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Ottavio Pirovano: Il consiglio pastorale tra profezia e strategia

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Tutti gli organismi di partecipazione promossi da qualsiasi realtà e istituzione soffrono di alcuni limiti, e il più delle volte l’esito di tali organismi non è mai all’altezza del compito che si è dato. Ci sono tanti fattori e di diversa natura che concorrono alla riduzione drastica della potenzialità che volevano esprimere: ci sono questioni procedurali, organizzative, ci sono dipendenze da altri ordinamenti che i medesimi organismi non possono cambiare (pensiamo al diritto canonico, ma anche al regolamento di una scuola rispetto ad un consiglio di classe), ci sono poi dinamiche relazionali che a volte ostacolano la discussione… insomma, gli organismi di partecipazione portano dentro di sé la complessità che abitiamo. Ciò che poi aiuta a creare un clima di disaffezione e di scoraggiamento è il fatto che, guardando alla durata di un organismo, fatichi a ritrovare alcuni cambiamenti significativi e anche quale è stato il contributo del singolo consigliere o rappresentante.

Siamo alla vigilia del rinnovo dei consigli pastorali e, soprattutto per persone adulte, la domanda è: “Perché stavolta dovrebbe funzionare?”

Provo a descrivere quali potrebbero essere degli indicatori per la vita di un consiglio pastorale, affinchè la profezia che è chiesta alla Chiesa tutta e quindi anche alla singola comunità possa avverarsi, intendendo per profezia quella parola che sa dire dove il Signore è presente oggi, dove lo incontriamo e come questo incontro può farci vivere una esperienza di salvezza.

Il primo indicatore è il tempo

Un Consiglio Ppastorale funziona se chi vi partecipa riconosce che ci vuole tempo per questo ruolo, tempo di riflessione, di ascolto, di preghiera, quindi tempo oltre quello che richiede il calendario delle sedute del Consiglio Pastorale; è un tempo che non solo bisogna mettere in conto di riservare, ma è anche un tempo che va richiesto, soprattutto per gli incontri annuali del Consiglio Pastorale. È un conto matematico quello che deve avviare la riflessione: se ho un Consiglio Pastorale composto da 30 persone e ci si trova 5 volte l’anno per due ore, il tempo del Consiglio Pastorale sarà di 10 ore, 600 minuti, ovvero ciascuno ha 4 minuti di tempo a seduta per parlare. Scusate la concretezza, ma se si parla di tempo è inevitabile… e 4 minuti per articolare un intervento sono davvero pochi, perché poi oltre all’ascolto bisogna avere il tempo per discutere e per giungere a delle conclusioni… insomma, se una persona può parlare per due minuti ogni volta è tanto!

Il secondo indicatore è la conoscenza e familiarità tra i consiglieri

È un fattore importante: il Consiglio Pastorale è un luogo dove alcune persone si ritrovano per parlare e decidere per una comunità. Si capiscono? Si rispettano? Si vogliono bene? Sanno distinguere tra la persona e il contenuto dell’intervento? Spesso capita che appena un consigliere apre bocca altri sanno già quello che vuole dire e hanno pronta la replica. Sono dinamiche umane quotidiane, non possiamo far finta che non esistano. Ciò che può permettere una maggiore armonia è la conoscenza sia personale che del compito che si ha nella comunità. Riconoscere che la persona che sta parlando utilizza un termine perché nella sua esperienza ha un particolare significato, diverso da quello che altri gli attribuiscono, è un obiettivo che un gruppo che deve raggiungere dei risultati attraverso la parola discussa non può tralasciare.

Il terzo indicatore è il metodo di lavoro

Il metodo è ciò che ci rende un po’ tutti sullo stesso piano, con gli stessi strumenti a disposizione, e questo facilità l’incontro tra persone differenti che non devono convincere della bontà del loro pensiero, ma devono contribuire ad un passo in avanti riconoscibile e condivisibile. Partire da un testo letto in precedenza, scandire la seduta con tempi prestabiliti, dare spazio all’ascolto attento e non giudicante, condividere il processo decisionale, ma anche lavorare per commissioni che sappiano coinvolgere altri…. Sono solo alcuni esempi di come un metodo di lavoro non è questione di tecnica, ma è la concretizzazione del rispetto di ciascuno e del desiderio di costruire qualcosa insieme.

Il quarto indicatore riguarda la scelta dei contenuti

In una fase storica di “cambiamento d’epoca” la scelta dei contenuti dice lo sguardo con cui guardiamo la realtà. Di cosa si deve occupare oggi una comunità cristiana? I temi non possono non riguardare l’evangelizzazione in una cultura secolarizzata, ovvero il fatto che la comunità cristiana si muove da “minoranza” nella nostra realtà, per cui lo sguardo dovrà essere, ad esempio, su come si dialoga con le tante espressioni “multi” presenti: cultura, religione, scelte personali diversissime tra loro. Personalmente incrocerei gli ambiti di vita indicati nel convegno di Verona della CEI con le 5 vie del convegno di Firenze sempre della CEI, dando le priorità che ogni comunità individua per la sua realtà.

Il quinto indicatore riguarda la comunicazione al resto della comunità

Partecipare al Consiglio Pastorale significa rappresentare tutta la comunità, per cui sarà necessario moltiplicare le forme di comunicazione di quanto si sta facendo, cercando di riportare un clima di discussione seria, serena, responsabile e di condivisione tra preti e laici ed evitare chiacchiere e commenti che solitamente, ma anche qui non dobbiamo stupirci, sono negativi!

Il sesto indicatore riguarda la decisione

La decisione deve rispondere a diversi fattori: il criterio fondamentale è che ci sia una decisione evangelica, che mostri la scelta di stile che farebbe dire alla comunità intera “Gesù avrebbe fatto così”; se il metodo è stato rispettoso, la decisione è molto probabile che sappia rappresentare le varie posizioni messe sul tavolo del Consiglio Pastorale; se i fattori precedenti sono stati percorsi con sapienza, la decisione sarà una conseguenza del processo che si è svolto, e non ci sarà problema nel riconoscere che c’è qualcuno nella comunità che ha il compito di decidere, perché sarà evidente che la decisione rappresenta quanto si è discusso e condiviso.

Conclusione

Oggi un Consiglio Pastorale è un organismo quanto mai necessario, per la complessità che stiamo vivendo, per la fase di transizione di cui non conosciamo l’approdo, per il cambiamento di posizione della comunità cristiana nella società. Gli indicatori servono per dire che il Consiglio Pastorale è un organismo complesso dove è bene che ciascuno si senta valorizzato perché rappresenta l’intera comunità. Va gestito anzitutto con sapienza, termine riservato proprio ai “saggi del villaggio” che da sempre rappresentano, in tutte le culture, coloro che sanno vedere la strada verso il futuro: e, guarda caso, ovunque il consiglio dei saggi è un organismo plurale!

Ottavio Pirovano

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