Consigli di lettura Editoriale

Larghezza, altezza e profondità: tre dimensioni per uno stile sinodale – di Valentina Soncini

chiesa vuota panche

Recentemente Papa Francesco ha affermato: “Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Il nostro Arcivescovo Mario ha recentemente scritto: “Il tema teologico pastorale e antropologico poetico e procedurale della sinodalità è la sfida che vogliamo raccogliere”.

Come assumere questo invito/ sfida? E’ interessante rimeditare l’evento del convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015 Il Nuovo Umanesimo in Cristo Gesù ) che ha cercato con molta cura di essere esperienza sinodale. E’ stato preparato in tre anni da una commissione composta da Vescovi, presbiteri, laici e laiche, religiose e religiose. Ha prodotto un testo per avviare cammini di confronto fin dal 2014 e ha radunato a Firenze 2200 delegati da tutte le diocesi di Italia. Dall’esperienza vissuta riporto alcune considerazioni.

Gli ingredienti di questa esperienza ecclesiale sinodale sono stati tanti, tra loro molto diversi e tutti di alta qualità spirituale, di ascolto e di partecipazione: la celebrazione di ingresso, il discorso e la messa del Pontefice, le provocazioni sulle vie (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) e due relazioni fondanti e poi partecipazione di tutti. I 5 verbi hanno infatti caratterizzato 5 aree di lavoro, ciascuna composta da circa 450 delegati. Ogni cinquecentina è stata suddivisa in 5 centinaia e in ciascuna centinaia si è lavorato a tavoli di 10 delegati, tra loro mescolati per provenienza geografica, vocazioni, genere, età . Ogni tavolo aveva un facilitatore, ogni 10 facilitatori c’era un responsabile e ogni 5 responsabili al vertice di ogni cinquecentina un coordinatore di area, relatore della stessa al termine dei lavori. In questo modo si è lavorato per un giorno e mezzo avendo sempre i tempi scanditi per gli interventi e avendo da svolgere un percorso a tappe: sinodo significa infatti “camminare insieme” , non in circolo, ma in avanti.

Quale l’esito di questo esemplare tentativo di sinodalità?

Questa modalità partecipativa condivisa tra tutti i soggetti, in una dinamica fraterna ha generato un contagioso entusiasmo: ci si è sentiti parte di un unico Popolo di Dio che si raccoglie attorno all’essenziale e che si prepara a ripartire verso tutti. Lo bellezza dello stile, oltre alla profondità dei contenuti, ha fatto fare esperienza di Evangelii gaudium, una gioia che anche a distanza ha continuato a sgorgare dai delegati come acqua zampillante. La riuscita è stata determinata anche da un metodo voluto, preparato, perseguito. Non è stata una improvvisazione.

Eppure qualche ombra è rimasta, direi che è stato un tentativo parzialmente riuscito, forse già al massimo delle sue reali possibilità benchè non al top. Due limiti mi hanno colpito e mi sembrano possano indicare i punti su cui vigilare di più:

  • l’esercizio di sinodalità attorno ai contenuti è stato molto ricco, le sintesi raccolte nella notte tra giovedì e venerdì non potevano dire di più, ma avrebbero dovuto essere una introduzione a una ripresa più articolata dei tanti aspetti affrontati per esprimere nel tessuto delle nostre chiese locali il volto di un nuovo umanesimo. Eppure questo esercizio di discernimento sembra che si sia esaurito in se stesso., come ahimè succede per tanti confronti. Paradossalmente il contenuto più conosciuto del convegno di Firenze è il discorso del Pontefice, neppure molto di più è emerso a distanza dalla stessa Conferenza episcopale . E’ il segno che l’ascolto tra i soggetti, tra i diversi livelli di Chiesa e di responsabilità è ancora debole. L’esito di un livello inferiore non giunge a quello superiore. E una volta che parla il livello superiore, più nessuno ritiene opportuno aggiungere o riprendere parola. Ancora non c’è un movimento biunivoco e sciolto dentro il corpo ecclesiale.
  • l’unico testo prodotto dalla CEI dopo Firenze, “Sognate anche voi questa chiesa”(maggio 2016) , riporta aspetti e dinamiche di sinodalità. Ma proprio collegialità e corresponsabilità fin troppo enfatizzate rispetto al ruolo di presidenza, evidenziano quanto sia ancora difficile comporre in modo armonico l’elemento gerarchico con quello comunitario in una sana pratica di sinodalità rispettosa di un popolo dove non siamo tutti uguali nei ruoli e nelle responsabilità pur se tutti animati dalla stessa fede. Non definire e riconoscere i soggetti plurimi (singoli o “corpi intermedi”) del corpo ecclesiale significa svalutarne l’originale apporto alla sinodalità, perché nel “non detto” il soggetto che rischia di dominare è quello più organizzato cioè quello gerarchico. Ciò impedisce l’innestarsi di una dinamica più fraterna che non toglierebbe autorevolezza alla gerarchia (altezza), ma l’arricchirebbe di una dimensione di ascolto e corresponsabilità di altri (larghezza) e la solleciterebbe a porsi insieme a tutti con apertura verso la maggiore iniziativa dello Spirito (profondità).

Aspetti entusiasmanti, elementi più problematici: segno di un travaglio in atto che prelude alla nascita di una nuovo stile di Chiesa, desiderato, voluto, bisognoso di tempo. E’ in gioco un modo di essere Chiesa , una istituzione pesante e lenta … ma direi: “eppure si muove!”

 

Valentina Soncini

Scrivi un commento