Consigli di lettura Editoriale

Come vivo il mio essere architetto da socia dell’Azione cattolica

gru cantiere

Sono nata con l’Azione Cattolica nel DNA. Mamma e papà militanti: non poteva che essere così. Ho la fortuna di avere questo elemento in me che con le scelte di vita, la predisposizione di animo e sotto la giuda dei miei educatori, mi accompagna quotidianamente. La passione sfrenata per l’oratorio, fare l’ACR e il catechismo agli adolescenti sono stati i capisaldi della mia gioventù fino ad arrivare alla vita associativa di oggi in parrocchia con gli impegni nel decanato che si combinano con la vita di famiglia e le esigenze dei figli.

La mia professione è creare e costruire, e cerco di essere portavoce anche nel lavoro del motto del cammino formativo dell’Azione Cattolica: “Fare nuove tutte le cose”. O almeno ci provo.

Sono architetto di cantiere, incontro ogni giorno persone diverse, ciascuna con la propria storia, con un proprio percorso di formazione professionale e lavorativo. E non è sempre facile, nella unica occasione di un incontro presentarsi, capirsi, confrontarsi. Cerco però di mettermi in ascolto: sono convinta che ciascuno possa dare un contributo utile di fronte a un problema. Si può imparare dagli altri, accettando i propri limiti, per poter arrivare ad una soluzione condivisa. Non è che poi sul timbro di verbale ci sia la sigla “Sono di Ac”, ma mi piace pensare di aver messo in pratica “Fare bene tutte le cose”.

Il mio ambiente di lavoro è un campo molto spartano e ruvido. Il cantiere non ammette debolezze: non deve lamentare il gelo dell’inverno o la calura dell’estate. Le consegne non aspettano il tuo mal di pancia.

Ma esiste la comprensione reciproca, esiste saper affiancare il muratore senza temere il suo sudore o la polvere sul suo viso, esiste fare un sorriso di pazienza al capomastro sempre pessimista e brontolone per le varianti in corso d’opera e così pure il portare rispetto al digiuno dai pranzi di un operaio musulmano nel mese del Ramadan. Forse anche cosi, mi dico, posso testimoniare il mio essere cristiano… alla maniera dell’Ac.

L’Azione Cattolica non ha l’effetto di una bustina di integratore di sali minerali, non toglie la stanchezza a fine giornata, ma mi piace pensare che sia una specie di ottavo dono dello Spirito Santo pronto ad operare, se lo vuoi, nelle scelte pratiche e veloci della giornata, in molto molto intuitivo e concreto e all’interno del percorso indicato nella Chiesa, senza dover inventare niente ma affidandoti solo al suo sostegno.

E sicuramente è questo il dono che mi sale al cervello quando allettanti proposte mi prospettano facili guadagni in cambio di poca fatica. Resistere a queste, lo ammetto, è la parte più dura.

Nessuno infatti si infilerebbe nell’A4 in coda, se avesse un elicottero a disposizione!

Invece so, senza ombra di dubbio, che non posso e non devo cambiare strada. Devo mettermi pazientemente in coda e poi, sicuramente, oltrepasserò Certosa.

Vi racconto, in ultimo, un episodio proprio di pochi giorni fa successomi all’Agenzia del Territorio (il Catasto per intenderci) di Milano, Via Manin 29.

Sedevo tra il pubblico, in attesa che chiamassero il mio numero di prenotazione allo sportello. Occupavo proficuamente il tempo leggendo in anteprima il cammino formativo “Attraverso”  di Azione Cattolica Adulti 2017-2018. La signora al mio fianco, anche lei in attesa, mi gettava sguardi furtivi. Più di uno per la verità. Dopo un po’ di occhi buttati mi sono rivolta a lei con sguardo interrogativo e questa, con un gran sorriso, mi ha detto: “Anche io sono di Azione Cattolica”.

Ho guardato bene la signora: non avevamo niente in comune. Pensionata, forse sposata, forse nonna, di dove non lo so. Eppure in quel momento ci univa l’essere a parte di un movimento che insegna a costruire anziché dividere, a mettere il proprio tempo a disposizione, collaboratori nella propria realtà parrocchiale con le sue ricchezze e povertà il tutto nel servizio della Chiesa e nel rispetto dei propri ruoli e delle gerarchie ecclesiastiche.

E chissà quanto avremmo ora potuto raccontarci se la chiamata del proprio turno non ci avesse fatto salutare. Anche qui con un gran sorriso. Che bello poter lavorare così. Sul timbro lo scrivo io a penna: sono di Ac!

Bruna Ravasio

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