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Intervista a Chiara Bollati – La mia didattica a distanza

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Chiara Bollati, socia di Azione Cattolica ambrosiana, insegna matematica alle medie, e fisica al liceo scientifico presso il Collegio Rotondi di Gorla Minore.

Chiara, come hai vissuto la didattica a distanza?
“Avendo classi delle medie e una quinta liceo scientifico, la differenza era abissale. Alle medie tanti avevano la mamma di fianco. Al liceo sono stati molto più autonomi. Del resto sono quasi all’università. Più diventano grandi, più la didattica a distanza diventa facile”.

Qual è stata la più grande difficoltà da affrontare?
“Non so se sia stata la più grande, ma sicuramente abbiamo fatto fatica a verificare quanto i ragazzi, soprattutto alle medie, avessero compreso davvero le lezioni: è stato difficile non avere un contatto con loro, non poter passare tra i banchi per vedere in diretta lo svolgimento di un esercizio o di un’attività, non avere la certezza che nel lavoro svolto non ci fosse lo zampino di un adulto. La didattica a distanza ha accentuato le differenze tra chi, anche in classe, lavora in modo autonomo, e chi, invece, ha bisogno di un aiuto in più da parte dell’insegnante, di tempi diversi, o anche solo di una conferma per proseguire. In questo devo davvero ringraziare alcune famiglie che sono state splendide nell’affiancare i ragazzi più in difficoltà, collaborando con noi e diventando quasi degli insegnanti di sostegno”.

Com’è cambiato il rapporto insegnante-genitori?

“Tantissimo. E direi, in meglio! Abbiamo condiviso tanto della situazione attuale anche con le famiglie. I colloqui si sono spesso trasformati in chiacchierate e scambi di idee e punti di vista su come si stava vivendo questi mesi di quarantena. Non c’era più la preoccupazione dei voti come priorità, ma si parlava davvero dei figli e di come stessero crescendo. D’altronde, questi mesi sono stati anche per loro un’occasione per maturare davvero molto”.

Cosa ti è mancato di più della vita in aula?

“Non avere più il rapporto one-to-one. La possibilità di avvicinarsi al singolo banco e scambiare due chiacchiere solo con quello studente, senza parlare davanti a tutti. A volte durante le lezioni gli studenti mi scrivevano un messaggio dicendomi: «Prof, non sto capendo niente. Ma mi vergogno di dirlo davanti a tutti e interrompere la lezione». Questo non sarebbe accaduto in aula, perché avrei capito dagli occhi che quel ragazzo si era perso durante la spiegazione”.

La tecnologia è entrata a gamba tesa nella didattica. E’ stato un bene o un male?Chiara Bollati interno articolo

“La nostra scuola adottava già alcuni strumenti tecnologici per fare didattica. Penso alla LIM, ma anche ad altre attività in cui la tecnologia ci è venuta in aiuto. Certo, una didattica a distanza così non l’abbiamo mai sperimentata. I ragazzi all’inizio erano entusiasti, perché si utilizzavano mezzi a loro più famigliari. Ma ben presto si sono accorti che in realtà non li sapevano usare davvero. In termini semplici, sono bravi a smanettare, ma non erano così abili a inviare mail, a scrivere un documento word, a trasformarlo in pdf. E’ necessario però che si cimentino con questi lavori, perché saranno inevitabilmente il loro futuro”.

La tecnologia sostituirà il vecchio modo di fare lezione?

“Penso proprio di no. Per esempio, per i nostri studenti tenere in ordine i file è più difficile che tenere in ordine il quaderno. Ma è importante che ci si abitui all’utilizzo di certe strumentazioni, che ora sono diventate parte integrante del nostro fare scuola. Con alcune colleghe condividevamo per esempio l’idea di utilizzare anche per l’anno prossimo una piattaforma in cui i ragazzi possano inviare i loro compiti. Raccogliere i compiti digitalmente semplificherebbe il nostro lavoro, ci darebbe la possibilità di sperimentare nuove idee e portare avanti alcune modalità provate in questi mesi”.

Com’è cambiato il rapporto con i colleghi?

“Abbiamo lavorato tanto insieme come docenti, molto più di prima. Per fare andare bene la didattica a distanza, occorre remare tutti nella stessa direzione. Altrimenti è un disastro. Io ho la fortuna di lavorare in una scuola non troppo grande, dove ci conosciamo tutti molto bene. So che nelle scuole più grandi è stato più difficile avere un’unica direzione”.

Essere una scuola paritaria ha avuto un valore aggiunto in questi mesi?

“Assolutamente sì. Tante attività non prettamente didattiche hanno aiutato ad affrontare questi mesi. Per esempio, il rettore tutte le sere proponeva una preghiera e una riflessione con i ragazzi. Prima di Pasqua abbiamo incontrato l’Arcivescovo su Zoom. Tante confidenze e condivisioni con i miei studenti non ci sarebbero state, se li avessi visti solo a lezione di matematica”.

Come avete vissuto le indicazioni che arrivavano dal Ministero dell’Istruzione sia per quanto riguarda la maturità che per gli esami di terza media?

“Credo che all’interno dell’emergenza qualsiasi scelta non vada bene per qualcuno. Ho molto rispetto per il lavoro che è stato fatto al Ministero. Ma spesso è mancata una cosa che noi pretendiamo sempre dai nostri studenti: la chiarezza. I ragazzi sono stati molto disorientati dal cambiamento in corsa delle regole per lo svolgimento degli esami. Anche di fronte all’annuncio che tutti gli studenti sarebbero stati promossi, siamo rimasti spiazzati. Non ci nascondiamo dietro un dito: il voto dà la motivazione allo studente per fare meglio. Di fronte a quella notizia, molti ragazzi si sono trovati senza un motivo per cui lavorare bene. Abbiamo trasformato questa situazione in un’occasione per staccarsi dal significato del voto e riscoprire che studiare non è ricevere una valutazione in numeri, ma ha un valore più grande e porta con sé l’importanza di crescere”.

La situazione è occasione, come dice l’Arcivescovo Delpini. Lo è stato davvero?

“Alle medie è stato più difficile, ma siamo riusciti a creare occasioni per una didattica diversa dal solito. Al liceo sì! Prova ne è, per esempio, che tranne pochissime eccezioni gli studenti di quinta superiore hanno studiato davvero moltissimo, anche se la maturità di quest’anno può sembrare più semplice”.

Come sarà il prossimo anno scolastico?

“Personalmente avrò ancora classi delle medie e il biennio del liceo, quindi saranno tutti molto vicini come età. Penso che ci porteremo dietro la consapevolezza di quanto sia importante la scuola. Anche gli studenti più piccoli hanno capito quanto sia preziosa per la loro vita. Questi mesi ci hanno avvicinato tantissimo. Pur distanti, abbiamo vissuto tanto insieme, abbiamo davvero condiviso la quotidianità, perché era uguale per tutti. Spero che l’anno prossimo continueremo a camminare insieme così, magari eliminando un po’ di burocrazia”.

Marta Valagussa

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