Editoriale FUCI

Brexit: a che punto siamo?

BREXIT FUORIORARIO

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito è stato chiamato a decidere, mediante un referendum consultivo, sulla possibilità di rimanere o lasciare l’Unione Europea. Il Paese è entrato nell’allora Comunità Europea nel 1973, durante tutta la sua permanenza ha goduto di un trattamento privilegiato costituto da alcune clausole di deroga (opt-out) riguardo agli Accordi di Schengen (libera circolazione), all’adozione della moneta unica, alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e alla Cooperazione Giudiziaria e di Polizia in materia penale.tondo marta
Tuttavia, soprattutto a seguito dell’aumento dei flussi migratori dai paesi UE verso il Regno Unito, i cittadini britannici hanno avanzato la richiesta di esprimersi sulla permanenza del proprio Paese entro la massima organizzazione internazionale europea.

Il referendum è stato promosso dal primo ministro David Cameron che lo aveva posto tra i punti del programma per la sua rielezione. Il voto che si è svolto nel 2016 ha portato alla decisione di lasciare l’UE, supportata dal 51,7% dei votanti.
Successivamente la Corte suprema ha stabilito che la decisione emersa dal referendum era di carattere consultivo e non vincolante, pertanto per avviare i negoziati per l’abbandono dell’UE era necessaria una legge ad hoc che è stata approvata il 29 marzo 2017 dal parlamento inglese, il quale ha quindi deliberato la volontà di attuare l’art. 50 del Trattato sul funzionamento dell’UE. Tale norma dispone che le istituzioni europee devono concordare un accordo per il recesso dai trattati entro due anni dalla data di avvio dei negoziati, con possibilità di proroga da parte del Consiglio Europeo se non si raggiunge un accordo.
I negoziati durati due anni, alla data del 29 marzo, non hanno portato a un accordo viste le frizioni in merito a tre punti: le regole da applicare al Regno Unito riguardo ai rapporti commerciali con l’UE, dal momento che non farà più parte del mercato comune; il trattamento da riservare ai cittadini UE residenti nel Paese; come regolare le relazioni tra Londra e l’Unione riguardo al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, poiché si rischierebbe l’innalzamento di dogane e duri controlli tra i due Paesi, i quali hanno beneficiato molto della libera circolazione, soprattutto nel periodo successivo alla fine delle tensioni tra coloro che volevano che l’Ulster restasse nel Regno Unito (unionisti) e coloro che volevano che si unisse all’Irlanda (indipendentisti). Quest’ultimo è stato il principale motivo che ha fatto saltare i negoziati portando alla proroga ora fissata al 31 ottobre 2019.

Il protrarsi dell’incertezza sulla Brexit fa sorgere numerosi dubbi agli abitanti inglesi e a tutti coloro che stanno pensando di trasferirsi in Inghilterra, in particolar modo gli studenti. Ogni anno le università britanniche sono tra i principali poli d’attrazione per studenti stranieri e si stima che siano più di 500mila i giovani europei residenti in GB per ragioni di studio. Nel 2017 gli studenti europei immatricolati nel Regno Unito sono stati oltre 80mila su un totale di 1.6 milioni di matricole. A questi vanno poi aggiunti gli oltre 50mila che hanno cominciato un corso magistrale o un dottorato. La domanda che ci si pone è se i futuri studenti che faranno domanda incontreranno nuove barriere all’entrata. Si pensa che la retta annuale di un ateneo britannico, che al momento gira attorno alle 9 mila sterline (circa 12 mila euro) per tutti gli studenti europei, possa drasticamente aumentare dall’anno accademico 2020-2021 fino alla quota prevista per gli studenti cosiddetti “internazionali”, che può raggiungere 19 mila sterline l’anno.

Ricordiamo inoltre che circa il 15% dei docenti e dei ricercatori che lavorano negli atenei britannici sono provenienti da altri Paesi europei e più di 200mila studenti inglesi hanno usufruito di uno scambio Erasmus per studiare o fare ricerca in università europee. Con la Brexit si pensa che molte università inglesi in futuro non potranno più accedere ai fondi di finanziamento dell’Ue (Horizon2020, Erasmus+) che negli ultimi anni si sono rivelati strumenti chiave per agevolare la mobilitazione di studenti e ricercatori in tutta Europa. Il governo May ha comunque precisato che in caso di uscita definitiva dall’Unione Europa, la Gran Bretagna continuerà ad essere partner di Horizon2020 e che non verranno ostacolati gli aderenti al progetto Erasmus+ per il momento.
Sembrerebbe quindi che il governo May voglia continuare a salvaguardare quegli strumenti di relazione interculturale che stanno caratterizzando e dando molte opportunità di studio alla nostra generazione. Tuttavia, i dubbi sono ancora tanti e le continue proroghe contribuiscono a diffondere un clima di forte incertezza.

Di Marco Demo e Marta Magnani

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