Consigli di lettura Editoriale

Docu-film “Figli di Abramo” – A tu per tu col regista Simone Pizzi

milano duomo

Da mesi è ormai diffuso nella diocesi di Milano il docu-film “Figli di Abramo”, realizzato dal regista Simone Pizzi. Si tratta di un’indagine svolta sul territorio milanese riguardo al ruolo delle comunità religiose nel processo di integrazione dei migranti. Incontriamo Simone Pizzi.

Come le è venuta l’idea di questa indagine?

I mass-media concentrano la loro attenzione sull’emergenza dell’immigrazione. Mi sono chiesto: il tema dei migranti si può circoscrivere alla contingenza di questi ultimi anni oppure è necessario guardarlo anche da altri punti di vista, oltrepassando il muro dell’emergenza? Così è nata l’idea di cercare delle persone che avessero già affrontato le prime difficoltà, come quella della lingua, della ricerca del lavoro e del ricongiungimento della famiglia. E indagare in che modo questi primi problemi sono stati superati dalle persone che hanno messo radici a Milano.

Perché l’attenzione è incentrata sul ruolo della religione?

In un tempo nel quale alla religione si attribuiscono spesso le cause di rottura e di distanza fra gli uomini, ho voluto vedere meglio, da vicino, quali caratteristiche hanno le comunità religiose che esistono oggi a Milano e in che modo sono presenti sul territorio. Il problema dei migranti non è un fatto recente, nemmeno nei numeri, e questo spiega il crescente insediamento e sviluppo di altre Chiese diverse da quella cattolica. Ovviamente ognuna di esse è interessata da questo fenomeno, anche se ciascuna si trova ad affrontare dinamiche diverse al proprio interno. Restano tutte un primo e sicuro riferimento per i nuovi arrivati che in prima istanza cercano qualcuno che parli la loro lingua e che quindi possa essere di aiuto almeno nell’inserimento iniziale.

Quali mondi ha incontrato?

simone pizzi

Dopo una serie di incontri preliminari per comprendere meglio il fenomeno, ho individuato alcune comunità significative a livello numerico. Li definirei per semplificare ‘filippini cattolici’, ‘ortodossi rumeni’ e ‘musulmani del mediterraneo’. Sono le presenze più diffuse nell’area metropolitana milanese. Sono riuscito a incontrare comunità sempre disponibili a un primo incontro di conoscenza del progetto. Non tutti però poi si sono dimostrati interessati a prendere parte al film e questo ha reso più naturale la scelta dei protagonisti, ma ha tolto potenzialità alla ricchezza che questo tema può offrire. I nuclei famigliari scelti sono stati quelli di immigrati residenti, ossia coloro che hanno superato i tempi del primo arrivo, le incertezze transitorie stanziali e ora sono inseriti con famiglia, casa, lavoro e figli.

Come giudica il loro livello di integrazione?

Sicuramente non omogeneo. I filippini hanno una tradizione di presenza e la fortuna di arrivare da un paese cattolico come il nostro. Trovano sul territorio le parrocchie: ne consegue che, dopo l’iniziale partecipazione alle celebrazioni nelle chiese dedicate, si inseriscono negli oratori, nel coro, nei consigli pastorali. Per gli altri gruppi invece risulta indispensabile incontrarsi a livello cittadino, anche se stanno diffondendosi alcune iniziative locali. In particolare, i musulmani fanno presente che non si può pregare in vecchi garage: i loro figli, tornando da scuola, dicono che a differenza dei loro compagni non hanno luoghi dignitosi dove pregare. Questa difficoltà tuttavia non impedisce l’integrazione, anche se meno radicata nel territorio. Una nota ricorrente è stata la soddisfazione nel notare che a Milano non si sono creati quartieri “ghetto” e che lentamente la socializzazione è possibile.

Ci sono aspetti particolari che differenziano le tre realtà esaminate?

Mi sono sembrati trasversali il ricordo delle origini, del tempo e della modalità della migrazione, la nostalgia-senso di colpa per chi si è lasciato; l’aiuto spirituale e materiale offerto dalle comunità religiose come possibilità di incontro e socializzazione; la preoccupazione per l’educazione dei figli e gli interrogativi sul loro futuro; l’affermazione di sentirsi appartenenti all’Italia e di volere contribuire al progresso di questo Paese; l’impatto sotto certi aspetti traumatico con un Paese che si riteneva maggiormente credente. I linguaggi possono risultare diversi: carità, misericordia, attenzione al prossimo sono però declinati in modo simile. Vi sono per questo delle specificità: il musulmano avverte di dover mettere maggior impegno nell’affermare il proprio credo e sottolinea la differenza fra la sua religione e la situazione geo-politica di conflittualità oggi evidenziata dai mass-media. Il cattolico esprime la delusione nell’incontro con la realtà socio-culturale italiana, Stato che aveva scelto inizialmente per la presenza del Papa e dello Stato Vaticano. L’ortodosso si affida molto più degli altri all’aspetto liturgico e simbolico che permette di richiamare le sue origini.

Il risultato?

L’esperienza umana è stata straordinaria. L’incontro con queste realtà tanto vicine ma allo stesso tempo tanto sconosciute è stato il primo motivo di interesse per incontrare molte persone e ascoltare le loro storie. Abbiamo raccolto ore di riprese cinematografiche. Spero che il film possa trasmettere questa ricchezza che ho avuto il privilegio di osservare da vicino. Attraverso il montaggio abbiamo voluto restituire una città che vede la compresenza di questi mondi che si muovono insieme a ritmo. Inoltre la colonna sonora de I Luf aggiunge ricchezza e offre un ulteriore livello di senso al film. Mi sembrano trenta minuti intensi corredati da una mostra fotografica di Giusy Tigano che fissa volti e sentimenti. Il risultato lo giudicheranno quanti hanno interesse al tema e la pazienza di vedere i ‘Figli di Abramo’ in una terra di accentuato relativismo.

Il docu-film potrà essere richiesto dalle parrocchie e dai gruppi di Azione Cattolica, scrivendo a progetto.migranti@coopindialogo.it e lasciando i propri recapiti. Insieme alla Cooperativa In dialogo, sarà possibile progettare la proiezione, il dibattito seguente e l’esposizione della mostra fotografica realizzata durante le riprese del docu-film.

Per vedere il trailer, clicca qui.

    Scrivi un commento