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In cammino verso l’Assemblea #9: Gianni Borsa

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L’Assemblea diocesana dell’Azione cattolica di Milano (23 febbraio) si avvicina a grandi passi, preceduta da una mobilitazione associativa a partire dalle parrocchie, dai decanati, dalle zone pastorali. Si tratta di un’occasione – ogni tre anni – per confermare il valore dei processi democratici (niente affatto scontati nella realtà civile ed ecclesiale), per animare un utile e aperto dibattito interno, per misurare il volto “popolare” dell’associazione, per scegliere insieme le persone che guideranno l’Ac nel prossimo triennio sulla base di un “progetto” ecclesiale e culturale pensato, rinnovato, condiviso. Tutto ciò confermando il profilo dell’Ac che Vittorio Bachelet aveva così precisamente sintetizzato:

“L’Azione cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini. Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; e insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale e della convivenza civile”.

Nel vivere questa nuova fase assembleare, mi pare di intravvedere almeno cinque elementi che potrebbero aiutare l’Azione cattolica ambrosiana ad affrontare con gioia e responsabilità questa esperienza, guardando al contempo in avanti con rinnovato impegno e fiducia.

Anzitutto la nostra Ac ha bisogno di passione. O, meglio, di soci appassionati: protagonisti entusiasti nella vita associativa e, prima ancora, nella Chiesa e nella “città dell’uomo”. Di persone che non si rassegnano alle derive individualiste e populiste che caratterizzano questa epoca; di soci che ancora una volta scelgono la strada della conoscenza (“autorizzati a pensare”, come dice l’arcivescovo Mario), della generosità, della solidarietà. Di ragazzi, giovani e adulti che mettono in gioco la propria umanità per provare a cambiare un pezzettino di mondo attorno a sé. Con le parole di don Primo Mazzolari: “Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura”.

L’associazione come tale è fatta di relazioni. Stare nell’Ac trasmette – spesso ma non sempre purtroppo – un senso di amicizia, di incontro, di reciproca disponibilità e sostegno. Relazioni che valgono all’interno dell’Ac e che riportiamo nell’esistenza di ogni giorno. L’Azione cattolica deve essere una casa aperta, accogliente, nella quale ciascuno impara a “farsi prossimo” di ogni sorella e fratello che incontra nella quotidianità. Un’associazione “calda”, gentile, con le braccia spalancate, gioiosa, che ha il volto della “Chiesa in uscita” raccomandata da papa Francesco.

Ma l’Ac deve incarnare anche un forte dinamismo. Perché i tempi cambiano, le persone cambiano e l’essere cristiani nel proprio tempo richiede slanci rinnovati, parole “giovani”, testimonianze credibili e moderne al passo di un Vangelo che è sempre novità. La missione del credente – oggi come in ogni tempo – è mostrare, con la propria vita, oltre che con le parole, la forza rivoluzionaria della Croce e della Risurrezione di Gesù. In Ac c’è dunque bisogno di pensare per cambiare, cambiare ogni volta che ci si accorge che la nostra associazione sconta ritardi, inadeguatezze, proposte impolverate, iniziative poco attraenti.

L’Ac, come ci è trasmessa dalla storia, ha nel suo Dna il servizio. Servizio alla chiesa – con lo stile/criterio della diocesanità –, servizio alla comunità civile. E “Azione”, comunque la si giri, vuol dire azione: le parole devono diventare realtà, i progetti concretezza, le “visioni” siano rese prassi grazie a maniche rimboccate. Nel segno di una solida e generativa ambrosianità.

Un’azione – non da ultimo – che, per essere coerente ed efficace, va accompagnata con una spiritualità laicale coltivata e consapevole, con una preghiera costante e fiduciosa che preceda, ispiri e plasmi l’azione in famiglia, nel lavoro, nell’ambito sociale e politico. “In principio la Parola” (Carlo Maria Martini), dunque, la quale illumina il cammino, modella il cuore, coinvolge nella missione. “La Parola di Dio – ci ha spiegato Giuseppe Lazzati – è cibo e bevanda che nutre nell’ordine spirituale e, nutrendo, chiede di diventare sostanza del nostro essere, del nostro pensare, del nostro volere, del nostro agire”.

Gianni Borsa

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