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Don Cristiano Passoni – Pensieri di Pentecoste

don Cristiano Passoni

A tratti non è per nulla facile e, talora, pare persino indigesta, ma la Parola del Cantico dei Cantici che ci ha accompagnato fino alla soglia della festa di Pentecoste, mi pare impagabile. Così abbiamo letto all’inizio della settimana:

«Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Mi sono alzata per aprire al mio amato e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso» (Ct 5, 2a. 5-6b). La sposa, non si sbaglia. Conosce bene Colui che ha sfiorato la porta della sua casa. D’altra parte, tutta la sua vita ne era in attesa. Per questo si è alzata di soprassalto ed è corsa ad aprire, ma  -ecco-  l’amato se n’era andato. Il desiderio, però, non si è dato per vinto. Piuttosto, si è rimesso in viaggio, trasformandosi in una struggente preghiera: «Dimmi dove vai, perché io non debba vagare (Ct 1,7-8)».

Nel corso di questi cinquanta giorni la Pasqua ci ha abituato a queste rincorse del desiderio: dal viaggio di Maddalena, ancora tra le ombre della notte verso il sepolcro di Gesù, a quello di Pietro e Giovanni, dopo l’incredibile notizia che lei ha riportato loro. Nell’affanno della corsa più appassionante della storia ritroviamo tratti di vita che ci appartengono: la gioia di incontrarsi, la tristezza di separarsi, la ricerca affannosa della persona amata. Sono ricerche che parlano di noi e di Dio. L’intera nostra vita affiora in questi racconti.

Ma oggi, tra le rincorse del desiderio si è affacciato un altro pensiero. Esco di casa presto. Mi imbatto in un uomo, senza fissa dimora, milano clochardche da qualche tempo gravita qui attorno. È in piedi, con una sorprendente dignità, forse godendosi ancora il fresco del mattino. Non piove, ma ha in mano un ombrello azzurro, vivacissimo, con la punta vistosamente incrinata. Mi avvio e sorrido del contrasto tra la luminosità dell’azzurro e la piegatura della punta, ma l’immagine mi ritorna. Forse –mi dico- è il simbolo della sua vita. Ma non è quella di tutti? Quale bellezza non sperimenta questa curiosa, alle volte, dolorosa incrinatura? E chi la raccoglie? Chi la chiama per nome? Chi aiuta a viverla?

Ecco, i pensieri si incrociano, da una parte tra le ricerche del desiderio (di Dio e di noi), dall’altra nella visione della nostra bellezza e delle sue incrinature.

Forse è proprio così che il dono dello Spirito ci soccorre, per dirci che i gemiti, le lacrime, le fatiche della vita rivelano una fecondità nascosta. Non sempre gli ombrelli, come la vita del resto, hanno la punta dritta, ma per questo non sono da buttare. Anzi, proprio dentro queste incrinature Dio è insospettabilmente all’opera.

Ciò vale per Gesù, che dall’alto della Croce «emette lo spirito», un gesto che trasforma la morte in vita. È il suo dono estremo, quello del suo ultimo respiro, il dono dello Spirito per la Chiesa nascente. Vale anche per noi che, come Nicodemo, a volte cerchiamo Gesù di notte, in mezzo al buio del nostro dubbio, dei nostri “dovevi” e dei nostri “se”. Insomma, nella luce dello Spirito, ogni ombrello incrinato conserva la sua insopprimibile bellezza.

Ma come ci soccorre lo Spirito? Come può succedere che lo Spirito ci guarisca, ci aiuti a raccogliere tutta la bellezza e nominare le incrinature di una vita che un po’ ci fanno sorridere, un po’ ci fanno soffrire? Non è possibile spiegarlo attraverso un ragionamento preciso. Come ha detto Gesù a Nicodemo, la vita nello Spirito è una rinascita dall’alto: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

Occorre, dunque, seguire le tracce che lascia, vedere gli effetti della sua opera in noi e attorno a noi, più che farne un teorema. Lo Spirito lo si vede soprattutto nei segni del suo passaggio: è «acqua» che purifica, «fuoco» che illumina e riscalda, «vento» che risospinge verso la novità di Dio. Dentro questi segni dovremo cominciare a raccontare la storia di ciascuno. Di Nicodemo, di Zaccheo, di Maddalena, di Pietro, di Giovanni e di una moltitudine che non si può contare. Nell’imbarazzo della scelta raccolgo un frammento di un testimone del nostro tempo, Christophe Le Breton, il più giovane dei martiri di Algeria, del 1996. Senz’altro, di incrinature che fanno soffrire se ne intendeva.

 

«Tu mi dici: Affrettati, scendi,deserto silenzio cammino

perché oggi devo fermarmi a casa tua.

Il tuo Spirito, Signore, imprima in me

la tua fretta di scendere

e mi liberi dall’orgoglio per darmi modo di vivere

all’altezza della tua stima, semplice artigiano di Speranza.

La tua somiglianza mi attira

dentro la tua Pasqua:

io mi sono introdotto

e mi lascio prendere interamente dalla tua vita;

la tua risurrezione m’invade:

attraverso te si attualizza il Dono

e tutto si eternizza in gioia.

Che io non rattristi mai il tuo Spirito di gioia,

né resista alla sua forza, né spenga – in me

e in ogni creatura sulla quale riposa –

la sua Fiamma d’amore».

 

 

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