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Verso il Sinodo dei giovani – intervista al prof Antonio Montanari

facoltà teologica

 “Verso il Sinodo dei giovani: la forma evangelica della fede”: questo il titolo del corso strutturato in quattro tappe, che si svolgerà da sabato 14 ottobre a sabato 18 novembre presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. Incontriamo il prof. Antonio Montanari, che terrà la seconda lezione (sabato 21 ottobre) dal titolo “La fede alla prova del tempo.

Prof. Montanari, il corso si pone una domanda: come custodire l’esperienza di fede e trasmetterla in modo appropriato in un tempo in cui l’esercizio della fede, anche da parte di adulti non è più scontato?

Il corso è stato organizzato grazie ad una collaborazione fra il Centro Studi di Spiritualità della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), l’Arcidiocesi di Milano e il Centro regionale Vocazioni, e già questo fatto è significativo. Ci ha infatti consentito di avviare una riflessione articolata, che fa convergere sulle tematiche proposte dal Sinodo ‒ i giovani, la fede, il discernimento vocazionale ‒ l’attenzione sia dei teologi che degli operatori pastorali. Questa sinergia è certamente fruttuosa sia per la pastorale, che si trova sostenuta da alcuni solidi strumenti di riflessione, sia per la teologia che, in questo modo, non perde il contatto con la concretezza della vita.
Riguardo poi al tema della trasmissione della fede, non si può ignorare che esiste un rapporto intrinseco tra la forma che la vita cristiana assume in una determinata epoca e il contesto storico che la sostiene. Oggi è risaputo che l’apertura alla trascendenza, prima ancora che avversata, è ritenuta semplicemente irrilevante e questo fatto non può essere ignorato quando si tratta di riproporre la questione di Dio. Occorre pertanto individuare le modalità corrette per parlare della sua rilevanza, non in astratto, ma per l’esistenza concreta dell’uomo. Inoltre, nella fatica di diventare adulti ‒ che oggi tocca tutti, e non solo i più giovani ‒ credo che sia importante tenere insieme i fili di quella rete simbolica che regge l’esistenza e, al tempo stesso, mantenere vive la storia e la memoria, grazie alle quali si trasmette il senso della vita e, con esso, la fede. È questo il motivo per cui abbiamo voluto che, nei nostri in contri, alle relazioni seguisse uno spazio di condivisione e di dialogo (il laboratorio), necessario per coordinare la pluralità delle articolazioni pastorali con un fondamento che garantisca l’oggettività della comunicazione.

Come questo corso cercherà di “farsi aiutare” dai giovani per comprendere come oggi custodire l’esperienza di fede e trasmetterla nel modo adeguato?

In realtà, il corso non si rivolge immediatamente ai giovani – che certamente non sono esclusi dalla riflessione – ma agli educatori e agli operatori pastorali. Il motivo è facile da intuire. È agli operatori pastorali che è affidata la responsabilità di garantire una mediazione fra la Chiesa e i giovani e di coordinare il dialogo vero e proprio. Il nostro compito invece si colloco un po’ più a monte, in quanto intende offrire agli operatori qualche strumento di riflessione, che consenta da un lato di evitare gli atteggiamenti troppo rigidi di chi riesce a intravvedere solo le derive della nostra cultura, e dall’altro di riconoscere, pur nella confusione delle attuali ricerche “spirituali”, non solo esigenze reali di interiorità, ma anche una ricerca di senso e l’aspirazione a un compimento della propria umanità, che non trova soddisfazione nella spirale innescata dalla cultura dei consumi. Si comprende così il motivo per cui la nostra proposta si articola intorno al tema della «forma evangelica» della fede e non si dedica immediatamente alle «forme» che deve assumere una fede adeguata per i giovani. La convinzione che sostiene la nostra proposta è infatti che e si può parlare di uno specifico dell’età giovanile e, quindi, di una spiritualità giovanile, solo a patto di pensare all’età giovanile in funzione della pienezza dell’uomo adulto. Si comprende così l’articolazione dei temi che abbiamo ritenuto fondamentali: il discernimento vocazionale in vista di una condizione di vita definitiva; i passaggi di iniziazione necessari per giungere a una scelta; e la cura per l’altro dentro la fedeltà quotidiana che la vita richiede.

Come dunque riuscire a rendere i giovani protagonisti in un contesto, anche ecclesiale che ancora troppo spesso li considera solo “oggetto” dell’azione pastorale?

Si ripete spesso – forse con eccessiva facilità – che occorre rendere i giovani protagonisti, perché il futuro è nelle loro mani. Al tempo stesso, però, ci si lamenta che sono un soggetto debole, vulnerabile, non affidabile, incapace di fedeltà. Anche a questo riguardo sarebbe utile superare alcuni luoghi comuni ‒ talvolta equivoci ‒ diffusi nel linguaggio degli adulti quando parlano dei giovani. Il percorso che offriamo vuole fare chiarezza anche su questo modo equivoco di parlare dei giovani. Un esempio può chiarire quanto sto dicendo. Charles Taylor, un filosofo canadese che si è occupato a lungo dei rapporti tra modernità e religione, ha colto nell’individualismo uno dei mali più insidiosi della nostra società. Egli ritiene infatti che il dramma dell’uomo di oggi – che riguarda tutti, e non solo i giovani – consista proprio nel rinchiudersi intimisticamente dentro la «gabbia dorata dell’adorazione di sé», fino a dimenticare l’altro che ci sta accanto. Taylor ha definito questo fenomeno «individualismo dell’autorealizzazione». Esso trova espressione in un modo di pensare che fa sì che le persone ruotino esclusivamente intorno a se stesse, svuotando di contenuto ogni valore legato all’impegno per qualcosa che vada al di là dell’io. Ne è una prova il diffuso disinteresse per la società, percepita esclusivamente come ordinata alle aspettative e alle esigenze del singolo. In un contesto culturale profondamente segnato da questo «individualismo dell’autorealizzazione», anche il termine «protagonismo», abitualmente impiegato per riferirsi all’impegno dei giovani, rischia di assumere quei tratti equivoci che ho appena delineato. Per cui mi sembra che sarebbe più opportuno aiutarli a riscoprire un’autentica dimensione relazionale del vissuto umano che a ricercare forme di protagonismo. E ciò non è meno rilevante quando la proposta riguarda la fede, che non è mai un’esperienza individuale, ma sorge dentro la relazione. La fede, infatti – come ha ripetuto in diverse occasioni papa Francesco – è un «incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo». È cioè una relazione che nasce dall’incontro personale con il Signore Gesù, che investe gradualmente tutte le dimensioni dell’esistenza. E proprio perché l’incontro con Gesù è mediato dai segni della testimonianza cristiana, abbiamo voluto mettere a tema nei nostri incontri anche i legami familiari e i legami comunitari, che sollecitano di conseguenza a ripensare le pratiche pastorali e i percorsi educativi destinati ai giovani, proprio perché essi non siano solo “oggetto” dell’azione pastorale, ma possano scoprire il loro posto, dentro la verità di autentiche relazioni umane ed ecclesiali.

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