Consigli di lettura Editoriale

In cammino verso l’Assemblea #11: Alberto Ratti

Ratti Alberto

Libertà, partecipazione, servizio. L’Azione Cattolica «palestra di democrazia»

Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla data del 23 febbraio, momento in cui si celebrerà la XVII Assemblea Diocesana dell’Azione Cattolica di Milano, culmine di un processo significativo e non scontato cominciato mesi fa all’interno delle parrocchie, dei decanati e delle zone pastorali della Diocesi.

L’Assemblea di quest’anno – momento finale del triennio appena trascorso e nello stesso tempo abbrivio per i tre anni che ci stanno dinnanzi – cade all’interno di un anniversario importante per la nostra Associazione: quello per i 50 anni dall’approvazione ed entrata in vigore del nuovo Statuto post-conciliare, che ridisegnava nel profondo l’AC a partire dalle sue strutture, dai suoi ambiti di impegno, dai suoi rapporti con il mondo contemporaneo e la società in continua evoluzione.

Sulla spinta degli stimoli conciliari, la presidenza nazionale di allora – guidata da Vittorio Bachelet – avviava un profondo rinnovamento attorno alla cosiddetta «scelta religiosa», intesa come maggior radicamento alla Parola e al suo primato, centro di ogni forma di missione e di apostolato cristiano.

In quel lontano 1969-1970 l’AC assumeva per la prima volta nella sua centenaria storia una dimensione unitaria (con la sola suddivisione per età in vari settori), senza distinzione di genere, dove gli indirizzi associativi venivano scelti in via sussidiaria da tutti i livelli interessati (parrocchiale, diocesano, regionale e nazionale), facendo capo a organismi che venivano eletti democraticamente: l’Assemblea, il Consiglio, la Presidenza.

Ricordare tutto questo a 50 anni di distanza non può che, da una parte, permetterci di riconfermare e ringraziare per le scelte approvate da chi ci ha preceduti e, dall’altra, soffermarci sull’importanza e sul significato di tali decisioni. In un momento storico in cui la partecipazione delle persone a tutti i livelli sconta un po’ di affaticamento e di malcelato disinteresse, l’Azione Cattolica mantiene accesa la fiamma della libertà e della democrazia, della fatica del pensare e della fatica dell’ascolto, del dialogo e della mediazione. Sarebbe riduttivo e sbagliato parlare di «scelta democratica» dell’AC se, all’interno di una visione comunitaria della Chiesa, essa non avesse ben presente il tema della corresponsabilità laicale come caratteristica peculiare dell’universale vocazione alla santità e qualità distintiva dell’azione missionaria dei laici in ogni ambiente di vita.

La democrazia, allora, è sostanziale solo quando si fa sociale, quando cioè raccoglie attorno a sé l’impegno e lo sforzo quotidiano di più persone: essa è antidoto contro l’egoismo e l’individualismo, è realmente libertà quando promuove e sostiene le scelte consapevoli e ponderate delle persone.

L’AC celebra la sua Assemblea e rinnova le sue «cariche» affermando ancora una volta la propria scelta di massima corresponsabilizzazione dei soci, come diretta conseguenza dei principi di centralità e soggettività della persona, come volontà di essere luogo in cui ciascuno ha il compito di prendersi cura degli altri e in cui nulla viene imposto, ma tutto viene discusso, valutato, ponderato, votato con consapevolezza. L’idea di fondo è da sempre quella di valorizzare ogni socio che, in quanto persona, non è un numero che si confonde e mischia nella massa, ma attende solo di essere riconosciuto, chiamato per nome, responsabilizzato a prendersi carico di ciò che gli sta attorno, coinvolto e spronato a mettere a disposizione di tutti le proprie potenzialità.

Quando sentiamo dire che «l’AC è una palestra di democrazia e di partecipazione» basta fermarsi ad osservare e ascoltare le assemblee che si svolgono nei territori delle Diocesi del nostro Paese. Discussioni e intere giornate di dibattito che mostrano una passione e un amore incondizionato per la Chiesa e per il suo futuro, uno sguardo di speranza per l’oggi da parte di un «popolo numeroso» che ha a cuore le città e chi le abita.

L’AC, infine, chiama al dono di sé per gli altri: il «servizio» e la disponibilità a mettersi in gioco sono un’altra cifra dell’Associazione in tempo di Assemblee e di rinnovi. Mi piace, allora, ricordare quanto Bachelet disse durante il suo saluto conclusivo alla seconda assemblea nazionale: «Lo spirito di servizio è una delle scelte non forse dichiarate, ma profonde, dell’AC di sempre. Dice Tagore e tutti dovremmo poter dire alla fine della nostra vita: “Io dormivo e sognavo che la vita non era che gioia; mi svegliai e ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era la gioia”. Che tutti noi sappiamo davvero riscoprire che il servizio è la gioia. Questo è l’augurio del vostro fedele servitore, il “campanaro della Domus Pacis”».

Buona assemblea a tutti i soci! Buon esercizio di libertà e di partecipazione!

Alberto Ratti

Direttore editoriale di In Dialogo

 

Scrivi un commento