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Intervento di Michele Colasanto in memoria di Eugenio Zucchetti

eugenio zucchetti

Intervento di Michele Colasanto in occasione della S. Messa celebrata nella Cappella dell’Università Cattolica di Milano, il 24 maggio 2019

 Poco tempo fa l’Azione Cattolica di Milano, di cui a lungo Eugenio Zucchetti è stato, come sappiamo, Presidente, ma poi anche riferimento autorevole, lo ha ricordato in modo importante, curando anche (a firma di Maria Teresa Antognazza) una raccolta di scritti, che può essere letta come espressione del suo pensiero morale e culturale così come testimoniato nella sua vita.

L’occasione è provvidenziale perché il ritrovarsi in Università Cattolica nella memoria di Eugenio non sia solo un dire astratto e impersonale della sua eredità accademica.

Utilizzerei a questo proposito, semmai, il termine legacy, che rimanda un legame e insieme a un mandato, una relazione tuttora presente, almeno per quelli di noi che più lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui.

Ci hanno insegnato che il discorso scientifico, nelle discipline sociali in modo più evidente, deve molto se non tutto al metodo, perché questo garantisce una neutralità rispetto alle nostre convinzioni.

Max Weber parlava di avalutatività, anche se si riferiva in particolare alla impossibilità di dare giudizi sul lavoro dei ricercatori sotto il profilo delle opzioni culturali.

Semmai i valori giocano nella scelta dell’oggetto di ricerca (e di insegnamento, assicurato nella sua libertà dalla nostra Costituzione, ma condizionato dalla burocrazia propria di un regime di monopolio statale per l’ordinamento dell’insegnamento).

Le cose non stanno proprio così:

Ci sono inferenze tra la dimensione della persona e i risultati del lavoro intellettuale, di studio e ricerca…)

Un sociologo, Gouldner, ci ricorda che indipendentemente da ciò che dovrebbe essere, la teoria affonda le sue radici nell’esistenza del teorico. E così anche Kuhn: “I valori degli scienziati, le personalità sono costitutive della scienza.

I risultati acquisiti risentono cioè di una “infrastruttura esistenziale”.

Le biografie dello scienziato contano oltre ogni avvertenza metodologica e pur in presenza – va da sé –  di un atteggiamento di rigore e di onestà intellettuale che fa parte dell’etica propria di ogni attività che si preoccupi di rispettare la verità.

Perché certo, guardando alla produzione scientifica di Eugenio sotto il profilo della scelta dei temi, nella legacy c’è una costante presenza dei luoghi in cui più sono evidenti le fratture sociali e le difficoltà delle persone, senza rinunciare all’immaginazione sociologica che ci aiuta ad anticipare temi particolarmente critici.

Due esempi:

  1. Il lavoro;
  2. Nei primi anni del nostro secolo si parlava poco di disoccupazione, non la si studiava… e la precarietà appariva “solo” uno scotto da pagare, da parte dei giovani, per entrare nel mercato del lavoro.

Ma anche se giudicata economicamente non rilevante, la disoccupazione, il disimpiego (si diceva un tempo), il lavoro sprecato, non occupato o sotto-occupato, si poneva già come problema di allarme sociale se non economico, che meritava di essere segnalato nei suoi effetti destabilizzanti, così come meritava attenzione l’allargamento del significato del lavoro e il superamento della divisione netta, nei percorsi personali, tra lavoro e non lavoro, lavoro e famiglia, lavoro profit e non profit…all’insegna della nuova categoria delle carriere di vita.

Discendeva da questi cambiamenti un rinnovato interesse per le politiche attive del lavoro, riprese in modo pioneristico da Eugenio, interesse che però non si è dispiegato in istituzioni di accompagnamento delle singole persone, così come oggi si chiede, con enorme ritardo, agli attuali e un po’ sgangherati Centri per l’impiego.

  1. La città

La città (Milano) è stato un altro tema affrontato, peraltro come questione sociale oltre che nei termini della sua trasformazione funzionale. Quella Milano che dai primi incerti anni ‘90, era arrivata sì, a metà del decennio successivo, ad un pieno e lusinghiero riposizionamento economico e produttivo sul piano internazionale; ma con costi sociali che sono stati non sempre spiegati e affrontati nella logica della polis così come la proponeva Lazzati e che ben conosciamo: cioè la logica della polis intesa antropologicamente, la città dell’Uomo, la città del De Civitate Dei di Sant’Agostino (civitas in civibus est) o, se si vuole, della svolta antropologica di Benedetto XVI.

Una Milano, dunque, proiettata ottimisticamente verso una dimensione che è stata detta “infinita”, mentre al tempo stesso intere periferie esistenziali si affiancavano a quelle dei quartieri marginali.

Il perché di queste scelte, e al tempo stesso il loro valore, hanno però anch’esse a che fare con la “infrastruttura”  di cui si è detto, il senso di giustizia dello studioso, dell’idea che ha di bene comune determinandone lo sguardo nella realtà. Qui sta forse ciò che di più importante ci ha lasciato Eugenio: la capacità di adottare e conservare un punto di vista proprio della persona.

Faccio un accostamento poco ortodosso, ricorrendo ad una metafora calcistica, vista la passione (e la sofferenza) di Eugenio per il Milan.

Romano Guardini nell’ultima delle nove lettere dal Lago di Como, un insieme di riflessioni sulla tecnica e l’uomo, pur disorientato e forse spaventato da quello che allora era l’avanzare del macchinismo industriale, incontenibile, conclude che in ogni caso ci sono ragioni per ritenere che “Dio è all’opera”.

Mi piace pensare che la partita della vita di Eugenio sia stata giocata così, in squadra con Dio all’opera, nella convinzione che la “storia…è in marcia e noi dobbiamo essere pronti a entrare in campo.” (ancora  Romano Guardini), confidando in ciò che Egli fa, nelle forze che ha immesso in noi e di cui sentiamo il fremito.

“Aiutati in questo perché per quanto poco sicuro possa essere il nostro tempo, per quanto scettico, inquieto, orfano, vi sono uomini che stanno immediatamente davanti a Dio”.

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