Consigli di lettura Editoriale

Miriam Ambrosini – La crisi in Iran spiegata agli occidentali

miriam ambrosini

Pensate per un momento di chiamarvi Mohammed. Hai 35 anni, sei nato e vivi a Baghdad. Da quanto sei nato hai vissuto la fine della guerra Iran-Iraq dove hanno combattuto tuo padre, tuo nonno e uno svariato numero di altri parenti maschi. Non tutti sono tornati a casa. Poi c’e’ stata la prima guerra del Golfo e di nuovo i maschi della famiglia sono stati chiamati alle armi. In ogni caso quello che ti ricordi di più di quel periodo è che il benessere che fino ad allora la tua famiglia conosceva è finito. E’ iniziato l’embargo durante il quale comprare alimenti anche di prima necessità era difficile, per non parlare delle medicine o di un gelato o dello zucchero per fare una torta.

Sarà per questo che nessun Iraqeno ora può bere un the o un caffè senza metterci quintali di zucchero?

Passano pochi anni e l’esercito americano avvia nuove incursioni sotto il nome di operazione “Desert Storm”. Con il nuovo Millennio la situazione pare tranquillizzarsi un po’, ma tutto finisce l’11 settembre 2001. Lo spettro del “terrorismo islamico” comincia a prendere forma insieme a una crescente diffidenza verso i musulmani in generale. I tuoi parenti che vivono negli Stati Uniti ti raccontano che da quel giorno non si sentono più i benvenuti. Tua zia che ha sempre portato il velo senza che nessuno se ne curasse particolarmente ora ha paura di girare per le strade di New York. Passano meno di due anni, è il 2003 e USA e Inghilterra bombardano l’Iraq. Dicono che Saddam Hussein avesse iniziato un programma di armamento nucleare, ma tu non ne hai mai sentito parlare. In pochissimo tempo il regime di Saddam Hussein viene abbattuto e una nuova classe politica per maggioranza sciita prende il potere. Tu e tuoi amici vi state ancora chiedendo se sia stata o meno una buona cosa. Certo, a nessuno piace la dittatura e i racconti delle famose carceri di Saddam fanno paura solo a nominarli.

Ma la caduta di Saddam ha portato la pace? Ha portato ordine e democrazia?

A te pare proprio di no, visto che tra il 2006 e il 2007 comincia quello che in Iraq chiamiamo “guerra civile” ma nel resto del mondo ti pare che venga etichettato semplicemente come “instabilità iraqena”. E’ una guerra tutti contro tutti, sciiti contro sunniti, musulmani contro cristiani, arabi contro occidentali. Forse al resto del mondo è nota principalmente per gli scontri tra truppe americane e gruppi di estremisti, ma tu sai che è stato molto di più. Ti ricordi che non si poteva uscire di casa a Baghdad perché esplodeva qualcosa ogni mezz’ora. Ti ricordi di amici e parenti rapiti e uccisi solo per motivi etnici e religiosi o anche solo perché sono passati nella zona “sbagliata” della città. Finalmente verso il 2011 pare che la situazione migliori, il prezzo del petrolio comincia a salire e in alcune zone del Paese l’economia riprende a crescere velocemente. Ti sembra di poter tirare un sospiro di sollievo e trovi un buon lavoro. Ma ecco profilarsi un altro pericolo. E’ la fine del 2014 e un gruppo di estremisti ha preso Mosul e si stanno espandendo in molte altre aree del Paese. Sembrano molto simili ai membri di Al Qaida, ma dicono di chiamarsi Daesh. Saranno gli stessi, come dice qualcuno? E se si, dove hanno trovato le armi? Hai tante domande e poche risposte. Eppure lo Stato islamico in pochissimo tempo occupa mezzo Iraq creando sei milioni di profughi interni. Inizia una nuova guerra che viene dichiarata conclusa nell’estate del 2017. Ma è davvero finita? Il governo dice di sì, ma allora perché quando apri il giornale tutte le mattine si parla di attacchi rivendicati da cellule di ISIS? Forse non è proprio finita. In ogni caso tu hai problemi più importanti a cui pensare. Sei senza lavoro e hai una famiglia da mantenere.

A ottobre sei sceso in piazza con migliaia di persone di tutte le etnie e i ceti sociali.

Non avevi mai partecipato a una cosa del genere, la politica in fondo non ti interessa molto. Ma questa volta ti sembra diverso, questa volta le proteste non hanno colore politico. E’ il popolo che è sceso in piazza. Tutti dicono che l’Iraq è il secondo Paese al mondo per esportazione di petrolio e per questo è ricchissimo. Ma se fosse davvero così, dove sono questi soldi? I servizi pubblici quasi non esistono, la corrente 24 ore al giorno è un utopia, c’è uno dei livelli più alti al mondo di corruzione, la disoccupazione è al 25% ma soprattutto il numero di persone che vive sotto la soglia minima di povertà è cresciuto del 40% (al contrario del trend mondiale che vede una generale diminuzione di questo dato).  Ecco perché sei sceso in piazza ogni giorno da ottobre, nonostante le sanguinose repressioni, l’uccisione di centinaia di persone e le sparizioni di attivisti e giornalisti. Dove sono i proventi del petrolio? Perché chi ci dovrebbe governare si sta mangiando tutti i soldi destinati al popolo iraqeno? Perché questo governo cosiì frammentato in tantissimi partitini di matrice etnico-tribale non riesce a governare ed è paralizzato nel suo precario equilibrio?

Gennaio 2020. Adesso hai un motivo in più per scendere in piazza.

Gli Stati Uniti hanno fatto un incursione sul territorio Iraqeno e ucciso un leader iraniano. Non ti interessa molto chi sia costui, anche se ti hanno detto che ha fatto tante cose brutte. Quello che ti interessa è che si profila il rischio di una guerra Iran/USA combattuta su territorio iraqeno. Sei sceso di nuovo in piazza per chiedere alle potenze straniere di lasciare l’Iraq finalmente in pace. Hai letto che il mondo ha tirato un sospiro di sollievo quando i leader di questi due Paesi hanno smorzato i toni. Ma tu sai che non è finita. A Baghdad e dintorni le scaramucce tra soldati USA e milizie filo iraniane continuano. Ora anche tra manifestanti cominciano gli scontri, tra chi vorrebbe rimanere sotto l’ala iraniana e chi invece vorrebbe una reale indipendenza. Sarà l’inizio di una nuova guerra? Ma sì, in fondo è sempre così in Iraq… nella pace tu non ci credi. Fanno bene i tuoi amici, quelli che un lavoro ce l’hanno, a godersi la vita e spendere tutto lo stipendio entro la fine del mese. “A che serve risparmiare, comprare una casa e cose del genere?” “Tanto ci sarà un’altra guerra e perderemo tutto”.

Sembra una storia inventata, eppure no. Questa può essere ed è la storia di tutti i nostri colleghi, coetanei iraqeni. E’ triste vedere come le nuove generazioni non credano più nella pace, semplicemente perché non l’hanno mai vissuta. Hanno perso la fiducia verso la possibilità di un Paese migliore e per questo anche la voglia di interessarsi e di impegnarsi per costruirlo. Il movimento composto per lo più da giovani che negli ultimi mesi ha mobilitato le piazze di tante città iraqene è per questo motivo un segno di grande speranza e di rinnovato impegno verso il proprio Paese. Certo la durissima repressione e i conflitti interni che stanno nascendo fa temere la possibilità di un nuovo scontro civile. Ma noi vogliamo continuare a credere che la pace sia possibile anche in Iraq. Sara’ un percorso difficile, che richiede energia e impegno, una tensione continua come ci ha ricordato il Papa nell’ultimo messaggio per la Pace. “La pace come cammino, e per giunta cammino in salita” diceva don Tonino Bello.

Cosa puoi fare tu per metterti in moto per la pace? Prima di tutto non dimenticare. Leggi, informati, cerca di capire. L’interesse del mondo può davvero fare la differenza e salvare delle vite. Una manifestazione popolare che passa in sordina agli occhi del mondo più facilmente verrà repressa con la forza, ma se invece i riflettori sono puntati allora la voce dei giovani sarà, forse, più ascoltata. Chiediti che legame c’è tra le scelte politiche e sociali del nostro Paese, della nostra Europa e quello che succede in Medio Oriente? In questo puoi fare la differenza! Prega per la pace, perché l’Iraq non sia terreno di un nuovo conflitto, perchè non si perda la fiducia nella Pace.

Miriam Ambrosini

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