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Il Consiglio Pastorale Diocesano con il Cardinale Dionigi Tettamanzi – di Alberto Fedeli

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Il Consiglio Pastorale Diocesano con il card. Dionigi Tettamanzi: una forte esperienza ecclesiale di comunione, collaborazione, corresponsabilità

La “scommessa” sui laici, mettendo in luce la grazia battesimale e le potenzialità del tema del sacerdozio comune, è un tratto forte dell’episcopato del card. Dionigi Tettamanzi, nella sua visione conciliare di chiesa comunione missionaria, dove tutti, laici e presbiteri, vivono la comune azione ecclesiale, secondo la triade “comunione, collaborazione, corresponsabilità”.

Una “scommessa” che ne ha implicato un’altra, quella sugli organismi di partecipazione ecclesiale, tra i quali anzitutto il Consiglio pastorale diocesano.

Il card. Tettamanzi ebbe infatti ad intendere in modo forte il ruolo del Consiglio Pastorale, non come cassa di risonanza di scelte già compiute ma come reale luogo di esercizio del discernimento e della corresponsabilità nel consigliare le linee di pastorale diocesana, anticipando i contenuti dei percorsi pastorali (si pensi alle sessioni sulla famiglia), e della stessa chiesa italiana (penso al coinvolgimento nella fase preparatoria del Convegno Ecclesiale di Verona).

Già nella scelta del sottoscritto a segretario del Consiglio Pastorale – allora giovane avvocato che vantava solo un impegno ecclesiale di base in Azione cattolica e in decanato – e poi nella composizione che il consiglio assunse, emergeva il suo orientamento per un organismo non di élite ma totalmente pastorale, di persone che vivono la realtà ecclesiale, contribuendo così a meglio tradurre la “teoria” sul laicato in autentica “prassi” ecclesiale, come con forza ci aveva ricordato nella indimenticabile prolusione al Convegno ecclesiale di Verona.

Ci richiamava a un lavoro non astrattamente teorico ma concreto, attento alla vita reale delle nostre comunità cristiane, alle loro difficoltà ma anche alle tante esperienze positive presenti. E più volte ci metteva in guardia dalla “clericalizzazione”, ribadendo l’imprescindibile ruolo dei laici non in chiave di supplenza del ministero presbiterale ma di contributo peculiare all’edificazione della chiesa locale a partire dalla loro specifica vocazione di testimonianza cristiana nel mondo.

Così pensato, il Consiglio Pastorale è stato coinvolto nell’accompagnare i “cantieri aperti”: la stagione dell’avvio delle comunità pastorali, il rinnovamento degli itinerari di iniziazione cristiana e della pastorale giovanile, la pastorale vocazionale, la riforma della liturgia ambrosiana, le iniziative sul fronte della carità e delle famiglie (anzitutto la grande intuizione del Fondo Famiglia-Lavoro).

Con la sua guida, in ogni sessione e sui diversi temi si è in particolare sempre insistito sul riconoscimento e la valorizzazione della famiglia, quale soggetto protagonista dell’evangelizzazione e della stessa animazione sociale delle nostre città, per un nuovo umanesimo familiare. Dai lavori del Consiglio che hanno accompagnato il magistero del card. Tettamanzi è emerso un originale richiamo alla conversione missionaria delle nostre comunità “in chiave familiare”, con comunità cristiane che sanno rispettare i ritmi e i tempi delle famiglie, che puntano sulla dimensione domestica e famigliare della vita di fede, che sanno promuovere positive esperienze di solidarietà familiare.

Da questa sottolineatura e attenzione, il card. Tettamanzi sapeva richiamarci al coraggio del cambiamento, contro la pastorale di conservazione. È esperienza del laico e in particolare della famiglia il cambiare, l’adattarsi, il misurarsi con la concretezza della realtà. È probabilmente per questo che in tutte le sessioni dedicati ai temi del rinnovamento della nostra chiesa, non sia mai prevalso un sentimento di paura, di reazione conservativa, ma la voglia di accompagnare, con il proprio contributo laicale, il cammino verso il volto di una Chiesa più conciliare, estroversa, sulle strade incontro agli uomini e alle donne.

Coerente con l’impostazione data, è stato poi il metodo di lavoro (con il card. Tettamanzi si era riformato lo statuto del consiglio): lavori preparatori nelle zone pastorali, così da tentare di coinvolgere le realtà decanali e parrocchiali, modalità di lavoro meno burocratico-assembleari, che privilegiano i gruppi di lavoro, il lavoro per sintesi progressive e non solo per mozioni finali approvate, documenti finali poi sottoposti al Consiglio episcopale milanese. Un lavoro che si inseriva in percorsi di consultazione effettivi, dove si condivideva lo stesso tema anche con il Consiglio presbiterale, dando sostanza a una effettiva sinodalità.

Si vedeva e ben si capiva come il card. Tettamanzi ci tenesse a questo lavoro, mettendosi in effettivo ascolto e incoraggiando i nostri contributi. Seduto accanto a lui vedevo quanti appunti prendeva, le sottolineature, le riprese poi puntuali nelle conclusioni finali, anche se sempre introdotte da queste semplici disarmanti parole, che tanto inorgoglivano noi consiglieri: “Ho imparato davvero moltissimo dall’avervi ascoltato, e per questo sarei stato tentato di non parlare” poi parlava però, e ne eravamo ben contenti, perché sentivamo ben ripresi, sintetizzati e rilanciati tutti i punti emersi dai lavori.

Non posso dimenticare infine i preziosi e indimenticabili “caminetti” serali durante le sessioni a Triuggio, dove il card. Tettamanzi apriva il suo cuore, ci faceva partecipe delle sue esperienze, dei suoi incontri, ci aggiornava sulle principali tematiche di attualità che occupavano la vita della chiesa e la società, il tutto in un dialogo affabile e stimolante con i consiglieri presenti. Erano forse quelli i momenti più autentici del consiglio pastorale diocesano, dove prendeva realmente forma la visione del card. Tettamanzi di chiesa comunione, tutti coinvolti e corresponsabili con il nostro Arcivescovo per la vita della Chiesa e per la sua missione evangelizzatrice.

È stata un’esperienza di comunione ecclesiale forte, resa possibile da quella “umanità cordiale e sorridente“, che il card. Tettamanzi aveva auspicato per sé al Suo ingresso in Diocesi. Ci sentivamo anzitutto accolti da lui. Lo stesso semplice e caldo gesto della stretta di mano, che riservava sempre a tutti, è un gesto che esprimeva accoglienza, attenzione, ascolto, valorizzazione dell’altro, compartecipazione. Sono i tratti del suo essere pastore – il “buon pastore” che chiama per nome le sue pecore – che abbiamo potuto concretamente apprezzare nel lavoro del Consiglio Pastorale Diocesano.

E sono stati anni di lavoro costruttivi, nei quali il nostro consigliare ha saputo aprirsi alle sfide del cambiamento, per rispondere all’imperativo missionario che la chiesa italiana tutta in quegli anni ci richiamava: “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”. Ma questo è stato reso possibile solo grazie al card. Tettamanzi che ci precedeva sempre con il suo esempio: di serenità innanzitutto, di affidamento al Signore comunque, di capacità di guardare al presente sempre con senso critico per aprirsi al futuro e al necessario cambiamento, di testimonianza evangelicamente coerente, con il coraggio della verità e della denuncia anche scomoda quand’è necessario, ricordando anche alla comunità civile che “i diritti dei deboli non sono diritti deboli” e che “non c’è futuro senza solidarietà”.

Alberto Fedeli

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