Consigli di lettura Editoriale

Fare inclusione nelle scuole, cosa vuol dire? – di Paola Cova

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La notizia è di questi giorni e rapidamente i media l’hanno fatta risuonare provocando un grande dibattito, frasi forti, a volte fuori luogo, una reazione di risposta civile generosa per molti impensabile. Mi riferisco alla decisione del Sindaco di Lodi di allontanare alcuni bambini stranieri dalla mensa scolastica.

Non mi soffermo sui dettagli che sono ormai noti ai più, ma da questa vicenda voglio prendere spunto per ricordare, per prima a me stessa, cosa voglia dire fare, nelle scuole, inclusione.

Lavoro in un Istituto dove la percentuale di ragazzi stranieri è molto alta. Negli anni ho imparato che l’inclusione non è una attività che si fa per accogliere un bimbo nuovo e che dura un tempo limitato. E’, piuttosto, un processo che richiede cura e tempo. Coinvolge, nel suo attuarsi, tutti: docenti, famiglie, alunni. Investe la sfera educativa, sociale, affettiva. Prima che sulle persone interviene sul contesto, modificandolo continuamente in modo che gli alunni, indipendentemente dalle abilità, dal genere, dalla lingua, dall’origine etnica, si sentano valorizzati e accolti con pari opportunità. Si è chiamati cioè ad eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita sociale, educativa e didattica dei bambini e delle loro famiglie. Un lavoro complesso, certamente, ma indispensabile per educare al grande valore della convivenza pacifica e della cittadinanza bambini che saranno gli adulti del nostro domani.

E’ una grande sfida quella che ogni giorno moltissimi insegnanti accettano: costruire una scuola in cui ogni persona e ogni bambino si senta parte di un tutto, nel rispetto delle proprie individualità che è fatta soprattutto di differenze. Perché una scuola è veramente inclusiva quando insegna a vivere con esse, quando le considera, in tutte le sue forme, una ricchezza, una risorsa, e non un limite.

Una scuola, poi, è inclusiva quando fornisce a tutti le stesse opportunità di partecipare fornendo il proprio e personale contributo, quando valorizza, da spazio, costruisce percorsi. Quando è capace di rispondere ai bisogni e ai desideri di ogni alunno, facendolo sentire parte di un gruppo che lo riconosce, lo rispetta e lo apprezza. E’ una scuola fondata sulla gioia di incontrare l’altro anche se diverso da me, vedendolo come una straordinaria occasione per imparare cose nuove.

Infine, la scuola inclusiva non è l’eccezione ma la regola: tutti abbiamo bisogno di essere accettati, accolti, valorizzati. Non è una questione di etnia, età, o di qualche cromosoma in più o in meno … è la nostra umanità che ci rende bisognosi di attenzione!

Termino riportando un semplice aneddoto. Nella mia classe ho bambini che provengono da diversi Paesi. Fin dalla prima, ogni volta che festeggiamo insieme un compleanno cantiamo la tradizionale canzoncina. Prima solo in italiano, poi con il passare degli anni si sono aggiunte altre lingue: l’arabo, lo spagnolo, il cinese, il filippino, l’inglese. Durante l’ultima “festicciola”, soprattutto per una questione di tempo, ho saltato questo rituale limitandomi a proporre la versione italiana. Al momento nessuno ha detto nulla, poco dopo sono stata chiamata fuori dalla classe. Al mio rientro tutti stavano cantando al compagno la canzoncina nella loro lingua …. “Non era giusto, Paola, anche lui deve avere la festa grande come l’abbiamo avuta tutti noi, tu non potevi ci abbiamo pensato noi” hanno detto i bambini.

Un esempio banale ma che insegna molto soprattutto a noi adulti.

Paola Cova, insegnante e socia di Azione Cattolica ambrosiana

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