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Cara Felicita

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Lo scorso 15 maggio nella parrocchia di San Michele Arcangelo è morta Felicita Crippa Ghislandi, una persona conosciutissima per il suo costante e battagliero impegno di servizio pastorale nella parrocchia e,  in particolar modo, per l’ incrollabile militanza nell’Azione cattolica,  sino alla sua morte è sempre stata il faro di riferimento. Pubblichiamo un ricordo di Silvio Mengotto.

Quando ti incontravo per la strada, in chiesa, o al caffè del supermercato, i tuoi occhi mi sorridevano sempre, ancora lucidi di una lunga storia. Occhi che guardavano al presente e sorridevano al futuro, poi un bacio e l’abbraccio. Un gesto che facevi con tutti, simbolo di una pacificazione con il mondo, con le persone del tuo quartiere e della tua parrocchia dove, con passione, hai speso l’intera vita al servizio di tutti.

«A me piace pensare – dice papa Francesco – che la Chiesa non è “il” Chiesa, è “la” Chiesa. E’ donna, è madre. Io soffro quando vedo nella Chiesa che il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servidumbre, cioè di servitù». Questo ruolo di servizio, non di servitù, è stato il timbro profetico della tua esistenza: in famiglia, nella parrocchia, nel quartiere, tra le persone. Nella quotidianità di ogni stagione, anche pastorale, questa è stata la tua veste luminosa, anzi il tuo “grembiule”bianco e trasparente. Donna dell’Azione Cattolica, ma la tessera che esibivi nei gesti quotidiani era il certificato di battesimo. La tua “esuberanza” nel servizio era solo apparente, in realtà era il tuo modo pastorale di essere al servizio, non una servitù, della chiesa locale e del popolo di Dio. Un servizio fatto di attenzione, discreta e concreta, ai poveri nella parrocchia insieme a Caritas, verso gli ammalati, lo stretto legame che sentivi e coltivavi con i sacerdoti e, ricordo personale, l’aiuto concretissimo che davi ai giovani del quartiere nella ricerca del lavoro.

Il tuo messaggio è chiaro, anzi chiarissimo. Come è stato il tuo esempio, dobbiamo diventare costruttori di ponti nel presente che, come i tuoi occhi, guardano al futuro. Ancora, anzi per sempre e un giorno ancora, un abbraccio e un bacio di gratitudine che – rubo la strofa di una canzone di Lucio Battisti – «come la neve scende senza far rumore». Grazie Felicita!

Silvio Mengotto

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