Consigli di lettura Editoriale

«Il futuro lo facciamo noi oggi!» – In dialogo con Jihan Youssef

Monastero Mar Musa

A colloquio con padre Jihad Youssef monaco di Mar Musa, il monastero siriano fondato dal gesuita Dall’Oglio. «Non possiamo cambiare subito nell’imminente, ma possiamo seminare per una generazione futura»

Trai i dirupi delle montagne siriane di Jabal al-Qalamoun, ottanta chilometri a Nord di Damasco, si trova arroccato il monastero di Mar Musa fondato dal gesuita Paolo Dell’Oglio, di cui non si hanno notizie dal 2013. Tra i monaci anche padre Jihad Youssef.

Oggi nel monastero vivono due sorelle, due postulanti uomini, un sacerdote polacco, alcuni laici della zona e un ospite di passaggio. Il monastero di Mar Musa ha ospitato moltissimi visitatori, in maggioranza siriani, cristiani e musulmani. Oggi in Siria è esplosa una nuova escalation di violenza, di bombardamenti, morti, persone in fuga. Tra questi i «curdi – dice padre Jihad – , ma anche arabi, cristiani, armeni, assiri». E’ importante realizzare gesti di solidarietà. «Gesti – riprende padre Jihad –  di vicinanza e di solidarietà che sono diventati ancora più urgenti e fondamentali in questa situazione di guerra che si trascina da oltre otto anni. La nostra visione e che le persone sono sature di parole, di teoria. Quando si scende nel concreto emerge l’incontro nelle cose piccole, quotidiane, ma essenziali come le medicine per le malattie croniche, l’affitto della casa, il trasporto per studenti, ma anche l’ascolto e il tempo per giocare con i bambini, fare qualcosa di diverso, altrimenti i nostri ragazzi diventeranno schiavi dello smarthone, aipad, tablet. Questo crea delle possibilità di incontro anche dentro le stesse case. Una solidarietà che significa dire che non siamo soli, isolati. Quando non ci si sente soli si superano barriere già presenti, esistenti negli anni o per causa di eventi cattivi».

 D. Un esempio concreto di solidarietà è il vicino asilo di Nebek? «L’asilo di Nebek, cittadina poco distante dal monastero, esiste da 35 anni. E’ stato costruito prima del monastero. La struttura era in rovina. Nel 2016 l’asilo rischiava la chiusura. In quella situazione siamo intervenuti come monastero e rilevato la struttura. Abbiamo assunto nuove ragazze musulmane e cristiane laureate nell’educazione dei bambini. Il numero dei bambini da 57 è salito a 170. Riceviamo tantissime richieste che non possiamo accogliere positivamente perché siamo privi di posti. La maggioranza di questi bambini sono musulmani. Sette o otto sono cristiani. Siamo in contatto con le famiglie, partecipiamo alle iniziative che si fanno con tutti i bambini, alle feste religiose musulmane e cristiane, comprese quelle civili. Negli anniversari dei bambini vengono invitate anche le famiglie, si fa festa e si preparano le pizze. Insieme si organizzano le uscite, in genere al mercato. C’è sempre un incontro tra i bambini e il mondo esterno con le loro famiglie, le maestre, con noi che gestiamo l’asilo. Con l’inizio dell’anno accademico il vescovo, il parroco, e alcuni membri del monastero hanno incontrato le maestre in maggioranza musulmane. Questo è un segno»

D. Altro segno importante è il progetto che il monastero ha realizzato con l’obiettivo di costruire un futuro ai giovani universitari aiutandoli a studiare all’estero e lontani dalla guerra. Di che si tratta? «E’ bene non parlare di corridoio umanitario. Si tratta di studenti, non rifugiati, con visto legale come qualsiasi altra nazionalità. E’ un progetto basato sulla necessità che abbiamo avvertito nel Paese di creare giovani formati. Oggi in Siria la formazione si è molto abbassata, sia per la guerra, sia per la distruzione delle fabbriche o delle stesse scuole dove i giovani studiavano, ma anche causa dell’ emigrazione di docenti. Le università statali avevano un buon livello, oggi meno. Studiano i pochi ricchi. Purtroppo c’è tanta corruzione nel campo educativo. Alcuni studenti devono pagarsi gli studi, non tutti. Abbiamo pensato ad una generazione che non ha orizzonti di futuro, che non sa cosa può fare. L’idea è nata, tra alcuni membri del monastero, in un incontro a Roma e tra persone amiche di Milano. L’avventura è iniziata con 5 giovani. Oggi, tra ragazzi e ragazze, sono 40. Questo progetto permette di preparare le risorse umane affinché quando si aprirà l’occasione concreta, chi è fuori dal Paese potrà rientrare, chi è già presente potrà attivarsi immediatamente nella ricostruzione del Paese»Jihad Youssef

D. In un recente incontro pubblico a Milano ha sottolineato la necessità di superare il pesante silenzio immorale dell’informazione. A cosa si riferiva? «Non intendevo riferirmi al silenzio informativo dei giornalisti. Sulla Siria la reazione di tutti gli stati si è ridotta ad una manifestazione di dispiacere, una condanna a parole, ma senza un coinvolgimento tangibile, rapido, immediato che rispecchiasse una solidarietà concreta con il popolo siriano. Per l’informazione ci sono delle ondate dove ci si focalizza sulla Siria solo quando scoppia un evento straordinario, ma quando non esiste tutto tace, mentre l’ordinario quotidiano diventa rilevante perché c’è una sofferenza quotidiana continua. Questa va denunciata! In questo c’è un disinteresse mediatico. Alcuni giornalisti stanno facendo del loro meglio. Quando arrivo in Italia avverto subito la sfiducia che la gente ha in quello che si dice e si scrive»

D. Disse anche di «non aspettare il futuro, ma costruirlo». In concreto che significa? «Io credo in Dio che è presente nella nostra storia. Dio non è un mago! Non agisce con la bacchetta magica. Il futuro è sinonimo anche alla pace, alla felicità! La pace non cade dal cielo come la pioggia. La pace è un futuro che va costruito con passi concreti e con una visione. Se il futuro è inteso come l’ignoto che arriverà, come fosse una condanna di cui non abbiamo nessuna autorità, è una concezione sbagliata del futuro. Il futuro lo facciamo noi oggi! Anche se i risultati non possono apparire subito. Io credo che il disastro che vive il mondo oggi, in particolare la Siria e il Medio Oriente, sia il frutto di una politica sbagliata cento anni fa: internazionale, ecclesiale, la mancanza di visione religiosa, la mancanza di visione profetica della chiesa e del mondo con esperimenti politici, militari, mal sani che hanno dato questi risultati dopo cento anni. L’esplosione di tutto questo è stato preparato per cento anni, iniziato con il disfacimento dell’impero Ottomano, con i nuovi stati, soprattutto arabi. Li si è fatto un calcolo, un tirocinio, internazionale. Il futuro si costruisce con una visione lontana, basandosi sugli elementi che abbiamo oggi. Se mi comporto in questo modo cosa avrò domani, dopodomani o dopo cento anni? Questa è la domanda da porsi! Non possiamo cambiare subito nell’immediato, ma possiamo seminare per una generazione futura. Invece di maledirsi con i propri antenati, si può almeno benedire gli sforzi degli uomini, delle donne, di buona volontà che sono impegnati, secondo le loro convinzioni per la pace, per un futuro, una fratellanza universale, una eguaglianza e una visione del mondo, per la distribuzione delle risorse anche naturali, bilanciare l’ingiustizia tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest»

 

31 ottobre ’19                                                              Silvio Mengotto

 

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