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Paolo Rappellino: l’ACR mostra ai più piccoli l'”universale”

paolo rappellino

Lo Statuto dell’Azione cattolica italiana all’articolo 6 (nella versione aggiornata del 2004 è riportato invariato il testo originale dello Statuto del 1969) stabilisce che «l’esperienza associativa e l’attività apostolica» dell’Ac «hanno come primo impegno la presenza e il servizio nella Chiesa locale e si svolgono in costante solidarietà con le sue esigenze e le sue scelte pastorali». In pratica significa che da 50 anni l’Azione cattolica decide di incarnarsi nelle forme concrete della Chiesa locale e del territorio in cui opera, fedele agli orientamenti dei singoli vescovi. Solo per fare qualche esempio, diverso è essere Ac nelle grandi città o nei piccoli centri, nel Nord o nel Sud della Penisola, in una diocesi di grandi o piccole dimensioni, in un’area del Paese più o meno ricca. Contesti diversi richiedono stili diversi di evangelizzazione, testimonianza cristiana e carità. Oggi, con il linguaggio di papa Francesco, si direbbe che tutto questo è uno degli aspetti della «Chiesa in uscita».

Ciò (ovviamente e, anzi, a maggior ragione) vale anche per l’Azione cattolica dei ragazzi che delle attenzioni associative è tra quelle che più richiedono una forte pulsione missionaria per coinvolgere i ragazzi a partire dalla loro peculiare condizione. Ma per l’Acr la diocesanità può anche essere intesa in senso “inverso”. Cioè non solo come declinazione nel particolare di una realtà più grande ma anche come esperienza che dal “particolare” mostra ai più piccoli “l’universale”.

Diocesanità, per i ragazzi, è vivere un Acr che non si esaurisce nella parrocchia. È la consapevolezza di far parte di un cammino condiviso da tanti altri nella Chiesa locale. Non a caso il percorso dell’anno si apre progressivamente dalla dimensione parrocchiale del Mese del ciao a quella più vasta dei gruppi vicini e poi dell’intera diocesi con il Mese della Pace e il Mese degli Incontri. Diocesanità, per i ragazzi, è anche l’esperienza del compiere un cammino con le persone delle diverse generazioni: giovani, adulti e anziani, che già incontrano nell’associazione parrocchiale ma anche ancora più chiaramente percepiscono quando partecipano alle feste e alle iniziative diocesane unitarie. Insomma: l’esperienza di fede non si esaurisce in parrocchia e non è un cammino solo per bambini. 

Diocesanità, per i ragazzi, è comunione con il proprio vescovo. Sono passati oltre vent’anni, ma ricordo ancora molto bene l’emozione che provarono i ragazzi e le ragazze del mio gruppo di Acr (e naturalmente anch’io) quando al meeting diocesano del Mese degli incontri intervenne il cardinale Carlo Maria Martini per consegnare la nuova Regola dei vita del ragazzo apostolo. Ricordo l’attenzione con cui tutti nel palazzetto del Centro Schuster ascoltarono le parole dell’arcivescovo che spiegò il brano del “ragazzo dei pani e dei pesci” (Giovanni 6,1-14). C’era in tutti la consapevolezza che il nostro pastore aveva qualcosa di importante da dire ai ragazzi e che fiducioso poteva contare su di loro. Proprio come quel ragazzo che duemila anni prima aveva offerto a Gesù tutto quello che aveva. Così è ancora oggi: i ragazzi dell’Azione cattolica fanno esperienza di protagonismo nella loro Chiesa locale.

Paolo Rappellino, già responsabile dell’ACR

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