Consigli di lettura Editoriale

Don Franco Carnevali. Il ricordo di Luciano Caimi

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Piango anch’io la prematura dipartita di un altro carissimo amico di AC: don Franco Carnevali. Va ad aggiungersi alla lista di persone che hanno servito con appassionata dedizione la nostra associazione e alle quali ho voluto bene. In ordine cronologico di passaggio alla casa del Padre: Eugenio Zucchetti, don Silvano Caccia, Maria Dutto. Ora, don Franco.

Non lo conoscevo prima del mio servizio di presidente diocesano. Con lui, assistente unitario, ho condiviso un triennio ricco di progetti, impegni e speranze, dentro il quadro pastorale dell’ultimo periodo dell’episcopato di Martini.

Non ci volle molto per approfondire la rispettiva conoscenza.

Da parte mia, mi resi subito conto di alcuni tratti salienti della personalità di don Franco.

Innanzitutto una fine intelligenza, che sia a livello di vita interna dell’AC sia sul più generale piano pastorale lo induceva ad agguantare il nodo delle questioni in esame e a puntare diritto sulle possibili soluzioni. Non amava lasciare in sospeso i problemi. Il desiderio di arrivare in fretta a identificare i «passi da compiere», come era solito ripetere, per giungere a una plausibile conclusione qualche volta poteva dare l’impressione di un certo decisionismo. Ma era, più che altro, lo spirito di concretezza lombarda a renderlo insofferente verso ogni forma di inconcludenza (quando, in Presidenza o in Consiglio diocesano, sentiva interventi generici, che… non arrivavano mai “al dunque”, incominciava a dimenarsi sulla sedia… allora c’era da aspettarsi la puntuale replica).

In secondo luogo, mi ha ben presto colpito la sua dedizione totale alla causa dell’AC. Don Franco ha amato e servito con intima convinzione l’associazione. La riteneva ancora ‒ e giustamente ‒ uno strumento fondamentale per la crescita di laici cristiani secondo il Concilio. In una stagione ecclesiale nella quale i Movimenti sembravano avere il vento in poppa, egli ribadiva con forza il valore dell’AC, benché agli occhi di molti (vescovi e preti compresi) non sembrasse più “di moda”. La reputava importante non solo per l’originale diaconia intra-ecclesiale nel segno, come sappiamo, della “diocesanità”, ma anche (e forse soprattutto) per la costante, metodica insistenza su percorsi formativi, dalla fanciullezza all’età avanzata, coerenti con una figura di cristiano adulto nella fede, aperto al mondo e al divenire della storia.

Ancora: quella di don Franco era una personalità ricca di doni. Generoso nel darsi senza risparmio, con una straordinaria capacità di lavoro. Schietto nei rapporti, al punto da apparire qualche volta ruvido. Al fondo di tutto il suo spendersi stava un cuore amante. Di uomo vero e di prete realizzato. Non era tipo da sdolcinature. Però sapeva stare accanto alla singola persona con gesti concreti e delicatezze inaspettate. Ne sono stato testimone e destinatario diretto. Sobrio nello stile, non coltivava ambizioni di carriera ecclesiastica: restava disponibile al servizio ecclesiale di volta in volta affidatogli dal vescovo. Un certo effetto mi fece sapere che, con la nomina a prevosto di Gallarate, de facto restava insignito anche del monsignorato (non saprei dire di quale categoria). Don Franco non prediligeva i colori violacei. Anche con incarichi d’indubbio rilievo e prestigio (fra i quali quello di vicario episcopale) restava sempre in lui l’anima semplice di giovane coadiutore dell’oratorio di San Nicolò di Lecco, pronto a “scendere in campo”, nel senso di mischiarsi con i ragazzi per la partita al pallone.

Siamo stati insieme un po’ di mesi fa per una cena in casa di una comune amica. Poi, l’ultimo contatto: gli auguri telefonici a Natale.

Lo ricordo con animo commosso e grato.

Luciano Caimi

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