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Francesca Lorenzini – La scuola primaria ai tempi del Covid

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Francesca Maria Lorenzini è socia di Azione Cattolica e insegnante alla scuola primaria Manfredini di Varese. Le abbiamo chiesto come ha vissuto la didattica a distanza e il rapporto con i suoi studenti durante la pandemia.

Domenica 23 febbraio, quando ci venne comunicata la chiusura della scuola per una settimana, nessuno avrebbe mai immaginato quello che ci avrebbe atteso. Quei primi giorni di chiusura, che coincidevano con il ponte di Carnevale, sono stati vissuti come una vacanza, convinti che si sarebbe ripreso come al solito il lunedì successivo. Così però non è stato: di volta in volta, allo scadere del temine previsto, la chiusura è stata prorogata e le restrizioni sono aumentate sempre più. Abbiamo capito che non c’era altro tempo da perdere: la scuola, nonostante tutto, doveva proseguire. Così, da inizio marzo, ci siamo avventurati, un po’ allo sbaraglio, nel magico mondo della didattica a distanza. Non è stato per niente semplice, tutti noi siamo stati colti impreparati. Quella che abbiamo praticato in questi mesi è stata una didattica a distanza di emergenza, che abbiamo dovuto inventare dal nulla, giorno per giorno, senza nessuna preparazione specifica.

All’inizio ci siamo confrontati a livello di istituto e ogni grado di scuola ha proposto delle modalità consone all’età scolare dei suoi alunni. Noi maestre della primaria abbiamo incominciato inizialmente caricando il materiale da noi preparato (schede, videospiegazioni, esercizi…) su una piattaforma in cui abbiamo creato una classe virtuale dove gli alunni potevano trovare tutto ciò che era loro necessario per il lavoro. La settimana successiva, vedendo che le previsioni del rientro in presenza erano sempre più lontane, abbiamo incominciato a testare con alcune classi le videochiamate, che sono state anche una bellissima possibilità di rivedersi tra compagni e insegnanti. Le prove hanno dato buoni risultati, abbiamo perciò esteso a tutta la scuola questa nuova modalità e, nel giro di una settimana, abbiamo strutturato un orario per le videolezioni quotidiane con gli alunni, tenendo conto delle esigenze dei più piccoli e dei più grandi. Abbiamo dovuto imparare tutto mentre lo facevamo, per tentativi ed errori, con i limiti dei dispositivi e della connessione che avevamo a disposizione noi insegnanti e i nostri studenti, autocorreggendoci in itinere, lavorando molto più di prima. La didattica a distanza di emergenza non è stata una scelta, ma una necessità per poter conseguire due scopi: stare vicino ai nostri alunni in un tempo così difficile, senza perdere nessuno, e continuare a fare scuola senza rischiare la vita e la salute.

Tra i due il più importante è stato sicuramente il primo: da socia di AC, insegnante di una scuola paritaria di ispirazione cattolica, l’esperienza di questi mesi è stata davvero una sfida perché ha messo alla prova la mia missione educativa che affonda le radici nell’insegnamento cristiano. Certo non posso paragonarmi agli eroi, medici, infermieri che hanno combattuto in prima linea la battaglia contro il Covid, ma anch’io mi sono sentita arruolata, seppur nelle retrovie, per essere di aiuto, per alleviare le fatiche dei miei alunni e delle loro famiglie. I bambini infatti hanno sofferto tantissimo questa situazione, costretti a stare in casa da un giorno all’altro, senza poter vedere i loro amici, i loro insegnanti, senza capirne il perché, magari alcuni con nonni e genitori che erano risultati positivi. I genitori, che soprattutto alla primaria erano indispensabili alleati per poter attivare la didattica a distanza, sono stati investiti di un ruolo che non era il loro. Quanti bambini in crisi, famiglie che chiedevano aiuto perché non sapevano come fare con i loro figli. Mi sono sentita di avere davvero una responsabilità nei loro confronti: avevano bisogno di me, certo come insegnante, ma soprattutto come figura educativa importante per loro. Come diceva don Bosco, “l’educazione è cosa del cuore” e il cuore non può essere messo in quarantena! Soprattutto nei primi mesi, la cosa più importante non è stato solo proseguire con la didattica, ma farmi sentire vicina a loro, far loro percepire che per me avevano un valore.IMG_20200622_144015Quante volte sono bastate una o due videochiamate personali per farli ripartire, riaccendere i motori. È stato bello accompagnarli giorno dopo giorno a riscoprire la straordinarietà che è presente nel nostro quotidiano, che spesso abbiamo dato per scontato, ma che questo tempo ci ha permesso di apprezzare. La scuola è stata questo: c’era bisogno di qualcuno che fosse lì ad aspettarli, che facesse loro compagnia e permettesse loro di capire che la vita rinasce, che, nonostante tutto, la bellezza è possibile, così da dare il senso anche al dolore. In questi mesi non abbiamo guadagnato qualcosa di nuovo, ma abbiamo riguadagnato lo stupore e la gratitudine per quello che avevamo già. Quanti bambini hanno scoperto la bellezza dell’andare a scuola, cosa che hanno sempre avuto, ma che adesso è diventata desiderabile, perché hanno fatto esperienza della sua mancanza. L’auspicio perciò non è quello di un ritorno alla normalità, ma di andare avanti facendo tesoro di quanto abbiamo riscoperto in questi mesi.

Al termine di questo strano anno scolastico possiamo fare tante considerazioni sul reale valore della didattica a distanza, cogliendo gli spunti per la progettazione della scuola del domani: per citarne solo alcuni, l’essenzialità dei contenuti, le modalità di valutazione, la gestione del tempo in presenza, l’attenzione al carico cognitivo degli alunni e la progettazione di una vera didattica a distanza che sia di affiancamento o di sostituzione di quella in presenza. Certo sarà importante riflettere su tutto questo e cercare di arrivare preparati a settembre, ma di una cosa siamo convinti: non c’è apprendimento senza relazione, senza quell’incontro con l’altro che mi fa percepire che io esisto e questo nessuna didattica a distanza potrà mai sostituirlo.

Francesca Maria Lorenzini

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