Consigli di lettura Editoriale

Educare all’epoca dei “post” – Valentina Soncini

Firenze, 10-11-2015.
Il V Convegno Ecclesiale Nazionale.
L'incontro "Come la penso io" sulle 5 vie con Don Mauro Mergola, Valentina Soncini, Vincenzo Morgante, Alessandro D'Avenia e P. Jean Paul Hernandez.
Valentina Soncini.


Foto Agenzia Romano Siciliani/s

Educare nel tempo del “post”:
fare alleanza tra “vulnerabili” per aiutare a dar forma al proprio sé

Giugno è un mese che attira gli sguardi sui giovani: moltissimi sono chiamati alle prove dell’esame di Stato o per terminare il primo ciclo di istruzione (i giovanissimi) o per terminare il secondo ciclo (il famoso vecchio esame di maturità). Sui giovani si fanno bilanci: promossi, respinti a scuola; impegnati, disimpegnati nel lungo tempo dell’estate… Chi sono oggi i giovani? Quali desideri, preoccupazioni obiettivi hanno? Perché possono essere sia affidabili, sia spregiudicatamente “pericolosi”? Come oggi aiutarli a crescere?

Nella mia professione di docente delle scuole superiori ho passato finora trent’anni con ragazzi e ragazze di 16-19 anni, con loro tutti i giorni per lavorare insieme. Avere questa straordinaria possibilità di condividere la quotidianità con giovani permette di uscire da tanti stereotipi e di potersi riferire a migliaia di storie di vita tutte tra loro diverse e in forte evoluzione così come è tipico di chi è alle soglie dell’età adulta e si trova ancora in crescita. Un dinamismo esistenziale (il loro) che viene oggi ulteriormente accelerato dal fatto di essere in un cambiamento d’epoca dove mutano elementi chiave del sentire comune come ad esempio riguardo alle varie forme di convivenza (uomo – donna, italiani – stranieri, anziani – giovani, credenti cattolici.  – credenti di altre religioni), o agli  stili di vita accelerati dai sistemi 4.0, o agli orizzonti di vita segnati dalla globalizzazione; o a una nuova sensibilità o impermeabilità alla politica, o a un nuovo rapporto con l’ambiente (contrassegnato o da una massima artificialità o da una  nostalgia di massima spontaneità) …. Questi e altri cambiamenti investono tutti e forse spiazzano di più gli adulti che si trovano costretti a reinterpretare il proprio bagaglio di valori e abitudini a condizioni molto mutate rispetto agli anni della loro formazione. Anche per questa ragione forse non è scontato essere adulti credibili come segnalava Gabriele Cossovich in un suo recente intervento su adulti e giovani oggi.

In questo tempo definito ancora solo per differenza, tempo del post -moderno, del post- umanesimo, della post-verità … si rischia di avere un approccio educativo catastrofista o arrendevole. Come fare per aiutare a crescere? Nel tempo dei “post”, della complessità, dell’incertezza, della reversibilità delle comunicazioni, della precarietà dei sistemi è certamente faticoso giungere a una sintesi interiore per un giovane ed è altrettanto difficile far evolvere in modo dinamico una identità adulta, sottraendosi a rischi di dissolvimento da un lato o rigidità dall’altro.  Dissolversi o irrigidirsi sono due esiti opposti della stessa impresa: dare forma alla propria originalità/individualità/personalità. Questo processo delicato, se non evolve positivamente, genera sofferenza, fa sentire   una debolezza interiore che diventa fonte di reazioni a catena esteriori, come ansia di prestazioni, paura di perdere le proprie sicurezze economiche ed esistenziali, senso di impotenza nello stare nei grandi scenari, ricerca di soluzioni semplificanti e forti, comunicazioni aggressive per proteggersi da potenziali nemici.…Oggi nelle vicende scolastiche sono aumentate vertiginosamente le crisi di panico, di ansia; gli abbandoni da parte di chi va anche bene a scuola, gesti irrazionali e violenti dentro una apparente normalità di vita…

Il mio lavoro e l’impegno educativo vissuto anche in associazioni mi hanno fatto toccare con mano quanto sia vera per l’oggi l’espressione di un detto africano: “per fare un bambino (possiamo dire anche un uomo e una donna) ci vuole un villaggio”. Nessuno da solo può pensare di tenere tutto sotto controllo, o pensare di essere all’altezza di tutti gli imprevisti. Siamo in una condizione di vulnerabilità strutturale, da non nascondere come se fosse una colpa, ma rivelativa della nostra vera natura forte ma anche limitata e fragile, da giocare in una partita con altri giocatori (genitori, docenti, educatori, adulti significativi, parenti, vicini di casa…).

Per poter giocare con altri, prima credo necessario accogliere dentro di sé la propria vulnerabilità, il che aiuta a far pace con le fragilità degli altri e riconoscere come ricchezza e non come sconfitta il ricorrere al parere e all’aiuto di altri. Vanno superati l’illusione individualista e il delirio di onnipotenza, mai del tutto spento.

Molti altri atteggiamenti nella relazione con i giovani possono favorire un’azione educativa cooperativa, tra questi richiamiamo i seguenti:

  • la pazienza di accompagnare per tempi e vie lunghe, a volte apparentemente inutili. “Perdere tempo” ascoltando, osservando è l’unico modo per “guadagnare tempo”.
  • la parzialità di ogni intervento, anche delle proprie migliori strategie, perché nessuna azione è risolutiva. Diventa importante agire e poi fare posto con fiducia ad altri per tempi e spazi diversi della vita
  • il lasciar essere una pluralità di linguaggi, di approcci, di vie che aiutano a dare nome a una complessità reale. E’ perdente voler dominare il mondo riducendolo dentro idee troppo strette e piccole.
  • Un’onesta franchezza nelle relazioni che si appella non a doveri assoluti ma a responsabilità possibili, da assumere in prima persona prima di chiedere ad altri di giocarsi. Non “armiamoci e partite”! ma compromettersi per primi.

Accogliere la propria finitudine può portare a essere fatalisti e relativisti, oppure può essere il modo con il quale sperimentare la bellezza delle alleanze educative e della novità imprevedibile di ciascuna persona, giovane o adulta, con la quale accompagnarsi verso una maggiore profondità di sé e una autenticità che chiede di essere chiamata finalmente con il nome giusto. Dalla superficie ruvida e a volte frammentata e violenta può aprirsi un varco verso una profondità a cui dare forma, nome, storia all’insegna del rispetto e della delicatezza. Questo passaggio può anche, con grande sofferenza, non accadere mai o accadere quando non lo si pensa più. Le avventure educative più belle sono quelle che   accendono l’intuizione che questo percorso personale è possibile e lo si inizia ad intraprendere, non senza fatica.

Dalla mia limitata esperienza educativa ritengo che lungo questi percorsi ci siano stati sempre molti giovani desiderosi e in attesa di un segnale, sia trent’anni fa che oggi: non siamo in un tempo impossibile, solo diverso da prima ma ricco di opportunità da non sprecare.

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