Consigli di lettura Editoriale

I laici secondo Martini – di Marco Vergottini

NELLA FOTO IL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI.
FOTO BIANCARDI/INFOPHOTO

Per il biblista Martini non è di poco conto dover registrare che nel Nuovo Testamento non compaia mai il termine «laici»; al suo posto nei vangeli e negli scritti apostolici ricorrono espressioni quali eletti, discepoli, santi, soprattutto fratelli, in considerazione del fatto che la vocazione cristiana è una cosa comune, che appartiene indistintamente a tutti nel popolo di Dio. Ed è lo stesso Dio che opera «tutto in tutti» (i Corinzi, 12,6). In realtà, il termine laicus è attestato nella traduzione latina delle Scritture nota col nome di Vulgata, ma non per designare persone, bensì cose inanimate (ciò che è «profano»). Martini poi conosceva bene e condivideva la tesi del celebre saggio del suo confratello Ignace de la Potterie, che nel 1959 contestò il libro Jalons pour une Théologie du laïcat del teologo domenicano Yves Congar (1966) per la derivazione dell’aggettivo sostantivato laikos da laos tou Theou (popolo di Dio) e il modo in cui era impiegato (laico come membro del popolo di Dio) dato che il suffisso greco –ikos ha una valenza categorizzante e connotativa, significando piuttosto chi è sottomesso e suddito nei confronti di un sovrano.

In altra occasione, per la commemorazione del professor Giuseppe Lazzati a un anno dalla sua morte, prendendo spunto dall’episodio dell’unione a Betania (secondo la tradizione dei vangeli di Marco e Matteo), Martini si chiedeva: «Chi è il discepolo, chi è il cristiano, uomo e donna, che matura in un cammino spirituale?». La risposta dopo un articolato esercizio di esegesi spirituale suonava così: «Alla luce dell’icona evangelica possiamo ora rispondere che è colui che non pretende di andare oltre le proprie possibilità ma che fa ciò che è in suo potere con tutto sé stesso, con originalità, dedizione, disinteresse, identificandosi con Gesù, anche senza pensarci molto, perché è il Signore stesso che lo trascina nel suo vortice spirituale».

In buona sostanza, pare che nel magistero martiniano l’uso corrente dell’espressione «fedeli laici» voglia sollecitare una promozione di tutti alla maturità ecclesiale, accompagnata però dalla convinzione che quel termine è logorato, per cui oggi nell’ecclesiologia postconciliare appare spropositato lo sforzo per definire uno stato di vita particolare o addirittura per reclamare la definizione di una «teologia del laicato». La lezione del cardinale Martini sollecita una riflessione che non si attardi alla ricostruzione di una «specificità del laico», ricercando forsennatamente un’essenza da isolare, dovendo piuttosto interpretare un vissuto storico in cui deve cimentarsi la testimonianza credente.

Un ultimo approfondimento da svolgere è sull’uso del termine «laici». A Martini non sfuggiva che il suo impiego ‒ sia ad intra sia ad extra ‒ fosse pregiudicato da un’irriducibile equivocità semantica, foriera di una paradossale ambiguità. Da un lato, nel lessico ecclesiastico sono definiti laici i comuni fedeli, per differenza da quanti hanno ricevuto gli ordini sacri o abbracciato la vita consacrata (laico versus chierico); dall’altro lato, nell’uso dei mass media con laici si definiscono piuttosto quelle persone che in modo più o meno ostentato fanno riferimento a un orizzonte di valori antitetico, o comunque espressamente autonomo, rispetto al modello della nostra tradizione cristiana (laico versus cattolico), introducendo così uno scarto fra istituzione religiosa e ordinamento civile.

È proprio con i «laici» così intesi, con quanti ritenevano di trovarsi «fuori delle mura» della cittadella ecclesiastica, che nei suoi anni di episcopato Martini si è impegnato a entrare in dialogo e in confronto. Il suo rapporto con il mondo intellettuale laico, con quegli esponenti della cultura che con accettavano di liquidare la religione cristiana quasi si trattasse di un sintomo di superstizione infantile, fu straordinario. La sua proposta mirava a «stanare» questi intellettuali, perché si interrogassero su questioni di ordine spirituale, non limitandosi a ragionare sui massimi principi, ma riflettendo anche su questioni molto concrete dell’esperienza umana e civile. In altre parole, egli riteneva che affrontare un dialogo esplicitamente sui contenuti dogmatici della fede cristiana avrebbe rischiato di arenarsi su rigide contrapposizioni, mentre si trattava di mettere a fuoco quei dinamismi che attanagliano la coscienza di ogni uomo e donna: il senso di precarietà della propria esistenza, l’inquietudine verso il futuro, la diffidenza verso gli altri, l’incapacità di affidamento. In positivo, Martini riteneva di promuovere il valore dell’ascolto come esercizio volto a porsi domande e «a verificare quelle che crediamo essere le nostre risposte»; un ascolto che non si limitasse all’ambito del vissuto esistenziale, per aprirsi ai legami e alle relazioni sociali, fino a comprendere i ritmi della città e della convivenza civile, muovendo da quegli interrogativi che non trovano risposta nella consuetudine dell’ethos e nell’ambito della ricerca scientifica, per poi pervenire finalmente alla domanda prioritaria, quella su Dio,

In un convegno tenuto presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale nel 1993 Martini ritornò sul motivo che lo aveva convinto a inaugurare sei anni prima la Cattedra dei non credenti rivolta sia a persone dichiaratamente credenti che a cosiddetti «non credenti». «Qualcuno potrebbe chiedersi: esistono davvero le categorie di credenti e di non credenti? Io non ho voluto approfondire tale tema. Mi sono invece fatto forte di una parola di Norberto Bobbio che disse un giorno: “Per me non ci sono credenti o non credenti, ma solo pensanti o non pensanti”».

La distinzione «credente» – «non credente», lungi dall’identificare due differenti schieramenti ideologici, chiede di essere restituita alla dialettica paolina «uomo vecchio – uomo nuovo», laddove per indicare l’aspetto negativo l’apostolo usa il termine sarx, cioè «carne». Durante l’articolarsi delle dodici sessioni della Cattedra dei non credenti, l’obiettivo fu quello di minare alle fondamenta lo steccato fra credenti e non credenti, per esplorare un percorso spirituale che, facendo leva sul questionamento radicale e sul dubbio nei confronti dell’arroccamento su facili pregiudizi, consentisse l’attitudine sincera a lasciarsi interrogare dal segreto dell’esistenza, disponendosi all’ascolto delle domande che inquietano la propria coscienza in un clima di confronto e dialogo reciproco, al di fuori di ogni logica di proselitismo e di prevaricazione sull’altro.

Marco Vergottini

Da LOsservatore Romano, 4-5 dicembre 2017, pag.5.

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