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Credere nella libertà – l’insegnamento di don Giovanni Barbareschi

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La sera di giovedì 4 ottobre è tornato alla casa del Padre don Giovanni Barbareschi, Patriarca della Chiesa Ambrosiana, come lo definì il Cardinal Martini.

Nato a Milano nel 1922 fu educato fin da bambino dai suoi genitori alla fede ed all’antifascismo. Quando andava a messa con il fez ed il moschetto lo raccontava contento a suo padre che gli rispondeva: “Quella messa non conta nulla perché non eravate liberi di andarci”. Era l’ultima Aquila Randagia vivente (il gruppo di scout che continuava a trovarsi clandestinamente durante il ventennio), protagonista dell’antifascismo cattolico milanese insieme ad il beato Teresio Olivelli, il Presidente della FUCI Carlo Bianchi (morti in campo di concentramento) e don Gnocchi, di cui divenne grande amico tanto da stargli accanto negli ultimi mesi di vita. Fu fondatore dell’OSCAR (Opera Soccorso Cattolico Aiuto Rifugiati) organizzazione che si occupava di fabbricare documenti falsi per l’espatrio in Svizzera per ebrei, perseguitati politici, prigionieri di guerra attraverso le montagne della Valchiavenna, di Varese o Luino. A questa complessa organizzazione facevano parte sacerdoti, giovani degli oratori, della FUCI e dell’Azione Cattolica.

Una sera, in un’aula del Collegio S. Carlo, con altri fondò il giornale clandestino “Il Ribelle” su cui scrivevano come avrebbe dovuto essere l’Italia futura. Su queste colonne venne pubblicata per la prima volta anche la straordinaria preghiera “Signore facci Liberi” dei Ribelli per Amore.

Quando il 10 agosto 1944 vennero uccisi 15 detenuti politici (tra cui anche un giovane della FUCI) ed esposti in piazzale Loreto, don Giovanni, ancora diacono, fu incaricato dal Cardinal Schuster di portare la sua benedizione. Inginocchiatosi a pregare su quei corpi e a rovistare nelle tasche per cercare gli ultimi biglietti da portare alle loro famiglie, si alzò e vide tutta la piazza in ginocchio, contro ogni divieto. Tutte le volte che ricordava questo episodio era con le lacrime agli occhi e la voce strozzata. Tornerà in quella piazza il 29 aprile 1945 a benedire anche il corpo di Mussolini. Celebrata la prima messa, sua mamma, stringendogli le mani gli disse: “Tua madre ti augura che su queste mani che oggi per la prima volta hanno toccato l’ostia consacrata non si formi mai il callo dell’abitudine”. Mentre la sera stessa cercava di far fuggire alcuni ebrei fu incarcerato dallo stesso nazista che dopo il 25 aprile salverà dal linciaggio della folla nascondendolo nella casa di sua mamma, che acconsentì esclamando: “Certamente! Siamo cristiani!”. Fu liberato, dopo due mesi di torture, per intercessione dell’Arcivescovo che davanti a lui si inginocchiò dicendo: “Così la Chiesa primitiva salutava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli alemanni?”. Don Giovanni era anche un prete partigiano, cappellano delle brigate cattoliche delle Fiamme Verdi in Valcamonica perché “era quello che sentivo che il Signore stava chiedendo a me, ciò che mi sentivo di fare in quel momento: dire ai ragazzi che stavano facendo la cosa giusta”. Di nuovo catturato e deportato in campo di concentramento, riuscì però a fuggire e tornare a Milano.

Dopo la guerra si dedica all’attività pastorale in campo educativo fino al 1986 con i ragazzi del liceo Manzoni a Milano e dal 1957 al 1965 come assistente ecclesiastico della FUCI. Per tanti anni fu a capo dell’Istituto per il sostentamento del clero della Diocesi. Il Cardinal Martini, cui era legato da un profondo sentimento di stima ed amicizia reciproca, gli affidò l’accompagnamento dei preti in crisi e l’organizzazione della cattedra dei non credenti. Fu anche tra i fondatori della Fondazione Giuseppe Lazzati. Innumerevoli per lui i riconoscimenti e le onorificenze tra cui l’Ambrogino d’Oro del Comune di Milano, la medaglia d’argento per la Guerra di Liberazione e l’attestato di Giusto tra le nazioni.

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Giacomo Perego e Verena Pighi con don Giovanni Barbareschi

Di fronte ad una vita così straordinaria, ad una stazza fisica che trasmetteva solennità e ad una voce ferma e sicura, il senso di soggezione che si provava era totale. Per noi era solamente don Giovanni, un prete che con dolcezza ci ha accompagnato per un pezzetto della nostra vita. Aveva la capacità di destare ogni interlocutore dal torpore più pesante in cui si trovava: ogni parola era un colpo di frusta. Sempre costruttivo e mai distruttivo, amava ripetere che “il primo atto di fede che un uomo deve fare non è in Dio, ma nella sua libertà e ve lo dice un prete”. La libertà per lui era tutto, tanto da definirla come la vera meta di ogni essere umano, realizzata in ogni istante, giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, vittoria dopo vittoria, rischiando: e senza la quale non può esservi fede vera. D’altra parte, era l’unica differenziazione universale e umana che accettava quella tra uomo schiavo e uomo libero.

Certamente la grazia di tanta profondità nasceva da un contesto familiare fecondo che lo ha educato prima a pensare e poi a cercare di essere libero nei propri gesti quotidiani come nelle grandi scelte. La fede che ha ricevuto dalla madre lo ha consacrato sacerdote interpretando la propria vocazione a servizio dell’uomo, indicando in tutto ciò che ha fatto l’inestimabile valore di ciascuna vita umana, indipendentemente dai meriti.

Oltre alla gratitudine resta l’ammirazione di una vicenda umana meravigliosa e coraggiosa che chiede di non essere dimenticata. Il nostro grazie è per quello che ha lasciato nella nostra vita, per le sue parole che hanno fatto germogliare nel cuore valori ed ideali alti e soprattutto per aver dimostrato con la sua testimonianza cosa significa credere nella libertà, nella giustizia, nell’amore, in Dio. È anche grazie a lui se vogliamo continuare ad impegnarci ad essere persone migliori.

Giacomo Perego e Verena Pighi

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