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Il lenzuolo bianco

l'ultimo lenzuolo bianco

‘L’accoglienza della diversità sta nella conoscenza’. Queste sono state le parole del regista al termine dello spettacolo teatrale L’ultimo lenzuolo bianco, citando quelle di Farhad Bitani, protagonista reale di un pezzo di vita cruento inscenato su un palco da quattro attori. La narrazione di sua madre, di un suo amico e di Farhad stesso ci hanno accompagnato in una carrellata di eventi succedutisi tra la fine degli anni ’80 e i primi del 2000 a Kabul, mettendoci davanti agli occhi la cruda realtà di un ragazzino afghano figlio di un uomo diventato mujaheddin. Quest’ultimo infatti, per garantirsi la fuoriuscita dal carcere, ha intrapreso un percorso di violenza, potere e ricchezza che ha inciso anche sulla sua famiglia. Gli occhi innocenti di Farhad, inizialmente affascinati dalla violenza e dalle armi del padre e dei suoi compagni, si trovano a guardare scenari che potrebbero sembrargli normali ma che lo straniscono, come il trattamento riservato ai bambini da parte dei mujaheddin durante le feste e la lapidazione di una donna per adulterio dinnanzi ai suoi figli. Senso di dubbio culminato in un procedimento di radicalizzazione che gli viene inculcato con la violenza. Questi eventi lo lasciano basito al punto da arrivare a domandarsi ‘cosa non va in me?’. La chiararisposta gli giunge dalla madre che una sera, vedendolo particolarmente scosso al ritorno da una festa riservata ai figli dei ‘salvatori dell’Islam’, gli sussurra dolcemente che ha la possibilità di scegliere, che Dio non è quello che vede a quegli eventi, che Dio è il puntino bianco in fondo al suo cuore e deve solo ritrovarlo. Un puntino bianco che trova un germe di espansione durante il suo soggiorno in Italia, dove lui e la sua famiglia vivono per qualche mese per il lavoro del padre durante il quale Farhad frequenta l’accademia militare. Inizialmente è scandalizzato dalle usanze italiane così dissimili dalle sue, come una donna in gonna corta che gli insegna inglese e pretende persino che lui le stringa la mano per salutarlo, una signora che si permette di domandargli di chiamarla per nome, un crocifisso sopra il letto della stanza che provvede subito a nascondere sotto il materasso. In accademia incontra uno strano ragazzo, che si rivela poi un amico che lo accoglie nella sua quotidianità. La semplicità di un pranzo col compagno nella sua casa delle vacanze e la dolcezza della madre che tanto gli ricorda la sua mettono la luce su una domanda che ha trattenuto dentro per molto tempo: loro sono realmente il nemico da abbattere? La realtà è davvero quella che mi hanno sempre raccontato? Il ritorno a Kabul dà una conferma della sua risposta: non riesce più a trovarsi in quelle abitudini a cui prima si atteneva cercando di non pensarci troppo, non è più in grado di dare valore o senso di orgoglio a comportamenti che ha smesso di condividere. Questo avvia un processo di espansione di quel puntino bianco che la madre aveva auspicato e che trova il suo primo passo in un salto nel vuoto: il trasferimento in Italia, a Torino, dove intraprende una nuova vita.
A sipario calato, il regista, l’autrice del testo e gli attori ci hanno raccontato di come, attraverso loro, hanno preso vita il dolore e l’audacia di un ragazzo che a soli 30 anni non può più ritornare in un Paese che lo ha condannato alla pena di morte, ma nonostante questo gira per l’Italia per dare testimonianza di una realtà che non viene raccontata al telegiornale. Azzerare le distanze, abbattere i pregiudizi, far entrare le persone nella vita di un individuo di una cultura totalmente diversa per far capire che in alcune parti del mondo le situazioni di vita sono più difficili o comunque differenti, ma la paura è la stessa, la dolcezza di una madre è la stessa, i sentimenti sono gli stessi. Conoscere non tanto per verificare quali siano gli usi ‘migliori’ degli altri, quanto per avvicinarci a persone con un cuore non così dissimile dal nostro. Andare oltre la fisiologica paura di ciò che non si conosce e non necessariamente condividerlo, ma perlomeno cercare di comprenderlo, di capire che ci sono vite dietro agli eventi nel mondo di cui abbiamo notizia ogni giorno. Solo così possiamo far crescere quel puntino bianco che è dentro di noi.

di Chiara Magnani

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