Editoriale Media

Federica Rossi – La formazione universitaria ai tempi del Coronavirus

Foto Federica Rossi

Federica Rossi è  socia di Azione Cattolica e assegnista di ricerca in economia presso il Politecnico di Milano. E’ stata assegnista di ricerca presso il Cranec e responsabile dell’Osservatorio di Dinamiche Economiche a Lugano. Le abbiamo chiesto come la formazione universitaria è cambiata e quali prospettive vede.

La pandemia causata dal Coronavirus ha avuto effetti non scontati sull’università italiana e sulla modalità di erogazione della didattica durante i mesi del lockdown.

Ci sono state luci e ci sono state ombre, ma nel complesso il sistema universitario ha retto bene il cambiamento richiesto dalla contingenza e alcune iniziative intraprese hanno mostrato la loro efficacia ed utilità.

Per non bloccare i lavori e continuare a far funzionare il sistema, infatti, sono stati adottati almeno due tipi di “didattica a distanza”, che potrebbero essere mantenuti in forma diversa e rimodulata anche alla ripresa di settembre, senza che per forza debbano riesplodere i contagi.

Il primo tipo di didattica è stato quello della “lezione live”, come se la spiegazione si fosse tenuta in classe dal vivo, con la possibilità da parte degli studenti di intervenire e porre direttamente domande nel caso non si fossero compresi alcuni passaggi. Questa via è stata alquanto apprezzata e utile, sia per i docenti che per gli studenti.

La seconda modalità, invece, è stata quella delle lezioni pre-registrate e caricate su una determinata piattaforma, con il rischio però che anche in futuro questa modalità possa scoraggiare la presenza degli studenti e la loro interazione. Questo tipo di “didattica a distanza” è molto più simile a un tutorial, con basso livello di approfondimento e limitata interazione fra docente/studente e fra gli stessi studenti.

Durante i mesi della “clausura forzata” è stato messo in campo uno sforzo enorme da parte degli uffici di supporto tecnico: creare e gestire “aule virtuali”, a volte anche da 300 persone, non è stato semplice e neppure banale.

Possiamo dire – e ne abbiamo avuto conferma io e i miei colleghi – che in alcuni casi la didattica a distanza ha invogliato gli studenti a seguire con maggior interesse e attenzione le lezioni, da una parte perché si era costretti in casa senza poter uscire, dall’altra anche per una questione di comodità; sappiamo bene come per molti studenti il pendolarismo sia spesso e volentieri caratterizzato da “viaggi della speranza” sui vagoni di Trenord, con il forte disincentivo a partecipare a tutte le ore di lezione in programma. La possibilità di utilizzo della “didattica a distanza” – perché usufruita da persone più adulte rispetto a quelle della scuola dell’obbligo – è stato più gestibile e più apprezzato. Questo perché si è anche avuta la possibilità di vedere i propri docenti come persone “più umane”, meno severe e austere, mostrando spaccati della loro vita quotidiana: durante le lezioni, infatti, gli sfondi erano spesso le cucine, i soggiorni e in alcuni casi gli studi casalinghi. È capitato anche di veder passare dietro al professore i figli piccoli travestiti nei modi più improbabili (da Zorro a bellissime principesse), oppure figli adolescenti che facevano le boccacce.

Se la “didattica a distanza” ha avuto aspetti positivi, ce ne sono stati anche di negativi: gli studenti che dovevano svolgere un tirocinio obbligatorio nel corso di studi si sono trovati a non poter vivere in presenza questa esperienza; in questi casi, la “didattica a distanza” ha trasformato il tirocinio da esperienza professionalizzante ad attività puramente compilativa, tanto per avere dei crediti e velocizzare il conseguimento della laurea.

Vi sono stati, poi, non pochi problemi per quanto riguarda la “ricerca” tout court: si pensi ai dottorandi oppure ai ricercatori in materie sperimentali, i quali non hanno potuto aver accesso ai laboratori (per esempio di chimica, di fisica, di biologia, etc.) e con borse di studio magari in scadenza e non rinnovabili. Durante i mesi della pandemia si sono trovati ancora una volta ad essere i dimenticati tra i dimenticati del sistema universitario italiano.

Tra le ombre e gli svantaggi di questa differente modalità di fare lezione c’è quella che rischia di portare all’alienazione dello studente, causata dal fatto di non relazionarsi più con nessuno, né con i compagni di corso né con il professore. Per i docenti, poi, lo svantaggio è quello che sembra di parlare da soli davanti a uno schermo e che quando si chiede di spegnere le videocamere per meglio supportare la lezione non si vedono più in faccia gli studenti, non si capisce se si stanno annoiando o meno, se stanno attenti, se capiscono gli argomenti.

La mia esperienza di questi mesi mi ha mostrato una “didattica a distanza” vissuta dagli studenti con atteggiamento serio, educato ed ordinato. C’era da parte loro l’interesse e il desiderio di mettersi in gioco e di ascoltare attentamente, nonostante la modalità insolita.

È però lampante come “la didattica a distanza” non potrà mai essere la sola e unica modalità per fare ed essere università: ha consentito a tanti studenti di potersi laureare, di non rimanere indietro con gli esami e così via. Tuttavia, la formazione universitaria e l’educazione sono ben altro e passano necessariamente per uno scambio personale tra insegnante e alunno in presenza.

Proprio in queste settimane cominciano ad essere pubblicati studi accademici sugli effetti sociologici e psicologici del lockdown sia sui bambini più piccoli sia sui ragazzi e universitari – che mostrano come non si possa fare a meno dell’apprendimento in presenza.

Purtroppo, ad oggi, non abbiamo ancora risposte istituzionali convincenti sulla ripartenza a settembre.

In questo Paese, infatti, non si è ancora capito un concetto fondamentale: l’investimento in capitale umano (scuola, università e formazione) è la chiave di volta della crescita economica, della lotta al populismo, all’ignoranza e ai sentimenti fascisti e razzisti. In Italia ci si continua a lamentare del basso tasso di natalità e della bassa percentuale di laureati (la peggiore in Europa): i bambini, gli adolescenti e i ragazzi che abbiamo vengono però ignorati. Ancora oggi le politiche loro dedicate sono le ultime a cui si pensa e sulle quali si investe. Perché il Paese possa ripartire e abbattere le proprie disuguaglianze interne è necessario, allora, investire nella scuola, nell’università, nella ricerca. Non c’è più tempo e la crisi causata dal Coronavirus potrebbe essere l’ultima chance.

Federica Rossi, Phd

Assegnista di ricerca in economia presso il Politecnico di Milano

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