Consigli di lettura Editoriale

Nando Dalla Chiesa – La partita del secolo

Nando dalla Chiesa

«Sono tornati a giocare come in oratorio»

 Nel nuovo libro La partita del secolo* Nando Dalla Chiesa ricostruisce la notte indimenticabile dove l’Italia batte la Germania 4 a 3. Ne individua i momenti e i protagonisti e approfondisce anche lo scavo narrativo su un ampio sfondo sociale fino ai giorni nostri della pandemia.

 La partita del secolo Italia-Germania del 4 a 3, disputata a Città del Messico il 18 giugno 1970, fu un incontro indimenticabile, combattuto allo spasimo fino alla vittoria. Una notte iniziata come una semifinale dei campionati mondiali di calcio e continuata fino all’alba in Italia. Nelle strade, nelle piazze, nelle spiagge, ovunque fosse possibile festeggiare e sventolare la bandiera italiana. Un romanzo di calcio dove si intrecciano eventi del passato e ricordi di giovinezza. Con vigore narrativo emergono le figure di Riva, Rivera, Burgnich e Boninsegna ma anche le tante figure anonime.Locandina libro

«Al calcio – dice Nando Dalla Chiesa – sono stato appassionato fino a pochi anni fa. Oggi non lo seguo più mi sono disamorato»

Per quali ragioni? «Quello che oggi trovi nel mondo calcistico era presente anche nel mondo di allora. Ricordo che c’erano partite che si compravano e si vendevano, soprattutto alla fine del campionato. C’erano scambi tra i presidenti. Erano altre logiche. Non sapevamo ancora, o non era ancora accaduto, che nel ’70 dei giocatori scommettessero sulla sconfitta della propria squadra. Questo, per me, è stato il momento decisivo. Da bambino e adolescente, sono stato tifosissimo so che cosa rappresenta la nazionale di calcio, cosa ha rappresentato l’Inter per la mi felicità, per le mie passioni. L’idea che i miei miti brindavano alla loro sconfitta mentre io piangevo per la loro sconfitta, mi ha portato a dire basta, ormai è finito tutto. Naturalmente tutto questo era stato preparato dal doping e dai passaporti falsi. Le scommesse sulla propria sconfitta è un’infamia. Da ragazzo ho fatto le scuole superiori in quattro città diverse. I miei compagni se mi davano una identità era quella di “interista”: una identità calcistica. Questo per dire la profondità del rapporto e dell’identificazione. Questa scelta finale della mia anzianità è proprio sofferta. Io che rompo l’anima sulla questione morale non posso tacerla nel calcio»

Non crede che la “partita del secolo” è stata anche la partita di tante sorprese, di tante prime volte: le donne in piazza, il ritorno del tricolore, l’Italia che gioca in attacco. Cose che non si erano mai viste. «E’ vero. Credo che sia qualcosa di irrepetibile per la quantità di cose, eventi, che si sono sommate in quella vicenda. In un primo momento non ce ne siamo accorti, ma solo ripensandoci e mettendo a posto le cose. Ci fu la sorpresa delle donne in piazza. Tutti si chiedevano ma che cosa ci fanno in piazza? Mai viste! Anche la sorpresa del tricolore, lo si cercava fregandocene delle ideologie che professavamo. La festa di notte che non sapevamo come si potesse fare. Quando uscimmo in strada non sapevamo quello che avremmo fatto, come si sarebbe potuto festeggiare in piena notte. Non c’erano esperienze. Oggi si fanno ma allora fu l’invenzione del presente. Le inventiamo con tutte le incertezze dell’invenzione. Fu quando vedemmo una macchina passare in direzione Duomo che suonava il clacson. Noi tifosi la seguimmo, insieme ad altre macchine, mentre piazza Duomo si riempiva da ogni direzione di tifosi e auto che allora potevano circolare in centro»

Non crede che la vera partita inizia nei tempi supplementari dove, proprio sul campo, esplodono tante prime volte: l’Italia che rompe il catenaccio e passa all’attacco, i terzini che segnano, Riva e Rivera che si abbracciano, l’Italia che supera l’inconfessabile complesso di inferiorità verso la Germania? «Anche nella partita sono successe cose impensabili. Chi aveva mai visto Rivera sulla linea di porta e Boninsegna crossare a Rivera? In genere era proprio il contrario dove Boninsegna si avventava in una rovesciata, in un colpo di testa, riuscendo a segnare anche in posizioni impossibili. Nella partita è Boninsegna che si smarca, corre e crossa a Rivera che, al centro dell’area, segna il goal della vittoria. Non si era mai visto che il finitore diventa il centravanti. Non si era mai visto giocare la nazionale in quel modo. Ho fatto delle interviste a Burgnich e Rivera, entrambi dicevano la stessa cosa. Abbiamo smesso di giocare come sapevamo. Rivera che dice «sono tornato a giocare come in oratorio e ne sono orgoglioso»

Quella partita al fulmicotone cosa rappresenta per lei? «In quella partita c’è stata una semplice e fantastica, e involontaria, rappresentazione dello spirito del tempo. Ed è una cosa bella! La capacità di immedesimazione dello spirito del tempo. Quell’Italia che va all’attacco è stupefacente. Io me le ricordo le partite dell’Italia.  Dopo il goal di Boninsegna eravamo tutti con il fiato sospeso e sicuri di vedere l’Italia giocare in difesa, magari con un contropiede. Secondo la logica il contropiede avremmo dovuto farlo noi all’ultimo minuto. L’Italia aveva una difesa molto forte, forse non abbastanza per l’esclusione di Picchi. Sapevamo delle capacità di Albertosi, Burgnich e Facchetti e un bravissimo Rosato. Era una grande difesa, soprattutto perché Rosato sostituì Leonardo Nicolai e, dico, fortunatamente perché era quello degli auto goal.  Come da copione eravamo preparati, come se fosse uno spettacolo a cui assistere e resistere. Prima di tutto non ha resistito, poi è cambiato completamente il copione. Mai avevamo visto un Italia giocare in quel modo. I giocatori stessi ci dissero di aver giocato come in oratorio. Le cose più belle le hanno dette Rivera e Domenghini: «I tedeschi eravamo noi»

Perché è convinto che nel ricordo di quella partita, oggi gli italiani possono trarne forza per superare l’emergenza pandemica? «Quella partita, avendo assunto nel tempo un valore sociale, molto al di là di un valore sportivo, non deve sembrare blasfemo che possa diventare un segno di quello che l’Italia può fare in un momento di difficoltà. Se fosse stato solo un evento sportivo obiettivamente è un’esagerazione, un insulto rispetto alle sofferenze di una generazione che allora stava costruendo una Italia orgogliosa e nuova, capace di trionfare nello sport più amato contro la nazione più forte. Siccome si è trasformato in evento sociale, e lo è stato soprattutto per la generazione che ha pagato di più il Covid-19, mi è sembrato giusto poterlo dire. Lo dico con le parole del libro: «Proprio di fronte alla tragedia nazionale improvvisa, quella partita resta, cinquant’anni dopo, una bandiera piantata nella storia del nostro Novecento. Simboleggia, con altri indimenticabili momenti delle istituzioni, della politica, della cultura, le vittorie raggiunte con le unghie e con i denti del popolo italiano. […] Per questo anche oggi quella partita può essere un emblema. Le perdite del 2020 non sono state e non saranno né poche né indolori. Ma l’Italia del 4-3 non è stata solo una squadra di calcio. E può tornare»

 

23 giugno ’20

                                                           Silvio Mengotto

 

* Nando Dalla Chiesa, La partita del secolo Italia-Germania: 4-3  Storia di una generazione che andò all’attacco e vinse, Edit. Solferino, 2020

 

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