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Omelia di don Cristiano alla festa dell’Incontraci 2018

messa incontraci legnano

Riportiamo di seguito il testo dell’omelia di don Cristiano alla festa dell’Incontraci a Legnano lo scorso 9 settembre.

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Partire e ripartire

Con un ritmo che non è del tutto comprensibile e in ogni caso ampiamente dentro la compagnia della grazia, nella vita accadono delle partenze e delle ripartenze. Anzi, non facciamo fatica a capire che questo – il partire e il ripartire – è uno dei modi con i quali possiamo descrivere l’esistenza: la nostra, quella di tutti e anche di ciò che ci sta caro e si manifesta come un organismo vivente, come la Chiesa o il mondo stesso.

È qualcosa di molto radicato in noi, che manifesta il dinamismo della vita. Del resto i verbi che scandiscono l’esodo biblico uscire da una terra per entrare in una nuova, attraversando il deserto, appartengono alla vita di tutti. Uscire ed entrare sono un dato radicale e universale dell’esperienza umana e attraversano l’intero spazio del vissuto comune: marcano il nascere e il morire, partire e arrivare, lasciare e trovare una terra, un lavoro, una casa, un affetto. È un processo carico di tensioni ed emozioni, di paure. Uscire contiene il timore di vagare in uno spazio aperto e inospitale come il deserto, perchè vagare senza meta, -quando ci capita di sperimentarlo- è una maledizione, è perdita di un senso al cammino, è smarrimento. L’esodo, allora, non è un viaggio di un popolo del passato. Piuttosto è un viaggio del presente, che riannoda la vita di tutti. Ed è bello che l’inizio di questo anno pastorale, come troviamo nella lettera del nostro Arcivescovo, sia proprio all’insegna del viaggio. Non di un viaggio qualsiasi, ma di quello che ci vede in cammino verso la Gerusalemme celeste, con la consapevolezza del Salmo che dice: «cresce lungo il cammino il suo vigore» (Sal 84). La parola del Salmo ci ricorda precisamente che, senza un reale mettersi in cammino, la forza non si cresce. Il vigore, pertanto, non è da immaginare come una riserva di energie concessa all’inizio e destinata ad esaurirsi nel tempo. Piuttosto, esso è qualcosa che si accresce soltanto viaggiando, solo se si ha il coraggio di mettersi in cammino, di muovere dei passi, di avviarsi, di dare una svolta e una direzione al proprio percorso, uscendo dall’inerzia e dalla paralisi. È lungo il cammino che cresce il vigore. La vita, in questa luce, trova altri criteri per leggersi e verificarsi, anche quando le forse sembrano essere di meno.

Oggi queste partenze e ripartenze ci accomunano almeno in quattro: don Gianni, don Luca, don Fabio e io. Per ciascuno di noi si tratta di partenze e ripartenze; a ciascuno di noi è chiesto di mettersi in cammino su un’altra via. Ma, vedete, non si tratta di un affare privato, solo nostro. Al contrario, oggi c’è la ripartenza di ciascuno di voi, la ripresa del cammino associativo. E per ciascuno di noi il vigore che sostiene il cammino è assicurato solo nel coraggio di rimettersi in viaggio.

Una luce per il cammino

D’altra parte questo partire e ripartire che illustra senz’altro la vita, ha bisogno di qualche luce. Ogni partenza e ripartenza necessita di parole per il viaggio da mettere con cura nella bisaccia. Per non essere ridotto a una vuota magia, il gesto del viaggiare ha bisogno della parola che lo trasfigura in un’invocazione e in un raccoglimento. È così che esso scongiura il rischio di perdersi e vagare tristemente e lo trasforma, piuttosto, in un pellegrinaggio, attratto da una meta. Certo, non servono molte parole, per non affaticare il cammino. Chi parte troppo appesantito, infatti, non solo si stanca subito a causa del peso che lo opprime, ma rischia di arenarsi in interminabili preparativi.

È in questo orizzonte che ho provato a leggere la Parola di Dio di questa domenica. Vi ho ritrovato delle parole per il viaggio, quello che inizia per ciascuno di noi. Ne raccolgo, semplicemente tre da mettere nella bisaccia, per non appesantire il cammino. Evidentemente, se ne potrebbero raccogliere molte di più, ma ciascuno di noi potrà entrare nella suggestione e trovare le proprie.

Non forzarti all’insensibilità perché tu sei nostro Padre

La prima è questa: «non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro Padre» (Is 63,15-16). Trovo commoventi queste parole di Isaia. Non ci ha parlato prima del viaggio del popolo, delle sue partenze, dei suoi arresti improvvisi e delle sue ripartenze? Proviamo a rileggerle: «egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati, li ha sollevati e portati su di sé, tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo» (Is 63, 9-11). Ecco, vedete: partenza, arresto e ripartenza; uscita per grazia, dispersione e ritorno a motivo della memoria. È così la vita! Ma all’interno di questo ritmo vitale, Isaia ci dice qualcosa di commovente sul mistero stesso di Dio: «non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre». La novità sconvolgente è questa: l’insensibilità per Dio è semplicemente una forzatura. È impossibile, incompatibile con Lui. È fuori dai suoi schemi, dalla sua vita, dalla sua realtà. L’argomentazione è molto forte e impressionante: «Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi» (Is 63,16). Persino il padre Abramo o Giacobbe, i due patriarchi fondatori, si possono dimenticare del popolo. Ma Dio no! Perché «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore». L’insensibilità, dunque, non abita la casa di Dio.

Mi pare importante, per l’inizio del viaggio comune, mettere nella bisaccia una parola come questa. Nelle nostre continue partenze e ripartenze sappiamo e sperimenteremo che Dio non può mai forzarsi all’insensibilità nei nostri confronti. Egli è, e continua ad essere sempre per noi, nonostante i nostri fragili entusiasmi e le nostre incomprensibili paralisi. Dio è sempre per noi!

Prestate attenzione a Gesù…, la sua casa siamo noi

La seconda parola è l’invito contenuto nella lettera agli Ebrei: «prestate attenzione a Gesù…, la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza» (Eb 3, 1.6). Sono altre parole strepitose per un inizio. Quasi ci dicessero: «nel camminare, prestate attenzione a Gesù, non perdete questo particolare decisivo che riaccende il senso delle cose e della vita. Ricordatevi che voi siete la sua casa, a condizione che conservate la libertà e la speranza». Ci possiamo, dunque, accorgere di Lui, lo sentiamo vivo e vivente, se conserviamo la speranza e la libertà.

Scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna

La terza è come nascosta in questa pagina del Vangelo di Giovanni un po’ oscura e indigesta, perché, di fatto, polarizzata solo sulla polemica tra Gesù e i Giudei. Tuttavia, prima che divampi la discussione e i toni si accendano, Gesù ricorda loro l’essenziale, ciò che, in verità, avrebbe aperto un’altra via al dialogo, ma è che stata volutamente interrotta: «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna» (Gv 5,39). È l’ascolto che apre la via e la sordità che la chiude. Ma si tratta di un ascolto importante. Scrutare, infatti, è un verbo da mettere in evidenza. Esprime la giusta attenzione da dare a una realtà. Non indica il guardare distratto, sufficiente, svagato, privo di interesse. Piuttosto è sguardo di attenzione, di intensità singolare, di stupore, di voglia di capire, di chiedere spiegazioni. È per questa impegnativa via di ascolto della sua Parola che Gesù smette di essere un problema, come lo è stato per i Giudei con i quali è entrato in polemica, e può essere riconosciuto come colui che «è venuto nel nome del Padre» (Gv 5,45).

Nel partire e ripartire di oggi la grazia di Dio ci regala, dunque, tre parole per il viaggio comune. Ciascuno di noi le potrà porre con cura nella propria bisaccia, ritrovandole di tanto intanto in qualche sosta del cammino. Non saranno talmente pesanti da affaticarci, al contrario, ci faranno molta compagnia. Eccole:

«Non forzarti all’insensibilità, perché lì tu sei sì padre: Dio è sempre con noi».

«Prestate attenzione a Gesù: la sua casa siamo noi».

«Scrutate le scritture pensando di avere in esse la vita eterna».

Lodare Dio e benedire il fratello

Vorrei concludere raccogliendo un passaggio suggestivo dalla storia della spiritualità. Fino alla sua morte frate Leone custodì nel suo saio una preziosa reliquia di Francesco. Su una minuscola pergamena di pelle di pecora il santo aveva lasciato due preziosi autografi e il «tau» col quale si firmava. Sul fronte si leggono le lodi Dio altissimo, composte due anni prima di morire alla Verna, dopo aver ricevuto le stigmate. Si tratta di un testo intensissimo, nel quale Francesco contempla la realtà di Dio, rivolgendosi a Lui con estrema familiarità e rispetto (…Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza, Tu sei umiltà, Tu sei pazienza, Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine (Cfr. Sal 70,5), Tu sei sicurezza, Tu sei quiete…). Sul retro, invece, si trova la celebre benedizione riservata allo stesso Leone, riecheggiando quella biblica di Nm 6,24-26, ma con un finale commovente per lui: «Il Signore benedica te, frate Leone». Proprio te, frate Leone! Non poteva non esserne grato e commosso.

Mi pare di trovare qui un’ultima parola per il viaggio comune. Portando con sé la reliquia di Francesco, frate Leone non solo voleva conservare la memoria di Francesco, ma anche non smarrire la sua intensa consegna: le lodi di Dio e la benedizione per il fratello. Nascosto nel suo saio teneva, pertanto, il modo con quale avrebbe voluto vivere i suoi giorni: amando di Dio e benedicendo il fratello. Vorremmo cucirlo anche noi da qualche parte del nostro vestito, per ricordarcene nel nostro cammino.

 

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