Consigli di lettura Editoriale

Didattica a distanza – “Ma non è la stessa cosa”

didattica a distanza

Sulla scuola, in particolare sugli studenti, la pandemia ha avuto differenti risultati: positivi, negativi e problematici. «L’insegnamento a distanza – dice Elena Ugolini, preside del liceo Malpighi di Bologna – ha fatto emergere in modo ancora forte la necessità di una “vicinanza” capace di riportare la forza della realtà». Covid-19 ha colpito democraticamente tutti senza guardare in faccia nessuno, non così le conseguenze. Se la video scuola è riuscita a continuare il programma scolastico, in molte situazioni ha aumentato le disparità sociali e culturali.

«Quando la mia maestra leggeva i libri – scrive Enrico, IV° elementare – per me e tutti gli altri, si riscaldava il cuore». «Mi manca la scuola – scrive Caterina, IV° elementare – , i compagni, le maestre e i momenti in biblioteca con Sergio il bibliotecario. Mi manca quando ci leggeva i capitoli del Piccolo Principe. La maestra Luisa ne ha letto uno inviandoci la registrazione, ma non è la stessa cosa». Con concretezza Caterina ha detto la verità!

«Ieri ho ricevuto una lettera – dice papa Francesco – da un ragazzo da Caravaggio. Si chiama Andrea e mi raccontava cose sue. Le lettere dei ragazzi e dei bambini sono bellissime per la concretezza. Andrea mi diceva che aveva sentito la Messa per televisione e che doveva rimproverarmi una cosa. Quando dice “la pace sia con voi”, tu non puoi dire questo perché con la pandemia noi non possiamo toccarci. La libertà di dire le cose come sono» (Omelia in Santa Marta, 29 aprile 2020). «Che cosa ci è successo? – si domanda Emma,  terza media –  Tutto si è disfatto come sabbia al vento. Tutto è fermo. Oggi l’istruzione ci entra in casa. E’ lei a raggiungere i nostri visi incasellati e accanto, invece di un compagno di banco, un dettato. Questo non ci basta». «Nessuno ci restituirà – dice Alessandra, terza media – il nostro ultimo giorno di scuola alle medie. Una volta spento il collegamento con la video lezione la scuola sarà finita senza lacrime, senza abbracci».

Da un’indagine di Caritas Ambrosiana in 300 doposcuola parrocchiali, uno studente su due non riesce a seguire le lezioni a distanza e uno su cinque non ha pc o connessione Internet. Da questa realtà Caritas Ambrosiana ha lanciato il progetto “Nessuno resti indietro” con lo scopo di aiutare migliaia di ragazzi di famiglie in difficoltà. Si tratta di uno stimolante “rap” contro l’abbandono scolastico. L’obiettivo è fornire tanti computer per (R)idurre il gap tecnologico, (A)ccompagnare le necessarie relazioni educative e (P)revenire la dispersione.

Il problema principale resta l’esclusione di chi non ha mezzi tecnologici e culturali. Paradossalmente è cresciuta l’emarginazione degli emarginati. La didattica a distanza richiede tecnologie e competenze che, non di rado, mancano alle famiglie. In piena pandemia, notizia che nessun quotidiano ha pubblicato, la Comunità di Sant’Egidio di Milano ha acquistato una ventina di tablet per poter permettere ai ragazzi di seguire le lezioni a distanza, e i giga necessari per potersi connettere. Si è attivata una collaborazione con le scuole invitate a non dimenticare i bambini che facevano fatica a connettersi.

«Ma la didattica – dice Stefano Pasta, volontario della Comunità di Sant’Egidio – a distanza è difficile se non si ha alle spalle una famiglia in grado di aiutare mentre i ragazzi rom vedevano aumentare la distanza dai compagni giorno dopo giorno. Così è nato un nuovo “fiume” di solidarietà che speriamo abbia lunga vita: 45 volontari stanno seguendo altrettanti bambini rom nei compiti! La maggior parte di loro sono scout, alcuni sono vecchi amici, altri sono volontari. Che si sono proposti per questo genere di aiuto. Molti rom ci hanno detto di avere avuto molta paura all’inizio della pandemia: paura della miseria prima di tutto, ma anche della solitudine, ma hanno trovato molto più di quanto speravano».

Dentro le difficoltà c’è stato il grande dono dell’incontro con la realtà come sperimentato nel progetto “Nessuno resti indietro” di Caritas Ambrosiana. La rete propositiva recupera parte dello spirito interpretativo sulla scuola di Piero Calamandrei, dimenticata ma straordinariamente attuale. «La scuola – dice Piero Calamandrei – organo centrale della democrazia serve a risolver quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. Non solo nel senso di classe politica, di quella classe che siede in Parlamento, che discute, che parla, che magari urla, che è al vertice di organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico, coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. […] A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità, ma questo può farlo soltanto la scuola la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola che ha questo carattere, in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa solo può aiutare le persone degne di essere scelte che affiorino da tutti i ceti sociali. Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure in una formula meno immaginosa, è l’articolo 34 in cui è detto “ La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi ”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione».

05 giugno ’20

Silvio Mengotto

 

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