Consigli di lettura Editoriale

Nessuna morte è vana – di Paolo Bustaffa

eutanasia

Era un ingegnere di Albavilla (Como), 62 anni, non soffriva di alcuna malattia terminale. Era affetto da una depressione, aggravata anche a due gravi lutti familiari. Aveva raccontato la sua sofferenza in una lettera inviata ai Servizi sociali del suo Comune ma, a quanto risulta, giunta a destinazione dopo la sua morte. L’uomo è volontariamente morto in una clinica di Zurigo qualche giorno fa. La notizia è arrivata perché un’inchiesta giudiziaria è stata aperta dalla Procura della Repubblica di Como.

Sono subito sorte diverse domande: in che contesto è maturato il proposito? L’uomo era solo, era abbandonato a se stesso, nessuno si curava più di lui? E, pensando alla clinica svizzera dove è morto, quali sono i requisiti perché si possa legittimamente accettare una richiesta di suicidio assistito? Come esce la medicina da una vicenda che l’ha vista dalla parte della morte?

Domande che non avranno risposte in tempi brevi ma che hanno aperto un dibattito su gradi questioni etiche e anche sul tema delle relazioni   tra persone che vivono sullo stesso territorio. Appare subito evidente una debolezza se non un’assenza di legami e di solidarietà.

La solitudine, o meglio l’abbandono, è il grande male che svuota una persona di fronte a prove laceranti. E’ in questa debolezza che si rivela la vera natura del mito dell’autodeterminazione: una maschera che in alcuni ordinamenti giuridici legittima la più cinica delle scorciatoie alla rimozione di problemi umani e sociali prima che sanitari: il farla finita.

La rinuncia a curare una malattia curabile come la depressione, la sostituzione della compassione, cioè del soffrire insieme con il paziente, con la soddisfazione a pagamento del suo desiderio di morte impongono allora un ripensamento sui limiti dell’autodeterminazione, sullo stesso significato di libertà, sui rischi di tradimento della vita da parte della professione medica.

Spenti i riflettori rimanga ora accesa la riflessione sul vivere e sul morire, sul mistero dell’uomo. Occorre prendere la parola per dire con misericordia la verità, è indispensabile rendere più forte l’impegno culturale e politico perché una legge sia sempre all’altezza della dignità dell’uomo. Con la sua morte l’ingegnere di Albavilla lascia, a quanti hanno a cuore il valore della vita, anche un messaggio che rende inquieti, interroga sulla capacità di accompagnare coloro che soffrono.

Quella di un uomo non è mai una morte vana, nessuna morte è inutile, tutte le morti bussano alla coscienza, la provocano, la spingono a percorrere i sentieri della misericordia dove camminano anche la verità e la giustizia. Se così non fosse come potremmo ancora chiamarci uomini?

Paolo Bustaffa, presidente diocesano Azione Cattolica Como

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