Consigli di lettura Editoriale

Don Cristiano Passoni – Il dramma di sprecare, chiudendoci in noi stessi

don Cristiano Passoni

In questa stagione ancora incerta di avvio facciamo molta fatica a capire quanto ci è accaduto.

Parlare di fasi, del resto, mi ha sempre restituito l’idea che non sappiamo bene nominare ciò che abbiamo vissuto. Ne delimitiamo in qualche modo il tempo, indicando delle tappe che si susseguono. E, allora, ecco che parliamo di fase 1, 2, 3.

Ma che cosa sia realmente accaduto e che cosa sia in corso, in verità, ci sfugge.

Che cosa, dunque, è veramente in atto?

Si sta chiudendo una dolorosa parentesi, peraltro tuttora drammaticamente acuta in altre parti del mondo, oppure stiamo vivendo una trasformazione epocale di cui non comprendiamo ancora le dimensioni e la natura?

Se, da un lato, molti tra noi portano ancora i segni di un dramma che ha segnato inesorabilmente la vita, toccandola nel corpo e negli affetti più cari, dall’altra, si vede la voglia, del tutto comprensibile, di tornare a quanto si faceva, come se nulla fosse accaduto.

Come scriveva Seneca all’amico Lucilio, «certe cose ci angosciano più di quanto dovrebbero; altre prima di quando dovrebbero, altre cose ci angosciano e non dovrebbero affatto. E così ingigantiamo il nostro dolore, o lo anticipiamo, o addirittura lo creiamo dal nulla». O, ancora, si potrebbe aggiungere, lo confiniamo come se se fosse solo da dimenticare il più in fretta possibile.

È abbastanza chiaro che la paura e la miopia non sono buone consigliere. Si tratta di una prima attitudine da tenere in conto per leggere il tempo. Oltre le giuste preoccupazioni per stabilire procedure e protocolli, rimane aperta la questione di ritrovare qualche orizzonte più ampio.

Nell’assenza è opportuno chiedersi da dove ricominciare.

Penso che la prima risorsa sia interrogarsi circa quanto si è scritto sulle nostre anime, attraverso i nostri corpi. Ponendosi in ascolto di se stessi e degli altri, mi pare proprio questa una delle percezioni più nitide: che il lockdown ci abbia ricondotto ad una consuetudine con noi stessi che avevamo dimenticato, ad un bisogno di interiorità che avevamo trascurato. In esso credo che vi abbiamo intravisto qualcosa di sostanzioso che rischiava di disperdersi nell’euforia del fare. Si tratta della necessità di poter nominare cose che possono valere la bontà di un’intera vita, non soltanto la precarietà di un provvisorio esperimento del bene. E per questo di fermarsi, di considerare le cose sotto un altro punto di vista, di non smarrirsi in vuote rincorse. Mi è parso di riconoscere che la scoperta dell’interiorità è quella di un bene capace di durare, per il quale soffrire, disporsi, persino a perdere, secondo la logica capovolta del Vangelo. La preghiera, gli affetti, la carità viaggiano a queste frequenze.

Una seconda risorsa è concentrarsi sul bene. Sembra cosa da poco e, invece, è sempre stata una scelta decisiva. Concentrarsi significa in primo luogo, provare a vedere il bene, in noi e attorno a noi, come segno promettente della provvidenza con la quale Dio dirige la storia. E, poi, provare a farlo, dentro piccolissimi gesti ordinari.

A fronte di reiterate stagioni complesse, Mosè, riprendendo l’ultima ed essenziale tappa della sua vita, dovrà ricredersi sul Dio che ha sempre cercato e dal quale si è sentito cercato. Dio non ha mai smesso di prestare attenzione al grido del suo popolo e di guardare alla sua condizione miserevole. La missione che gli prospetta di generare libertà, di sciogliere le catene della schiavitù appartiene alla scena originaria di Dio.

La terza risorsa è la scelta della speranza. Sempre all’amico Lucilio Seneca scrive: «Nulla sembra più certo di quel che ci fa paura. Osserva bene paura e speranza, e ogni volta che sarai nell’incertezza, fatti un favore: abbi fiducia in ciò che ti fa sentire meglio. Forse la paura avrà più cose da dire; tu, comunque, scegli la speranza». Come diceva Papa Francesco nell’omelia di Pentecoste «ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita». E chiudeva, in modo graffiante: «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla chiudendoci in noi stessi».

Don Cristiano Passoni, assistente generale di Azione Cattolica ambrosiana

 

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