Consigli di lettura Editoriale

L’Avvento e l’Attesa. O del rimedio per chi non ha mai tempo – di don Cristiano Mauri

avvento candele

Non so se la questione si a davvero il tempo.

Quello che non basta per finire il lavoro, per stare con la famiglia, per mangiare con calma, per dormire il giusto, per vedersi un film in pace, per incontrare gli amici, per seguire l’attualità, per fare dello sport, per iniziare un libro, per un minimo di silenzio e di preghiera.

Troppe cose da fare, in troppo poco tempo da vivere.

Ci si prova pure a moltiplicare il tempo. Si organizza meglio il lavoro, magari si studia qualcosa sulla produttività e sull’efficienza, ci si affida a strategie di time management, si leggono articoli di life hacking, si installano applicazioni per gestire il flusso di lavoro.

Niente. Per quanto ci si impegni, a un certo punto nell’agenda non c’è più spazio.

Spazio?. E se il problema fosse quello? Se fosse che il «troppo poco» non sono le ore, bensì i metri?

In effetti, incolpare il tempo è facile.

Ha la fama di essere tiranno. Non concede nulla, non si ferma, non si ripete. Scorre implacabile e imperterrito, regolare e severo.

Dello spazio, invece, nessuno dice che è un tiranno. Quando non ce n’è, è solo perché qualcuno l’ha occupato. Mica è colpa dello spazio che, da solo, certo non si ritira.

Ho provato ad ascoltare il mio «respiro» le volte in cui mi mancava il tempo. Non era il fiato corto di chi corre troppo. Piuttosto il rantolo mozzato di chi viene soffocato. Qualcosa stringeva i miei polmoni che non avevano più spazio per allargarsi a sufficienza.

«Mamma, mi si è ristretto l’animo». La quantità di cose che ero costretto a tenere insieme superava di molto la mia capacità, intesa proprio fisicamente come “capienza”.

Non mi ci stava più tutto “dentro”. Questione di spazio, non di tempo.

Mi domando se – a volte, certo, non sempre e non per tutti – la malattia della mancanza di tempo non sia un problema di scarsa «magnanimità», cioè di limitata ampiezza d’animo.

Non intendo con ciò un difetto di generosità. Piuttosto la ridotta disponibilità ad essere ospitali di fronte alla realtà, a mantenere un costante atteggiamento di apertura e di proiezione fuori si sé, a rinunciare alle difese e alle ostinate chiusure.

La «magnanimità» s’ammala quando, per un motivo o per l’altro ci ripieghiamo su di noi, riempiendo della preoccupazione di noi stessi lo spazio interiore in cui siamo chiamati, invece, ad accogliere, custodire, amare ciò che sta fuori di noi.

La buona notizia è che si guarisce.

Ci vuole un po’ di fisioterapia dell’animo, qualcosa che lo sgranchisca quando si rattrappisce nei suoi ripiegamenti.

Bisogna agganciarsi a qualcosa che ci sollevi, ci distenda, ci proietti fuori di noi. Un che di ampio, profondo, elevato perché solo ciò che è grande ha la forza per strapparci dalle nostre micro-prigioni.

Meno male che c’è l’Avvento.

Per chi non ha mai tempo, l’Attesa è solo una perdita, un irrimediabile spreco della risorsa più preziosa.

Non ha torto. Chi vive l’Attesa si perde. Perde il controllo di sé, perde il governo delle cose per metterlo in mano a qualcosa d’altro. Anzi, Qualcun Altro.

Così l’Attesa ci sfratta dal recinto della preoccupazione di noi stessi e ci costringe a guardare altrove, anzi, ad andare altrove.

L’Attesa, afferra l’animo per un capo e lo distende verso l’Atteso.

Se l’Attesa ruba istanti di tempo, regala, però, larghezze di cuore, facendo “magnanimo” – uomo o donna dal grande animo – chi sa sostenerla.

Grazie Dio, arrivano i giorni dell’Attesa. Quelli in cui si volge lo sguardo ha Colui che ha l’ampiezza, la profondità, l’altezza dell’Infinito.

E il cuore, attratto dall’Eterno Presente si distenda alle sue misure. Quelle del «senza misura».

Forse non riusciremo a farci star tutto, ma, almeno, in Avvento si respira.

don Cristiano Mauri, Rettore del Collegio Volta di Lecco

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