Consigli di lettura Editoriale

Essere donna: un dono da coltivare o una penalità? – di Alessandra Mazzei

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Donne nel mondo del lavoro: un contesto difficile

Diverse ricerche e indagini giornalistiche segnalano la condizione critica delle donne nel mondo del lavoro, anche nei paesi cosiddetti avanzati. Le donne sono retribuite meno e hanno lavori più precari rispetto ai loro colleghi uomini; spesso sono costrette a firmare lettere di licenziamento in bianco al momento dell’assunzione o perdono la posizione al rientro dal congedo per maternità; subiscono abusi, ricatti, commenti inopportuni. Addirittura esiste un “tetto di cristallo”, cioè un’invisibile barriera che impedisce alle donne di raggiungere posizioni di vertice negli organigrammi aziendali. E’ paradossale che, a fronte di tanti difficoltà, le aziende funzionano meglio quando nei consigli di amministrazione siedono molte donne.

Le statistiche, già dolorose, quantificano l’intensità del problema. Ma poiché astraggono dai casi specifici, per certi versi attenuano il fenomeno. Proviamo però a immaginare le storie di dedizione e impegno che vengono deluse e tradite da trattamenti discriminatori. Quanta infelicità si cela dietro queste statistiche.

Sembra che la femminilità, dall’essere un dono meraviglioso, possa trasformarsi in una penalizzazione che possa precludere la realizzazione della propria vocazione.

Possibili interventi

In queste righe non menzioniamo altre situazioni ancora più gravi che connotano la condizione femminile nel mondo. Soprattutto nei paesi in guerra e con sistemi giuridici e culture sfavorevoli alle donne, come ci ha ricordato l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Nadia Murad e a Denis Mukwege. Ci soffermiamo invece sul piano della vita professionale per richiamare possibili interventi.

Gli interventi legislativi, sanciscono delle tutele o impongono alcune azioni. Per esempio le “quote rosa”, cioè l’obbligo di riservare alle donne un determinato numero di posizioni nei consigli di amministrazione o nelle liste elettorali. L’utilità degli interventi legislativi è quella di definire le regole. Rompono meccanismi che altrimenti si perpetuerebbero per inerzia e innescano così il cambiamento.

Gli interventi aziendali volontari, consistono in progetti per favorire la valorizzazione delle donne. Per esempio, i programmi di diversity management per facilitare la conciliazione tra vita di lavoro e famiglia, attraverso la presenza di asili in azienda o l’orario flessibile. Molte aziende adottano anche codici di condotta come quelli contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono interventi importanti perché aprono spazi concreti per valorizzare le specificità delle donne.

Gli interventi culturali sono quelli volti a creare consapevolezza e comportamenti corretti. Le donne vanno valorizzate perché, come ogni individuo, sono portatrici di un’identità unica. Non perché appartengono a una categoria più debole da proteggere. Sviluppare cultura significa animare dibattiti, dare voce a chi non trova spazio di espressione, interpellare i meno sensibili, attivare progetti concreti. L’obiettivo è assicurare a tutti, incluse le donne, la possibilità di esprimere e coltivare i propri talenti.

I protagonisti

Chi potrebbe giocare un ruolo cruciale in questo percorso di rinascita culturale? Innanzitutto gli uomini. Loro possono essere i migliori sostenitori della valorizzazione delle donne ed essere i più ascoltati da altri uomini. Il sostegno degli uomini è necessario perché si tratta di un cambiamento culturale che beneficia tutti.

E le donne? Innanzitutto lavorare su noi stesse, per avere maggiore autostima ed essere più assertive. La sottovalutazione e la discriminazione trovano terreno facile davanti agli atteggiamenti remissivi. Esistono programmi per migliorare la propria capacità di affermare le proprie prerogative nel rispetto degli altri. Inoltre le donne possono cogliere l’opportunità di porre i semi di un cambiamento radicale nelle generazioni future nel loro ruolo di educatrici in famiglia, a scuola, nelle parrocchie e così via.

Un obiettivo: la propria vocazione

In fondo si tratta di un obiettivo semplice: creare un mondo nel quale tutti possano coltivare i propri talenti per rispondere alla chiamata e realizzare la propria vocazione.

Alessandra Mazzei, socia di Ac e professore associato presso la Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità all’Università IULM di Milano

2 Commenti

  • Con Maria Dutto nel lontano 1972 fondammo a Milano il Gruppo Promozione Donna – al quale partecipavano o singole persone o le responsabili o le rappresentanti della “parte” femminile di aggregazioni laicali cattoliche – per dare un contributo da cristiane all’allora neofemminismo. Siamo state “in vita” per ben quarant’anni e alla fine abbiamo deciso la chiusura dell’esperienza. Ma, sentendoci ancora fra ex, ci accorgiamo che poco o nulla è cambiato nella condizione della donna, soprattutto e purtroppo nella Chiesa nonostante Mulieris digitatem, gli interventi ora di Papa Francesco. Penso che se nella Chiesa si superasse il protagonismo unicamente maschile per una autentica collaborazione e condivisione di responsabilità, anche nella società civile e soprattutto nella sub cultura maschile molte cose cambierebbero. Molti passi sono ancora da fare, ma ascoltando lo Spirito questo è possibile.

  • L’articolo di Alessandra Mazzei è molto interessante e stimolante. Mi fermo per focalizzare un punto che ritengo centrale e importante. «Sembra che la femminilità – dice Alessandra Mazzei – , dall’essere un dono meraviglioso, possa trasformarsi in una penalizzazione che possa precludere la realizzazione della propria vocazione». Questo è il nodo. Concordo sul fatto che le donne nel mondo del lavoro vivono un contesto difficile ma, in situazioni di difficoltà «le aziende funzionano meglio quando nei consigli di amministrazione siedono molte donne». Questo avviene perché c’è stato un cammino di inclusione, che concretamente significa valorizzazione e ascolto delle donne! Se nel mondo del lavoro il contesto delle donne è difficile, non lo è da meno quello delle donne nella Chiesa. Nell’aprile 1981 C. M. Martini partecipa al convegno di Milano Per una Chiesa in ascolto della donna e dice: «La Chiesa deve porsi in ascolto. Deve lasciarle esprimere da protagoniste. Il loro modo di leggere, interpretare la vita ha una valenza che deve segnare un cammino pastorale che non può vedere le donne perennemente soggette o brave e fedeli esecutrici, quasi vergognose o timide di fronte alla forza che potrebbero esprimere in novità». Dopo 37 anni le domande profetiche di C. M. Martini vengono riprese e ratificate da papa Francesco: «Anche nella Chiesa è importante chiedersi: quale presenza ha la donna? Io soffro – dico la verità – quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio – che tutti noi abbiamo e dobbiamo avere – che il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di “servidumbre”. Non so se si dice così in italiano. Mi capite? Servitù. Quando io vedo donne che fanno cose di “servidumbre”, è che non si capisce bene quello che deve fare una donna. Quale presenza ha la donna nella Chiesa? Può essere valorizzata maggiormente? E’ una realtà che mi sta molto a cuore» (La donna nella Chiesa servizio non servitù, Avvenire, 13 ottobre 2013). Se è vero «che il papa manifesta una grande attenzione e un grande, vero amore per le donne», afferma Lazzarini su Famiglia Cristiana, «nella Chiesa di passi avanti non ne abbiamo visti. Il Sinodo era una grande occasione, ma è stata persa. Detto ciò noi riponiamo grande fiducia in lui e tanto amore, ma vorremmo vedere dei cambiamenti reali. Per esempio, includendo le donne nei principali processi decisionali della Chiesa, poi superando quel clericalismo di cui lui stesso ha parlato. Clericalismo che potrà essere superato solo con un maggior protagonismo delle donne. Perché la tentazione di una casta tutta al maschile è davvero forte e si ricadrebbe nuovamente in questo peccato (di clericalismo)».

    Due suggerimenti / proposte

    1 – Le donne e i laici, in quanto battezzati, traducono e commentano la Parola di Dio, la insegnano nelle università. Perché non lasciarli predicare la Parola di Dio? «Pensate quante donne – dice il monaco Enzo Bianchi – insegnano la Parola di Dio ai bambini, ai ragazzi? La dottrina chi la fa se non suore o donne? La catechesi chi la fa se non sono le donne? Continuo a chiedermi perché nel Medioevo a Ildegarda di Bingen era possibile predicare ai vescovi, addirittura il papa è andato a sentirla nelle varie cattedrali in Germania a partire dalla quella di Colonia? Perché altre donne hanno ricevuto nel Medioevo il mandato a predicare assieme ad alcuni laici, mentre oggi è impossibile che abbiano la predicazione? Se sono battezzati, competenti, perché il vescovo e l’autorità della Chiesa non può dare questo mandato? Una delle cose più belle la trovate nella cattedrale di Marsiglia. Sull’ambone è scolpito un bassorilievo straordinario dove è raffigurata Maria di Màgdala che predica. Questo nella cattedrale di Marsiglia! Ricordatevi questa frase «ciò che tocca tutti, da tutti deve essere discussa e deliberata». Questo è un principio Medievale elaborato dalla Chiesa cattolica, non dal diritto ne greco e ne romano. E’ un principio cattolico perché non lo mettiamo in pratica un po’? Perché non diamo voce alle donne? La domenica avere un’omelia presidiata dal prete che chieda ad una donna preparata, in gamba, riconosciuta dalla comunità e dal vescovo, un messaggio come fece la Samaritana».

    2 – Nella Bibbia e nei Vangeli la presenza delle donne non solo è notevole, ma molto qualificante. L’umanità di Gesù è arricchita dalla loro presenza per il semplice fatto che le include tra i suoi discepoli, non sono escluse o emarginate. Un comportamento che suscita lo scandalo di scribi, farisei e degli stessi discepoli che, in più occasioni, non capiscono il comportamento di Gesù. Tra le discepole ci sono anche le donne. Sono loro, in primis Maria di Màgdala, a portare la speranza e l’annuncio della risurrezione di Gesù ai discepoli impauriti, scoraggiati, depressi, delusi e increduli. In un paese di montagna, nello stupore di tutti i presenti, nell’omelia un parroco disse «Guardate che nel Vangelo ci sono anche le donne». E’ questo che manca nelle omelie, nella catechesi, nelle conferenze, nella meditazione della Parola di Dio. Bisogna “ascoltare” le donne della Bibbia e dei Vangeli. I laici, donne e uomini, devono far presente questa necessità evangelica ai loro sacerdoti e parroci.

    Ringrazio Alessandra Mazzei per gli stimoli che mi ha suscitato il suo articolo che ho molto apprezzato. Grazie!

    Silvio Mengotto

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