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Intervista a Roberta Osculati – Fallimenti e conquiste a scuola in tempo di Covid

Roberta-Osculati

FALLIMENTI E CONQUISTE A SCUOLA IN TEMPO DI COVID

Roberta Osculati è insegnante di ruolo nella scuola secondaria di secondo grado e consigliere comunale al comune di Milano. In particolare, è presidente della Commissione Periferie e della Commissione speciale per redigere un piano integrato di politiche famigliari.

Roberta, in che modo hai affrontato l’emergenza Covid in particolar modo a scuola?

“Nessuno di noi era preparato psicologicamente né didatticamente. La didattica a distanza è completamente diversa da quella in aula. Io ho capito nelle primissime settimane di lockdown qual era il vero valore della scuola: essere in relazione. Ho focalizzato chiaramente e nitidamente che la scuola è il luogo in cui si abilita una relazione di fiducia, si costruiscono dei legami, si vive una comunità. Era necessario quindi non perdere il contatto con gli studenti: la scuola è luogo di cura. Questa attenzione doveva comunque essere mantenuta, anche se trasformata e adattata in una diversa dimensione”.

L’utilizzo di nuove tecnologie a scuola è sempre stato un processo lento e graduale. L’emergenza Covid ha provocato un brusco scatto in avanti, anche se forzato, da questo punto di vista.  Come è stata l’esperienza di insegnamento con la didattica a distanza?

“Ho appeso sul campo, come tutti i miei colleghi, la modalità migliore con cui svolgere la didattica a distanza. Mi sono anche esposta con i ragazzi, ammettendo che inizialmente non sapevo come gestire le piattaforme e le lezioni. È stata un’occasione per imparare a vicenda. E qui torniamo al concetto di relazione. Mettendoci in relazione bene, abbiamo imparato una nuova modalità di didattica. Tutto lo sforzo che abbiamo fatto insieme, docenti e studenti, ha avuto i suoi risultati e non deve essere buttato via. Abbiamo scoperto un nuovo modo di fare scuola. Ora è tempo di passare da un modello tradizionale di fare scuola a una nuova dimensione, ampliata. Come ogni crisi, questo è il tempo in cui siamo di fronte a passaggi e scelte coraggiose da fare”.

Cioè?

La realtà ha altre potenzialità. Questo è il plus che ci lascia questa esperienza. Apprendere vuol dire anche affrontare l’imprevisto, al di fuori degli spazi canonici. Fare scuola in emergenza ci ha fatto capire che la didattica non è solo contenuti, libri e quaderni, ma comprende tante altre competenze. Io con i miei alunni ho fatto una scommessa. Ho investito su tre parametri, che sarebbero stati anche parametri di valutazione alla fine dell’anno: autonomia, responsabilità e capacità di autovalutazione. Lavoro con i ragazzi delle superiori, quindi mi è stato possibile fare questo discorso con loro. Non avrei potuto farlo con bambini delle elementari. Ma l’allievo è il protagonista del proprio apprendimento. E mai come ora l’abbiamo potuto constatare. La responsabilità formativa e educativa non è stata più solo mia, ma l’ho condivisa con gli studenti. Li ho coinvolti in modo diretto, come protagonisti. E i risultati si sono visti”.

Il rapporto scuola-famiglia in questi mesi è diventato più che mai essenziale. Lo deve essere in futuro, in modo così sostanziale?

“Io ho sempre creduto molto, anche da genitore, nell’alleanza educativa scuola-famiglia. Certamente, questa si declina in modo diverso a seconda delle scuole, delle famiglie stesse e dell’età dei figli. So che molte famiglie durante l’isolamento dei mesi scorsi hanno fatto fatica: spazi piccoli, mancanza di dispositivi elettronici, figli molto piccoli sono state solo alcune delle fatiche più comuni emerse. I genitori spesso sono stati stressati dal lavoro o dalla paura di perdere il lavoro. Alcuni sono stati presenti in modo assillante con i propri figli, altri non sono stati affatto presenti. È un aspetto delicato quello del rapporto scuola-famiglia, ma essenziale. Se ci proponiamo di crescere in una relazione educativa e accompagniamo i ragazzi e le ragazze a diventare uomini e donne, è essenziale farlo insieme alla famiglia. Occorre tempo e capacità di ascolto reciproco, occorrono elementi materiali e tante risorse”.

Tu hai vissuto i due fronti: la politica con la sua componente istituzionale e il mondo della scuola. Cosa hai potuto imparare in questi mesi, grazie a questi due ambiti di impegno quotidiano?Roberta Osculati

“Ho imparato che l’emergenza non si può affrontare con metodi ordinari. Con i problemi e le urgenze che abbiamo vissuto, non possiamo pensare di tornare a fare tutto come prima: non si tratta di ri-partire, ma di partire con una marcia diversa. E questo vale per la scuola, la politica, ma anche per altri ambiti quali i trasporti, il commercio, l’industria. Stiamo cercando risposte creative rispetto ai grandi temi da affrontare. Devo ammettere di aver vissuto anche un po’ di delusione da parte delle istituzioni. Parlo in particolar modo del Ministero dell’Istruzione, che non sempre ha saputo cogliere le grandi opportunità di questi mesi: non ha saputo valorizzare docenti e alunni che si sono reinventati. I vecchi modelli non funzionano più. Ciò che conta è che con l’emergenza impariamo ad avere uno sguardo nuovo sulle cose, pensando alla scuola del futuro, servirà una didattica diversa. Ci vuole coraggio. Ed è quello che non ho visto da parte del Ministero dell’Istruzione. Per esempio, l’annuncio dell’inizio di aprile, in cui si assicurava che tutti gli studenti sarebbero stati promossi, senza alcun esame a settembre, che messaggio voleva comunicare? Io credo occorra attenzione e pazienza in questi casi. Spesso è necessario tacere e non dare subito risposte, ma confrontarsi e dialogare con le parti per trovare insieme la risposta migliore. In situazioni come queste, non abbiamo un manuale da seguire passo passo. A maggior ragione occorre lavorare insieme per intraprendere la strada più giusta”.

di Marta Valagussa

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