Consigli di lettura Editoriale

Pensioni e vita: non di soli numeri vive l’uomo – di Alberto Mattioli

Senior couple

Legare l’età pensionabile alle aspettative di vita è una condizione oggi dettata dai conti che altrimenti non tornerebbero alle Casse Previdenziali. Ma i conti da soli non bastano a spiegare il senso della vita e la correlazione con altri fattori che potrebbero incidere negativamente su una delle questioni che aggravano le situazioni contabili ovvero l’andamento demografico.  Continuare a spostare l’età della pensione di vecchiaia in avanti deriva dallo squilibrio causato essenzialmente dalle aspettative di vita più lunghe che comporta maggiori erogazioni, dall’andamento demografico negativo che causa una riduzione dei contributi versati dalla minore occupazione e dallo stock pensionistico cumulato con il sistema retributivo (più onerose rispetto al vigente sistema contributivo) e da quelle largamente anticipate come, a solo titolo di esempio, le baby. Insomma pesano anche i diritti acquisiti tra cui certo quelli dei politici connesse al vecchio regime dei vitalizi e che oggi stonano rispetto ad un contesto che richiede continui sacrifici. I numeri aiutano a comprendere inoltre la necessità di lavoratori stranieri da immettere annualmente nel sistema produttivo per sostenere il livello annuo dei contributi versati onde mantenere l’equilibrio finanziario tra entrate e uscite. Ma se questo dicono i numeri, non è ragionevole pensare che si possa lavorare fino a 67 anni e anche oltre. L’età anagrafica non coincide con quella della efficienza psicofisica necessaria e delle motivazioni oltre al fatto che le aziende invece tendono a dismettere le persone in età avanzata. Si rischia di passare  direttamente dal luogo di lavoro alla cura in una residenza sanitaria  per anziani. Se come crediamo l’uomo non è un mero pezzo del circuito  produttivo è necessario che abbia uno spazio della vita per la cura di se e della vita generata. In questo senso è cruciale ricordare che grazie a questo tempo gli over 60 prestano un supporto alla vita che si rigenera ovvero alle giovani famiglie che nascono e che grazie al sostegno genitoriale possono reggere il difficile equilibrio di gestione tra figli e lavoro. Nuove generazioni che tra l’altro poi si troveranno ulteriormente gravati dal prendersi cura di genitori sempre più usurati e anziani .

Un aiuto essenziale quindi per aiutare a recuperare il gap demografico che incide proprio sul sistema pensionistico. Inoltre andare in pensione sempre più tardi potrebbe vanificare quello sforzo di prevenzione delle gravi patologie che portano a importanti cure e ricoveri con un aggravamento del bilancio sanitario. Occorre quindi trovare modalità diverse che consentano di trovare un migliore equilibrio tra questi fattori senza dover spremere la vita con meccanismi dettati semplicemente dai dati contabili. Un patto generazionale per evitare che i giovani vivano il rapporto con i propri vecchi sentendoli sempre più come un peso eccessivo. Certo occorrerà lo sforzo e comprensione da parte di tutti gli attori del sistema, compresi i cittadini.

Alberto Mattioli

2 Commenti

  • Che lavorare oltre i 67 anni (specie per alcune professioni) sia pesante non c’è dubbio, però la situazione anagrafica in Italia è quella che è, bisogna che ci diciamo la verità.

    Le uniche soluzioni che mi vengono in mente per non aumentare nel tempo l’età pensionabile potrebbero essere:

    1) diminuire l’importo delle future pensioni (che già saranno misere);
    2) aumentare i contributi previdenziali (a carico di chi? Se aumenta il costo del lavoro gli imprenditori delocalizzano, o non assumono, e gli stipendi medi italiani sono già tra i più bassi della UE);
    3) far entrare altri lavoratori stranieri, ma solo se effettivamente richiesti dal sistema produttivo (e non mi sembra che negli ultimi anni ci siano grandi numeri in questo senso), tenendo conto in ogni caso che l’integrazione è auspicabile, ma spesso complessa;
    4 )la soluzione migliore sarebbe invertire il trend demografico… ma come? E comunque ci vorrebbero decenni per riequilibrare la situazione attuale.

    Fatti salvi i lavori davvero usuranti, forse è meglio che tutti gli altri si rassegnino, e che si cerchino altre strade per risolvere il problema della mancanza di nonni che accudiscono i nipoti.

    Probabilmente, se non ci fossero le elezioni in vista, il dibattito sul rinvio dell’aumento dell’età pensionabile nemmeno esisterebbe.

    Saluti.

  • Lavoro da 35 anni e andrò in pensione fra circa 10 anni con quasi 45 anni di contributi. Ci sono pensionati che hanno lavorato solo 14 anni 6 mesi e 1 giorni, e chi ha lavorato solo 35 anni; ci sono i privilegiati della politica e dipendenti pubblici…. Mi chiedo perché oltre a fare i sacrifici per i miei 2 figli debbo lavorare di più per pagare le pensioni a chi ha lavorato 10 anni e anche più, in meno di me? Non credete che 10 anni passati a casa come pensionato a al lavoro siano una gran bella differenza. E allora bisogna colmare questo conflitto tra generazioni. Come? Bisogna avere il coraggio di ammettere che i diritti acquisiti di chi citavo all’inizio sono ormai in realtà dei veri e propri privilegi. Occorre fare una modifica costituzionale e ridare equità e giustizia. Le future riforme delle pensioni vanno fatte non sulle spalle di chi sta ancora lavorando (perché altrimenti davvero passeremo direttamente dalla fine della carriera lavorativa alla casa di cura), ma tagliando le pensioni a chi sta ricevendo e ha ricevuto più di quello che ha versato. Altro che tagliare le future pensioni come dice Massimo! Questa è la vera riforma. C’è chi ha lavorato poco, ha goduto la pensione fin dai 50 anni, ha curato i propri nipoti, ha goduto la propria pensione in salute… ecc ; ad altri, i futuri pensionati, tutto questo non sarà concesso. Se anche guardiamo l’aspettativa di vita, la mia generazione vivrà probabilmente di più, ma non certamente 10 anni in più di coloro che hanno versato i contributi solo per 35 anni. Gian Paolo

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