Consigli di lettura Editoriale

Europa, un grande progetto di pace

giacomo perego

Tra poche settimane milioni di europei saranno chiamati a votare per rinnovare il Parlamento dell’Unione Europea per i prossimi cinque anni, eppure in Italia sembra che la campagna elettorale sia più simile ad una disputa locale che ad una continentale.

Quello che ci manca è una visione politica come italiani sull’Europa così come la conoscenza di come incide sulle nostre vite  quotidiane.

Non credo sia solo colpa di un elettorato malinformato, ma dei media, che spesso creano molta confusione, e della classe politica, cui certamente un’Istituzione superiore opaca e lontana è utile per avere un capro espiatorio all’occorrenza. Alimentare una certa narrazione contribuisce a farne assimilare in chi ascolta la credenza che sia vera. Certamente la situazione a livello europeo è complicata, con squilibri di potere che non hanno consentito, per interessi e protagonismi nazionali, di realizzare veramente il passaggio da un’Europa continentale ad una politica. Se il progetto europeo è rimasto a metà è per buona parte per il tatticismo tra Paesi comunitari, una prevaricazione del bene particolare sul progetto comunitario. Ci sono però, ovviamente, anche tanti meriti raggiunti che vanno riconosciuti.

Il primo, più importante e purtroppo dato per scontato, è il passaggio da un’Europa perennemente in guerra ad un’Europa di pace. Questo è ciò che aveva sognato quella classe dirigente che aveva trascorso la propria giovinezza e vita adulta tra la trincea ed il nazifascismo. L’esperienza di due guerre mondiali spinse quella generazione a creare un qualcosa che potesse farsi solido garante della pace tra le nazioni affinché gli orrori del ‘900 e dei secoli precedenti non si ripetessero più. Interessi nazionali che per secoli sono stati il criterio con cui ci si dichiarava guerra l’un l’altro, oggi dovrebbero essere superati all’insegna di un piano politico unico ed omogeneo all’interno dell’Unione. In questo discorso si capisce anche il secondo grande risultato che ha accompagnato questo processo: da Europa dei totalitarismi, ad Europa della democrazia e dei diritti dell’uomo. Come per tutti quei paesi ex sovietici che poco tempo dopo aver conquistata la propria libertà ed indipendenza hanno avviato la procedura per chiedere l’ingresso nell’Unione. Ma non solo questo: l’Europa è anche quella della cultura comune e dei localismi. Tutto ciò ne fa una unicità non solo sul piano del diritto pubblico (non è né una confederazione né una federazione di Stati) ma soprattutto a livello politico-ideologico la cui vocazione  è quella di tenere insieme il particolare in una dimensione continentale. Questo piano dovrebbe essere immediato se pensiamo al flusso di denaro che questa Istituzione assorbe per redistribuirla tra i Paesi membri in progetti sociali, ambientali, rurali o agricoli. Penso ad importanti opere pubbliche di restauro, conservazione o di innovazione in ambito urbano, ambientale e rurale finanziate col contributo dell’Unione Europea. Penso anche agli investimenti sui giovani con la possibilità di partecipare ai bandi Erasmus, o le recenti norme sull’obbligo dei tirocini retribuiti. Penso alle cose che ci hanno migliorato la vita come l’eliminazione del roaming dati in Europa o il trattato di Schengen. Tutte queste sono cose importanti che dovrebbero essere il primo terreno di conoscenza e giudizio dell’Unione Europea, perché certamente il più tangibile. Oggi le persone si spostano con una spontaneità sorprendente che chi è stato distratto negli ultimi vent’anni non se n’è accorto. Andare a Berlino, Londra, Lisbona, Budapest o Parigi è come fare una gita al mare di un fine settimana. Le persone si spostano per lavoro, per studio, per viaggi e per affetti ad una velocità che è più efficiente che spostarsi con i mezzi pubblici all’interno della stessa regione. Ecco perché è importante questo lavoro di facilitazione e di armonizzazione dentro lo spazio comunitario.

Ed ecco perché tutta la discussione dei nostri tempi sulla questione europea agli occhi del mondo giovanile appare lontana ed incomprensibile.

Durante tutto il mio periodo scolare, dalla metà degli anni ’90 ai primi anni del 2000, ricordo benissimo il clima enfatico che si respirava a scuola su questo processo. Dalla caduta del comunismo nell’est europeo, è stata tutta un’accelerazione verso l’integrazione politica del vecchio continente con l’accoglimento di nuovi paesi membri, una moneta unica ed uno spazio in cui merci e persone potessero circolare senza ostacoli burocratici. C’è da domandarsi che ne è stato di quell’entusiasmo e degli ideali propulsori e che cosa ne abbiamo fatto. C’è da chiedersi, credo, cosa sia l’Europa oggi e cosa vorremmo che fosse. Non un teatrino da beghe locali, ma un grosso progetto di pace e giustizia di un continente che si faccia coraggioso generatore di risposte alle domande complesse che chiede il nostro tempo in Europa come nel mondo.

Giacomo Perego

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