Assistenti Consigli di lettura Media

Abitare la fatica con sguardo contemplativo – di don Cristiano Passoni

foncristianoeremo
Sono proprio quelle domande che sorgono quando il male, in tutte le sue forme ci tocca da vicino.
II dolore, quando non si è insensibili, può venire da una colonna di Camion che sfila come da un ritorno di una sconfitta al fronte o al rovesciarsi di un barcone in mezzo al mare. Ma quando di quella mesta processione si conoscono i volti e le storie, il dolore diventa lancinante, soprattutto se non lo si è potuto partecipare, condividere, spartire dentro vicinanze affettuose e consolanti. Da lì, infatti, s’avvia quel lavoro strepitoso della memoria, che lontano dalla paralisi della nostalgia, comincia raccogliere il bene, a classificarlo, nominarlo, a riconoscerlo come radicato nella vita più di quanto pensavamo. Allora gli insegnamenti, le battute, le parole, le esperienze condivise si leggono non come qualcosa di passato, ma che ha contribuito edificarci nel tempo e che ora vive per sempre con noi, nonostante le nostre debolezze e fragilità. Il bene, del resto, è così: non muore, ma rimane. E Dio lo raccoglie per l’ultimo giorno, perchè nell’ultimo giorno, quando tutto sarà consumato, è quello che resta. La Scrittura dice che Dio nell’ultimo giorno tergerà ogni lacrima. La tergerà, io credo, rassicurando del bene che è sempre rimasto con noi e ha costruito le nostre vite. Nulla dunque, del bene sarà andato veramente perduto. Nulla di ogni sua manifestazione, evidenza e azione. Per questo, anche tra le lacrime, è consolante ricordare. E’ il resto doloroso, invece, che finirà, quella scorza che ora inevitabilmente ci pare come il tutto che ci rimane tra le mani e  per il quale i conti non tornano mai. Non solo, come dice Paolo, persino la speranza e la fede scompariranno: alla fine resterà la carità, perchè è semplicemente il nome della vita stessa di Dio.
Ciò che ci è chiesto in questo tempo di disorientamento, è ritrovare uno sguardo contemplativo, che senza retorica, sappia comporre le cose con saggezza.  Si tratta di una grazia da invocare e insieme di un lavoro difficile da compiere, soprattutto perchè ci capita a tappe forzate che ci tolgono il fiato. Per esprimere qualcosa di questo lavorio dell’anima, ho trovato molto pertinenti le riflessioni di Josè Tolentino Mendonca, promettente e versatile teologo. Mi sono arrivate nel flusso indiscriminato dei messaggi di questi giorni, in una pubblicazione fresca di stampa. Vorrei regalare a tutti un passaggio, spero per darci una mano ad abitare la fatica e riprendere il respiro.

«Che cosa significa essere capaci di osservare i gigli del campo e gli uccelli del cielo? Significa assumere un atteggiamento contemplativo. Abbiamo bisogno di guardare, non però come facciamo abitualmente, visto che la maggior parte delle volte il nostro sguardo va a morire sulle nostre scarpe. Siamo sfidati a uno sguardo che vada al di là di noi, che valichi i limiti di una vita già tratteggiata, che trascenda il perimetro delle nostre preoccupazioni, che si proietti oltre ciò che noi riusciamo a vedere da soli… perché la vita non si risolve solo in quello che riusciamo a fare, ma nel dialogo misterioso tra la nostra dimensione e quella scala più ampia che è la stessa vita; nel dialogo tra ciò che si presenta come conquista e ciò che sboccia come dono inspiegabile; nell’interazione tra il qui e adesso e ciò che è dell’ordine dell’eterno». (J.T Mendonca, Il potere della speranza. Mani che sostengono l’anima del mondo; Vita e Pensiero 2020)

Don Cristiano Passoni
ndr. Queste sono le parole che don Cristiano ha scritto in risposta a una delle corrispondenze dove si condivideva la tristezza dopo la scomparsa di Don Franco Carnevali.

Scrivi un commento