Consigli di lettura Editoriale

Che cosa deve fare adesso l’Azione Cattolica – di Silvia Landra

Silvia Landra

Siamo un grande soggetto collettivo che ha vissuto un trauma e che ora cerca di superarlo.

Ciò che ci ha ferito di più in questa stagione di pandemia non è tanto il confronto con alti numeri di malati e di morti nel mondo. Purtroppo la povertà, la fame, le conseguenze atroci delle guerre e le più diverse epidemie presenti già dall’inizio della storia dell’umanità in varie parti del globo ci avevano abituato a “sapere” come agiscono i nemici invisibili, improvvisi, diffusi, complessi.

L’inedito di questa volta lo ha espresso bene il Papa durante una delle riflessioni offerte nel tempo più buio del Covid, utilizzando una metafora sia popolare che biblica: siamo tutti sulla stessa barca. Stavolta è successo che tutti nello stesso momento avevamo la stessa grande urgenza e che nessuno in qualche angolo del pianeta aveva un esperto da consultare, qualcuno che studiasse da lunga data questo nuovo tipo di Coronavirus e che ci potesse dire come affrontarlo. Tutti abbiamo tremato insieme e tirato qualche sospiro di sollievo insieme.

Oggi dall’Italia guardiamo con trepidazione alcuni grandi Paesi che sono ancora nel vortice e nella fase dura della malattia e tuttavia non siamo liberi di circolare come eravamo abituati perché focolai di contagio si stanno ripresentando. Siamo per ora solo un po’ più esperti sul da farsi, forse un po’ meno spaventati.

 Alcune delle nostre reazioni immediate sono derivate dall’essere stati presi in contropiede da un fenomeno nuovo e sconosciuto, esattamente come succede ad un singolo che fa un’esperienza inaspettata e dura: può prevalere la disperazione con un senso di disfattismo, possono prevalere aspetti di iperattività (accaparramento di cibo, assorbimento continuo di dati e notizie, ricerca di medicine e metodi bizzarri per prevenire), possono prevalere riempimenti che aiutano a non pensare (diventare provetti cuochi, flash-mob fantasiosi, un mare di telefonate, allenamenti sul balcone) e purtroppo possono prevalere aspetti di negazione che sono quelli che rendono più difficile l’elaborazione del trauma (ritenere non sia successo nulla di grave e rimanere indifferenti alle nuove regole, accusando chi le segue).

Siamo ormai alle prese con la seconda ondata di reazioni, quelle che ci rendono fautori della normalità, esaltati del cambiamento e giudici alla ricerca del colpevole. Naturalmente in ciascuno di noi convivono tutti i tipi di reazioni emotive ed è presente anche la parte più costruttiva e fruttuosa che consiste nel saper fare tesoro di ciò che abbiamo vissuto per cambiare in modo profondo, come si fa con ogni esperienza forte e sfidante della vita.

Siamo i “fautori della normalità” quando diciamo di riuscire a lasciarci tutto alle spalle. In realtà avvertire molto da vicino un rischio di morte e percepire la propria quotidianità stravolta sono esperienze che segnano dentro di noi alcuni punti di non ritorno. Ognuno deve trovare il suo momento per identificare quali sono gli elementi di cambiamento che lo hanno segnato in modo indelebile, senza condannare il bisogno di ritorno alla normalità che in fondo è una reazione tanto umana, un modo per ritrovare un po’ di pace interiore.

Siamo gli “esaltati del cambiamento” quando concediamo retorica all’idea che nulla potrà essere come prima. In realtà la natura che ci contraddistingue non si è modificata. Chi sa esprimere solidarietà, è stato capace di farlo anche nella chiusura della pandemia; ciascuno ha amplificato nel tempo della crisi alcune sue caratteristiche di fondo. E’ importante usare la riflessione di questo tempo per capire come siamo fatti, soprattutto quali ricchezze abbiamo messo in gioco e come siamo stati capaci di resistere e di essere fedeli ai nostri valori.

Siamo “giudici alla ricerca del colpevole” quando utilizziamo il primo sollievo per decidere chi secondo noi avrebbe dovuto fare qualcosa che non ha fatto, chi ha lasciato che il male avanzasse, chi non ha preso le scelte giuste. Questo esercizio alla lunga può deresponsabilizzarci e inibirci nella capacità di riflettere in modo progettuale davanti al futuro, permettendoci di esprimere solo rabbia sterile senza un vero destinatario. Ora non ci serve un colpevole ma quel pezzetto di responsabilità individuale da esercitare per risollevare gli animi e le attività produttive, forse ancora un po’ affascinati da quel discorso insistente che ci ha accompagnato lungo la pandemia: lo sforzo individuale evita che gente muoia, che professionisti arrivino allo stremo, che i danni si prolunghino fino a far capitolare l’economia. Al cuore della buona politica, prima che ottimi leader, ci stanno singoli cittadini che fanno tutti bene il loro dovere.

Mi piace pensare che oggi l’impegno per il cambiamento dei singoli soci di AC e di tante donne e uomini di buona volontà sia al suo massimo grado, senza la paura di perdere una grande occasione ma proprio convinti di voler imparare da questa lezione di vita ad essere migliori.

Oltre ad immaginarmi il nostro impegno individuale nel superare al meglio queste reazioni, sogno che il nostro essere soggetti collettivi, a partire dall’AC, sia un valore aggiunto per continuare a trasformare. Insieme oggi possiamo individuare quali sono le motivazioni al cambiamento che avevamo un po’ dimenticato e congelato: ad esempio la nostra agenda non può trascurare il messaggio della Laudato sì che apre la riflessione su come tutto sia interconnesso. E contestualmente ci è chiesto di considerare in modo ancora più serio e urgente il messaggio che arriva dai giovani che manifestano per la questione dell’ecologia mondiale e quello che giunge dall’ONU con la definizione degli obiettivi mondiali per il 2030.

La lotta alla povertà e alla disuguaglianza può essere pane quotidiano della nostra Associazione che comincia dalle piccole cose a vincerla. Per cambiare dobbiamo dirci con chiarezza che cosa del prima non era più accettabile e sostenibile. Il mondo è la “città” nella quale ci ammaliamo insieme e dunque non possiamo che vincere insieme ad esempio contro la piaga delle guerre di ogni tipo che insanguinano il pianeta, frutto di disequità e politiche corrotte.

La pandemia ha restituito un altro significato ai confini e alle migrazioni, se abbiamo gli occhi per coglierlo. Basterebbe recuperare dentro di noi quel sentimento di fastidio e magari di disgusto che abbiamo provato quando semplicemente qualcuno ha fatto sentire “pericolosi” noi lombardi, ipotizzando di fermarci alle frontiere e di limitarci gli spostamenti. Vorremmo che nessuno trovi un muro di odio nel corso del suo viaggio. Nello stesso tempo abbiamo ancora più chiaro in testa il bisogno di buona organizzazione e buone politiche per ordinare gli spostamenti perché la sfacciataggine caotica con cui il virus travalica i confini non è metafora di un buon modello da seguire.

Per uscire da traumi profondi occorrono racconti di ciò che si è vissuto e tanti cuori disposti ad ascoltare. Anche su questo intravedo il volto semplice e grandioso dei gruppi di AC dove fraternamente ci si fa attenti a tutti, valorizzando e contagiando le diverse realtà della comunità cristiana che siamo e che amiamo. Occorrono poi spazi per raccogliere il pensiero e fare progetti sul futuro a partire dalla riscoperta delle nostre motivazioni al cambiamento. Ciascuno con la sua professione e con il suo quotidiano può essere attore protagonista di una politica attiva, non basata su fraseggi ostili ma su ipotesi praticabili, talvolta faticose e severe ma sempre finalizzate a solidarietà e crescita.

Ci attendono tempi più austeri e difficili, inutile negarlo, e perciò aiutiamoci fraternamente a viverli come occasione, dentro una nuova conferma della linea profetica che lo scorso anno ci ha dettato l’Arcivescovo ben prima che arrivasse il Covid a renderla necessaria.

Possiamo guarire bene e l’AC può essere una buona vitamina da riscoprire insieme alle tante altre realtà aggregative di cui la nostra società è ricca e che ci educano a pensare al protagonismo della comunità e al bene comune da perseguire in modo plurale.

 Silvia Landra, presidente diocesana Azione Cattolica ambrosiana

Scrivi un commento