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I robot sostituiranno i giudici? – di Massimo Corvasce

giudice tribunale legge

E così sembra che, grazie ad algoritmi in grado di analizzare gli atti delle parti processuali, arriveremo presto a giudici-robot in grado di dirimere le controversie legali, sostituendosi ai giudici umani.

Ma è una prospettiva positiva o negativa?

Già da tempo l’informatica giuridica riveste un carattere di assoluto rilievo per gli operatori del diritto. Pensiamo solo alle banche dati informatiche che raccolgono decine di migliaia di precedenti giurisprudenziali, e che hanno agevolato enormemente il lavoro di giudici e avvocati.

Sinora però è sempre stato l’uomo a utilizzare le banche dati, per studiare i precedenti e redigere poi la sentenza o l’atto giuridico; la prospettiva è invece quella di un computer che trova da solo la soluzione e l’applica. Considerata la nota e cronica carenza di risorse umane e materiali della giustizia italiana, l’intelligenza artificiale potrebbe quindi offrirci decisioni più rapide e teoricamente anche più precise rispetto a quelle emesse dai giudici. In fin dei conti, la Giustizia viene spesso rappresentata come una bilancia: basta che essa pesi correttamente le ragioni dell’una e dell’altra parte, se lo fa un computer piuttosto che un uomo… che importanza ha? In realtà non solo non sembra realistico, ma nemmeno auspicabile che la macchina possa sostituirsi completamente all’uomo. Innanzitutto, le norme giuridiche spesso non si prestano ad essere applicate meccanicamente, ma prevedono di per sé la discrezionalità del giudizio umano. Il Codice Civile, per esempio, prescrive che il contratto debba essere eseguito e interpretato in buona fede, considerato il comportamento delle parti: può la buona fede di un contraente essere determinata in base ad un algoritmo? E numerosi altri esempi potrebbero seguire. Ma, soprattutto, chi si rivolge all’autorità giudiziaria per tutelare un proprio diritto spesso ha bisogno innanzitutto che qualcuno, nella specie il giudice, gli “dia ragione”: ha bisogno, in altre parole, di sentirsi confermare che è nel giusto, e che qualcuno riconosca che ha subito un torto. Può un giudice-robot soddisfare questa necessità tutta umana? In fin dei conti, basterebbe forse ricordarsi che già gli antichi Romani, che di diritto se ne intendevano, dicevano “summum ius, summa inuria”: vale a dire che l’applicazione rigida e letterale di una norma, senza tenere conto delle circostanze concrete del singolo caso, può talvolta costituire una ingiustizia. Forse pensavano già all’intelligenza artificiale? Sarebbe meglio, insomma, che in Tribunale continuasse a giudicarci un uomo in carne ed ossa.

Massimo Corvasce, avvocato civilista e socio di Azione Cattolica ambrosiana 

 

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