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Don Cristiano Passoni – Torna l’Avvento

don cristiano passoni

Torna l’Avvento. Pare un messaggio stanco, una notizia che non fa più clamore, perché non contiene nessuna novità. La conosciamo da tanto tempo e sembra non abbia più forza per smuovere i cuori che sono incollati alla propria vita. Eppure Avvento significa arrivo, venuta. E tutto questo indica respiro, orizzonti, futuro. Dovrebbe essere, pertanto, una notizia entusiasmante, e, invece, per questo tempo troppo schiacciato sul presente, pare non dirci quasi nulla. Infatti, prima di ciò che viene e che si attende c’è sempre qualcosa da provare, un’altra da gustare, un’altra ancora da dismettere, una da tentare. Ma, tutto è adesso, il più in fretta possibile, per non perdere nulla. Il tempo è diventato una serie di cose da provare, sperando che siano le più intense possibili. Se ci deluderanno o se anche ci soddisferanno, ne cercheremo subito un’altra e poi un’altra ancora. Ma non ci fermeremo troppo a gustarne il profumo, il racconto e la promessa che esse contengono. Così la linea del tempo sembra cadere e frammentarsi in una serie di punti che si agitano senza direzione. Che cosa, allora, rende piena la vita? Cosa si cerca veramente nella quantità degli eventi cercati? Come si fa, al contrario, l’esperienza della durata? E qual è l’andatura del futuro, per metterci in viaggio oggi?

Torna l’Avvento a restituirci una parola, con la sua insistenza pacifica e ferma. Avvento, appunto, significa arrivo e venuta. Secondo la fede che lo celebra è l’arrivo di Gesù che è già venuto, che viene qui ed ora nell’intimità dei cuori, nell’anima della sua Chiesa e che ritorna per dare compimento alla storia. Così la liturgia ci insegna a vivere tenendo intrecciati inestricabilmente tra loro le antiche promesse dei Patriarchi e la vita di Gesù, il presente e il futuro, la realtà e l’assenza, il possesso e l’attesa, il «già e in non ancora». Che significa, allora rimettersi in viaggio ancora, oltre la stanchezza? Significa ritrovare una saggezza del tempo: il passato, ormai redento, il presente così grato e operoso, il futuro della salvezza che si svelerà nella trasformazione del mondo. Ma tutto questo non accade per la nostra bravura. Nelle profondità del nostro cuore si è introdotto Colui che da sempre abbiamo atteso, Colui che è già venuto nella carne per salvarci. Per questo occorre attendere e vegliare: per lasciarci restituire questa splendida notizia.

Eppure, come diceva don Primo Mazzolari nel suo Tempo di credere, «attendere è il mestiere più difficile». Lo comprendiamo bene ascoltando la parabola dei servi ai quali il padrone, «partendo per un viaggio lontano», ha consegnato i suoi talenti o quella delle vergini, in attesa dell’arrivo dello sposo (Mt 25,1-30). Infatti, ci si può sempre impaurire del dono ricevuto, nascondendolo sotto terra; ci si può sempre addormentare, saggi o stolti che siamo, come le dieci vergini, per un ritorno che tarda a venire. Ciascuno di noi può facilmente sperimentare queste stesse fatiche e dare loro il nome proprio. Tuttavia, come ancora scriveva don Primo, per quei tempi turbolenti della seconda guerra mondiale, dove la sete di speranza si faceva più intensa: «conservatori poco intelligenti, abbiamo soltanto l’occhio su ciò che muore, e non sappiamo dare, con ìlare e intelligente prontezza, un senso cristiano alle voci del Risorto. «Lui non l’hanno visto» (dicevano delle donne tornate dal sepolcro): ma Cristo camminava sulle strade della nuova storia col passo di Colui che viene sempre. Era incominciato l’avvento. Chi non sta in ascolto col fiato sospeso, non s’accorge che proprio ciò che spaventa forma il documento dell’inconsistenza del nostro mondo e della sua attesa. E man mano ascolti, qualche cosa di più vivo e di più festoso ti viene incontro…». L’importante è, in qualche modo, mettersi in viaggio.

1 commento

  • Grazie don Cristiano.
    Il tema del tempo accompagna l’itinerario di AC di quest’anno e oggi più che mai ci interroga: qual è il nostro rapporto col tempo?
    Come gestiamo il nostro tempo? Se davvero è un bene prezioso, come lo impieghiamo?
    Quello trascorso con i social network o navigando su internet quanto ci occupa della giornata?
    E, in proporzione, quanto speso per la preghiera o nelle relazioni interpersonali?
    Grazie

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