un uomo che cerca di vivere il Vangelo nella relazione con gli altri. Il tema profondo è l’altro e dove oggi sta la salvezza del mondo. La strada giusta è quella di provare a sperimentare all’interno di una relazione, che è l’unica cosa che ti resta, il rapporto con gli altri quanto effettivamente il Vangelo ti cambia la vita»

D. Esiste il pericolo di “una Parola che non parla” più alla nostra vita quotidiana?  bompiani-albertoporro

«Faccio sempre l’esempio del piccolo Vangelo regalato alla prima comunione. Qual è la capacità che noi siamo riusciti ad insegnare ad un ragazzo di incontrare la Parola?  Come lui oggi può incontrarla? Se penso alla catechesi, o a quello che è il percorso normale della vita di fede di un bambino, prima adolescente poi giovane, constato che questo incontro con la Parola non avviene quasi mai.  Se oggi si chiedesse a un bambino di ricordare un passo del Vangelo, non saprebbe cosa rispondere. Se l’invitassimo ad andare al terzo capitolo, versetto quattro, del Vangelo di Marco si smarrirebbe perché non capisce il senso, ne cosa vuol dire citare i versetti del Vangelo. Voglio dire che quello che viene rifiutato, dell’esperienza religiosa di ciascuno, è la scatola completa senza mai aver assaporato il contenuto. Credo che l’incontro personale con la Parola e la vita nella comunità sono le due dinamiche attraverso le quali una persona può cercare di collegare la propria esistenza alla Buona notizia che gli viene dalla vita di Cristo»

D. E se questo incontro non avvenisse?

«Se non avviene mai penso sia difficile che scatti l’idea in qualcuno, nei bambini, l’impressione che forse in questa strada c’è qualcosa di buono. Noi abbiamo buttato via l’acqua con il bambino. Voglio dire che non sappiamo più che cos’è la Parola, per cui non si trova più neppure il modo per farlo»

D. C’è nostalgia della scuola della Parola di C. M. Martini?

«Proprio la mia giovinezza è legata al ricordo di C. M. Martini a Milano dove, mensilmente nel Duomo c’era la scuola della Parola. Eravamo duemila giovani seduti anche sul pavimento e Martini spiegava, interpretava un brano del Vangelo. Noi abbiamo imparato a scoprire che in quel brano evangelico si poteva entrare, immergersi, tirar fuori qualche cosa che accendeva il cuore, la passione. Su questo ci si giocava la vita! Purtroppo quello che oggi si fa fatica a comunicare è proprio l’incontro personale con la Parola»

D. Cosa suggerisce?  

«Cosa si potrebbe fare non è il mio compito, non sono un pastoralista. Dico solo che ho cresciuto dei figli strepitosi, bravissimi, che sanno cos’è la giustizia e l’amare, ma non le collegano al Vangelo. Forse durante la vita, siccome saranno degli uomini buoni, scopriranno che c’è un collegamento. Forse qualcuno un giorno gli dirà che tutto ciò viene dal Vangelo, ma il percorso normale non stabilisce questo profondo collegamento. Per questo la Parola non parla, perché nessuno la legge, nessuno l’ascolta. Oppure quando la si ascolta a messa è abitudinaria. Ecco perché nel libro dico di buttare via il foglietto che invita a seguire una traccia, come fosse uno spartito senza pensarci sopra. Così è difficile che qualcosa passi»

D. Afferma che “è pericoloso parlare con una suora”. Non pensa  sia necessario perché, come la Chiesa, la parrocchia senza le donne la pastorale rischia di essere una scatola vuota?

«Il capitolo sulle suore ha il senso di smontare un pregiudizio che noi abbiamo in mente. Credo che mia figlia non incontrerà mai una suora perché sono diventate rare e quelle brave e giovani sono in un monastero. Quelle che incontriamo sono di una certa età, di una educazione particolare. Molto spesso la suora è relegata in posizioni di rincalzo. Sono l’appoggio, la truppa che serve per mandare avanti tantissime attività decise da qualcun altro. Durante il Sinodo in alcuni momenti le suore non avevano il diritto di voto. In alcuni casi è ancora così. Io dico che il patrimonio strepitoso che una donna, perché donna, avrebbe all’interno della comunità, come in quella ecclesiale, è nascosto e tramutato in una sorta di manovalanza di basso profilo. Tu suora fai la suora, nei seminari fai la cuoca, per poi trovarla nei posti più assurdi e dimenticati del mondo dove nessuno ci va perché loro, le suore, hanno un cuore grande. La donna e la suora sarebbero da rimettere insieme in modo un po’ ordinato, meno scontato rispetto agli schemi che ci hanno portato fino a qui. Sono per la più grande liberazione della donna nella Chiesa, suora o non suora, perché all’interno della comunità normale la donna fa la catechista. Se vivi in famiglia ti rendi conto che la mamma non fa la catechista, fa di più e quasi tutto. Mentre la moglie si arrabatta e sgobba il marito è generalmente sdraiato sul divano. Sono assolutamente per la protezione delle suore, ma sono anche per la loro liberazione»

Silvio Mengotto

 

Partecipa all’evento di presentazione del libro.

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