Consigli di lettura Editoriale

Da Kangkang a Francesco da Monza

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Per assonanza qualcuno potrebbe pensare che questo articolo tratti della tipica danza di origine francese nata durante la belle epoque ma in realtà si parla di un ragazzo con questo nome, un ragazzo come tanti altri che sta cercando il senso della sua esistenza e si è reso conto che i suoi miseri cinque pani e due pesci se affidati nelle mani giuste possono dare molto frutto. Tramite consigli di buoni amici si è affidato alla parrocchia facendo l’animatore e mettendosi a servizio dei più piccoli e poi ha seguito il gruppo adolescenti. Si è affidato a chi ancora non aveva avuto modo di conoscere, a Dio.

Kangkang è un ragazzo di origini cinesi che ha 19 anni e vive in una comunità di Monza. L’ho conosciuto due anni fa quando si è presentato appunto al primo incontro degli adolescenti della mia parrocchia.
Da subito, come da lui esplicitato, si è sentito accolto a braccia aperte tanto da voler continuare perché si sentiva a casa. Che bello quando uno trova “casa”! E poi da cosa nasce cosa o meglio da casa nasce casa. Da quel primo incontro non ne ha mancato nemmeno uno durante tutto l’anno. Il benessere che provava era legato alla qualità delle relazioni che stava instaurando che avevano alla base la misericordia cristiana. Da qui il desiderio di entrare a far parte anche lui di questa “famiglia” e quindi la richiesta al don di intraprendere il percorso per il battesimo, con la conseguente scelta del padrino tra gli educatori del gruppo che, per volontà di Kangkang e per disponibilità, è ricaduta, a posteriori direi come una pioggia di grazia, su di me.
Da qui è iniziato un meraviglioso, anche se a tratti faticoso, percorso di due anni sia personale che comunitario (tramite il servizio diocesano per il catecumenato) che è sfociato, una settimana dopo l’incontro/dialogo con il Vescovo di Milano, nella celebrazione dei sacramenti di battesimo, comunione e cresima durante la Veglia di Pasqua nella propria parrocchia.

Che cosa ho appreso da tutta questa esperienza di vita, vi chiederete?
Per prima cosa ho riscoperto la bellezza e la grazia presente nei nostri gruppi adolescenti che, grazie non solo agli argomenti che trattano (ormai troppo profondi quasi da spaventare i ragazzi che non sono più abituati a confrontarsi su temi esistenziali nonostante siano sempre attuali in quanto riguardanti l’umano) ma soprattutto grazie alle persone che li compongono e allo stile che gli educatori imprimono, possono ancora parlare al cuore dei ragazzi e attrarli. Gesù ci parla infatti non solo con la sua Parola ma anche tramite i gesti delle persone che ci stanno accanto come lo è stato in oratorio per Kangkang.
Ho anche imparato che spesso da cristiano parto dall’idea che tutti comprendano il linguaggio cosiddetto liturgico, come se fosse un linguaggio universale, ma non è affatto così. Questo linguaggio è importante quindi che vada insegnato per comprendere più a fondo tutte le sfaccettature di ogni parola, gesto, celebrazione etc. ma allo stesso tempo è ancora più importante saperlo “tradurre” in parole più semplici stando anche al passo con i tempi. Per fare ciò non serve google traduttore bensì serviamo noi, giovani cristiani di oggi, dobbiamo sentirci investiti di questo compito che alla fine è quello di trasmettere la nostra fede (missione che Gesù ha dato a tutta la Chiesa). È un nostro compito. Se non lo facciamo noi non lo può fare nessuno. Un giovane trasmette in modo giovane.
Infine, solo a fine percorso riguardando i passi compiuti, mi sono reso conto che dovendo partire a parlare di Gesù da zero e non avendo un percorso rigido da seguire, nonostante le indicazioni della curia arcivescovile, ho dovuto darmi delle priorità su cosa e come affrontarlo. Ho fatto quindi un gran lavoro interiore per lasciare da parte tutte le sovrastrutture e arrivare al nocciolo, all’essenza del messaggio evangelico, con il desiderio di poterlo veramente accompagnare davanti a Lui e quindi permettergli di incontrarlo. È servito quindi in primis a me per ripulirmi da tutto quello che è un Dio spesso creato a mia immagine e somiglianza.

Consiglio a tutti i giovani di prendersi a cuore le proprie comunità, specialmente i ragazzi e gli altri giovani; e se come a me vi viene chiesto di fare qualcosa in più per qualcuno di loro, non guardate a quello che perderete ma a quello che guadagnerete perché vi ripeto, NE VALE LA PENA!

P. S. Che figuraccia, ho sbagliato il suo nome e quindi il titolo dell’articolo! KANGKANG FRANCESCO. Da questa Pasqua è infatti risorto anche lui a vita nuova entrando a far parte della grande famiglia cristiana, che preferisco chiamare famiglia umana!

Fabio Cappelletti

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