Consigli di lettura Editoriale

Il futuro è l’immediato – Parola, sacramenti e liturgia

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silvialandra3Inauguriamo una serie di editoriali che vogliono catturare tutta la forza simbolica di questo tempo nel quale abbiamo tanta voglia di futuro da continuare a dividerlo in fasi, con una smania quasi inedita. Dire che siamo pronti per la “fase due” e poi per la “fase tre” è un po’ come affermare che il futuro è anche l’immediato che possiamo realizzare ora, il frutto della nostra attivazione, della nostra capacità progettuale, della nostra voglia di crederci.

Il virus fa quello che vuole e – dicono gli esperti – dobbiamo imparare a conviverci, tuttavia lo slancio dei cristiani che scelgono di vivere secondo il Vangelo, come singoli e come associazione, richiede l’energia di chi sceglie di trafficare i talenti e non metterli al sicuro in una buca. Ma c’è molto di più, e da credenti ce lo ricordiamo a vicenda: c’è lo Spirito che ci anticipa e ci sorprende, che compie la sua corsa, che “non perde il filo della storia”, e che, a differenza del virus, procede per il bene di tutti, di ciascuno e dell’umanità intera.

Abbiamo individuato alcuni temi sui quali all’interno dell’AC i diversi gruppi di lavoro si sono attivati compiendo passi di discernimento. La prima puntata coinvolge il gruppo teologico dell’Associazione, che ci offre spunti e domande per ricomprendere in profondità ciò che abbiamo scoperto su liturgia e Parola in questo tempo duro e strano e su ciò che desideriamo continuare a portare con noi ora che gradualmente si torna alle aperture dei molti contesti del nostro vivere, anche di quelli in cui ci ritroviamo come comunità per celebrare, per apprendere, per condividere, per servire, per non lasciare indietro nessuno.

Auspichiamo che soci e simpatizzanti si sentano stimolati a reagire con commenti, intuizioni ed esperienze ai temi che questi editoriali porteranno all’attenzione di tutti noi.

Silvia Landra, presidente

PAROLA, SACRAMENTI E LITURGIA –

GUARDANDO AL FUTURO

Raccogliendo l’invito della Presidenza, il gruppo teologico di AC condivide le riflessioni fatte e ancora in divenire relative a come abbiamo vissuto il rapporto con la liturgia, i sacramenti, l’ascolto della Parola nel tempo dell’isolamento in casa.

Pensiamo, infatti, che ci si possa affacciare al tempo della ripartenza in cui stiamo entrando almeno con due sguardi diversi: uno che attende di riprendere ogni cosa come era prima e l’altro che intende fare tesoro di quanto è emerso durante il lockdown, perché il domani non sia necessariamente identico al passato, ma ne esca arricchito. Come gruppo teologico riteniamo vada percorsa la seconda via.

Il primo passo necessario, a nostro avviso, sarebbe quello di favorire l’ascolto nelle comunità cristiane di quanto è successo nella fase di quarantena, in particolare riguardo al rapporto dei fedeli/del fedele con la Parola, i Sacramenti e, più in generale, la liturgia.

L’ascolto di quanto emerge dai vissuti e dal dibattito mette in evidenza diversi elementi, proviamo a raccogliere i più ricorrenti.

Un primo elemento è la diversità di approcci, significati, aspettative, modalità di ricezione riguardo a Parola, Sacramenti e liturgia. Non possiamo dare per scontato che l’aver condiviso fino a pochi mesi fa celebrazioni, feste, assemblee liturgiche sia garanzia che tali realtà fossero comprese allo stesso modo da tutti i membri di una comunità. In genere su questi aspetti il confronto nella comunità cristiana è molto limitato, si vive la pratica religiosa senza farne un punto di riflessione condivisa. Ora la forzata sospensione può aprire spazi di confronto importanti sul modo di vivere l’esperienza e la pratica religiosa.

Un secondo elemento, conseguente del primo,  è che al venir meno di celebrazioni comunitarie ciascuno ha risposto cercando in modi diversi ciò che gli mancava. Un semplice esempio: alcuni si sono sentiti sostenuti nel seguire le celebrazioni trasmesse dai media, altri hanno sentito questa modalità distante e, perfino, inopportuna, inadeguata. Non che ci volesse la quarantena per sapere che le sensibilità religiose e spirituali sono diverse dentro le nostre comunità, ma certamente questo tempo l’ha messo in rilievo e si sono moltiplicate le forme di ricerca personale.

Un terzo elemento che è immediatamente emerso è un significativo analfabetismo e una sostanziale assenza di forme liturgiche domestiche: detto in termini semplici, la capacità di pregare in famiglia.

In sostanza ci domandiamo quanto e come le nostre comunità riescano ad educare e a introdurre i propri membri alla preghiera (personale/famigliare e comunitaria), all’ascolto della Parola (personale/famigliare e comunitario), alla vita sacramentale (non solo attraverso una catechesi sui sacramenti, ma con una pratica). In particolare, occorre chiedersi quanto è compreso e vissuto da laici/laiche e dal clero il rapporto stretto tra Chiesa (non astrattamente intesa, ma come una concreta comunità cristiana radunata) ed Eucarestia.

Questa germinale analisi del tempo di quarantena è un invito a scavare più a fondo, se non vogliamo che il cosiddetto ritorno alla normalità sia un ritorno all’identico vissuto come abitudine. Si potrebbero proporre alle comunità alcune domande di approfondimento, come:

Quali bisogni sono emersi lungo la quarantena? Che cosa abbiamo cercato e ricercato? Di cosa abbiamo avvertito la mancanza? Che cosa è essenziale? Cosa significa celebrare il mistero?

Raccogliamo in modo semplice anche alcune ricchezze e sollecitazioni finora emerse

L’ascolto e la meditazione della Parola sono stati sempre accessibili, sia nei percorsi personali e famigliari, sia con interventi tramite i media. Sono stati anche utili i sussidi forniti dagli uffici diocesani per vivere in casa le celebrazioni e le feste, in primis la Settimana Santa. Una proposta è che la dimensione di preghiera (diciamo pure liturgica) domestica debba essere rafforzata anche per il tempo a venire, anche quando potremo di nuovo ritrovarci per celebrare e pregare insieme. Abbiamo bisogno di ri-educarci e ri-educare alla preghiera in casa e a una preghiera che assume forme diverse, non solo per le diverse sensibilità personali, ma perché la vita spirituale non può esaurirsi nella sola vita sacramentale.

Ciò che è evidentemente mancato sono stati i sacramenti, in particolare l’Eucarestia. Anche la ripresa della Celebrazione eucaristica non toglie le difficoltà, per le condizioni di accesso contingentato e di limiti anche gestuali. L’Eucarestia, infatti, richiede per sua natura la convocazione dell’assemblea, la presenza di corpi e che si mangi. Se da una parte, dunque, si comprende la particolarità del tempo presente, tuttavia ciò non deve scadere in forme surrogate della celebrazione del sacramento, né deve alimentare quanto già si rischiava prima, cioè la preoccupazione di assolvere un precetto – dovere individuale – a fronte di un celebrare come comunità, come popolo convocato. Potremmo imparare da tante comunità cristiane che nel mondo non hanno la ricchezza della celebrazione eucaristica domenicale e addirittura quotidiana, eppure vivono e alimentano la loro fede con altre modalità.

Nella fase di ripartenza si potrebbe favorire in ogni caso la pratica di altri sacramenti, che non richiedono una dimensione assembleare, pericolosa dal punto di vista sanitario, come ad esempio la riconciliazione.

Un altro esperimento potrebbe essere la ripresa della dimensione comunitaria della preghiera a piccoli cerchi concentrici: dalla famiglia, al condominio, al vicinato. Queste forme concentriche non dovranno venire meno anche quando sarà possibile la convocazione in plenaria (di tutta una comunità): non si tratta di metterle in concorrenza, ma di arricchire la nostra esperienza, così anche da favorire forme diverse che potrebbero raggiungere anche chi sta lontano dalle Chiese. Tale cura può favorire esperienze di parrocchia nota come  “casa tra la gente”.

Infine,  il riprendere le convocazioni  in una gradualità di luoghi e contesti, da quelli ristretti a quelli più larghi, accompagnerebbe l’uscita graduale dalla dimensione virtuale nella quale abbiamo vissuto e rischiamo di veder confinata la dimensione della celebrazione. Insieme, in presenza reale, anche tra pochi possiamo ricominciare a dire parole e fare gesti senza esporci imprudentemente a rischi: il sacramento è infatti  segno di grazia, comprensibile grazie a parole pronunciate e gesti compiuti. I gesti di una celebrazione fatta in famiglia, diversi da quelli possibili in una celebrazione in chiesa, sono importanti perchè fanno agire i corpi mentre si dicono parole. Ripartiamo da questa interazione tra gesti e parole nella casa, nel quotidiano, nel condominio, fino a poter ritornare in assemblea con gesti e parole da compiere e da dire insieme in celebrazioni comunitarie reali e non solo virtuali, senza nulla togliere all’intensità spirituale che anche parole ascoltate e gesti seguiti via web possono donare per la forza dello Spirito stesso e della realtà che vi viene celebrata.

Questi germinali e sintetici pensieri non hanno la pretesa di chiudere, ma hanno il desiderio di aprire la riflessione, il dialogo, il dibattito in seno alla nostra Chiesa ambrosiana e nelle comunità parrocchiali per favorire la comprensione della capacità mistagogica della liturgia e un nuovo modo di vivere il misteri della fede e di celebrarli.

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