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La sfida del pre-Sinodo: costruire un ponte tra la Chiesa e i giovani

sinodo dei giovani

Gli occhi di Mary brillano sotto le treccine mentre parla del Sudafrica. Le mani di Shaker, iracheno: si muovono nell’aria quando racconta la distruzione di Mosul. La voce delicata di Chan descrive la vita dei credenti in Cina. Queste, e tante altre istantanee, sono il ricordo più forte al termine della riunione pre-sinodale che ha portato a Roma 300 giovani da tutto il mondo. Cristiani cattolici, in maggioranza. Ma anche ragazze e ragazzi atei o di altra confessione. Come Yoshi, che vive in Giappone ed è buddhista, ma ha portato il suo contributo spirituale con un altro punto di vista.

L’incontro di Roma è stata una tappa verso il Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Questo incrocio di vite e culture ha portato a un testo finale che sarà consegnato ai Padri sinodali. Non abbiamo trovato risposte, anzi abbiamo chiesto alla Chiesa di continuare a farsi domande vere. E dal testo finale possono già nascere alcune riflessioni.

1.      Il Sinodo di ottobre non riguarderà solo le vocazioni alla vita consacrata, come qualcuno aveva forse interpretato. Ma tratterà la vita e le scelte dei giovani a tutto tondo. Lo ha chiarito il dialogo tra Papa Francesco e Maxime, un ragazzo francese ateo, nella prima giornata dei lavori. «Vorrei scegliere e fare dei passi avanti, ma non so come», diceva il francese. E il Papa ha risposto: «Io credo che questa volontà è proprio l’inizio di un processo di discernimento che deve andare avanti e dura tutta la vita. Ma è bello quando uno ha una persona con cui parlare su queste cose». Ecco allora il compito del Sinodo: riflettere con i giovani sulle domande di questo tempo, e su come la Chiesa può accompagnarci. Partendo da un dato: oggi la maggior parte dei giovani non vede nella Chiesa un punto di riferimento a cui affidarsi. «La religione non è più vista come il canale principale attraverso cui un giovane cerca il senso della vita», dice il documento del pre-Sinodo. Come creare un nuovo “ponte” tra giovani e Chiesa? Questo, a mio parere, è il tema del Sinodo.

2.      Per ricostruire il ponte con i giovani, la Chiesa deve cambiare soprattutto il proprio stile. «I cristiani credono nel Dio vivente, ma diversi partecipano a Messe o appartengono a comunità che sembrano morte», dice ancora il documento. È un’esperienza molto europea, delle nostre parrocchie un po’ ingrigite, dove forse le “cose da fare” hanno un po’ coperto la gioia dello stare insieme e il sano fermento di chi prova a costruire qualcosa di nuovo. In definitiva, la percezione diffusa è che la Chiesa sia giudicante prima che accogliente. In questo serve un’inversione di rotta: accogliere prima di giudicare. Un esempio virtuoso esiste già: Francesco lo ha incarnato in questi anni.

3.      Da queste prime due sottolineature, si potrebbe forse pensare che dal pre-Sinodo sia emerso un messaggio di sola contestazione. Non è così. Quando diciamo che «la Chiesa deve cambiare», tutti noi sappiamo che la Chiesa siamo noi. La “Chiesa giovane” di cui si parla nel documento non è la Chiesa di chi ha meno anni. Ma quella di chi sente il bisogno di avviare processi nuovi per far conoscere nel mondo di oggi il messaggio di Gesù. La “Chiesa vecchia”, forse, rimane ancorata a logiche e attività che mirano a occupare spazi. Questo, noi giovani non lo accettiamo più.

4.      Qual è allora questo “cambiamento” che è richiesto a noi, che siamo Chiesa? Passa prima di tutto dal metodo. A ogni livello in cui c’è una comunità che rappresenta la Chiesa, la sinodalità può e deve diventare un atteggiamento normale. Sinodalità significa progettare insieme, accettare leadership condivise e comunità attive che partecipano in modo costruttivo. In cui credenti e non credenti dialogano apertamente. Non si tratta di creare degli spazi ad hoc per i giovani, dei piccoli parlamentini in cui – di nuovo – occupare degli spazi. Ma di scommettere sull’aria fresca e buona che il coinvolgimento di più persone, anche e soprattutto di chi ora è “fuori” dai nostri giri, può dare a tutto l’ambiente.

5.      La metafora dell’aria buona mi suggerisce un’altra immagine: quella del respiro. Se leggiamo il documento finale del pre-Sinodo come un elenco di cose da fare, ci sentiremo schiacciati. “Accompagnare le famiglie”, “essere vicino a ciascun giovane”, “essere presenti nei luoghi in cui sono i giovani, dai pub alle scuole”, “educarci all’uso della tecnologia”…aiuto! Ma pensiamoci: nel mondo ecclesiale ci sono già tante realtà che fanno del bene nei vari ambiti specifici. La sfida del processo sinodale è appunto quella di coinvolgere e coinvolgerci tutti: di darci tempi e occasioni per capire, in ogni contesto, quali sfide sono prioritarie e come fare per rispondere, insieme, ai bisogni. Dal pre-Sinodo dei giovani la Chiesa non esce con l’ansia, ma con la serenità. Serenità di chi sa che di bene, nel mondo, ce n’è tanto: a noi è chiesto di riconoscere questo bene e di promuoverlo. E poi un’altra serenità, complementare: lo Spirito è all’opera, l’evangelizzazione non dipende solo dalle nostre poche forze ma dai disegni di Dio. A noi tocca seminare, la raccolta dei frutti verrà a suo tempo.

Un’ultima nota viene pensando all’Azione cattolica. Che fare in questa cornice di Chiesa in cammino? «Se non esiste un carisma specifico dell’Ac, mi piace pensare che la nostra virtù principale sia quella di essere i primi in comunione». È una frase che ho sentito qualche tempo fa da don Vito Piccinonna, già assistente nazionale del Settore Giovani. Ecco, una Chiesa sinodale, che si apre e si allarga, ha bisogno di un’Ac che dia una mano a tenere insieme le parti del poliedro complesso che è la nostra società. La sfida del Sinodo dei giovani è grande. E non riguarda solo la nostra associazione o gli altri movimenti, né solo la Pastorale giovanile o solo i vescovi. È la sfida di tutta la Chiesa. Riusciremo a giocarla con totale spirito di servizio, per aiutare a mettere i piccoli mattoncini di quel ponte da costruire tutti insieme?

 

GIOELE ANNI

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