Consigli di lettura Editoriale

Don Cristiano Passoni – Perché il viaggio non perda il suo senso

don Cristiano Passoni

Nel profluvio di messaggi che abitano la rete in questo tempo difficile gira un frammento consolante di un’intervista fatta al card. Martini. Col filo di voce degli ultimi tempi, parla della preghiera in modo magistrale, come di uno che non solo intende insegnare qualcosa, ma lascia intendere di averne fatta profonda esperienza.

«Quando – spiega – c’è un po’ di sofferenza fisica o morale, allora è anche difficile pregare, perché pregare comporta una certa superiorità sulle condizioni della vita ordinaria. E però pregare è quel salto di qualità con cui ci abbandoniamo a Dio e usciamo dalle strettoie e dalle costrizioni dell’ordinarietà. Facciamo, allora, scelte libere».

Ecco descritto con semplicità e profondità il quadro di questi giorni difficili e poveri di interpretazione. L’innegabile sofferenza fisica e morale di molti, l’incalzare delle notizie, lo sgomento di tutti, rendono più difficile disporsi alla preghiera. Quella condizione di superiorità che permette uno sguardo più filtrato sulla realtà ci manca e ci si sente un po’ pressati e insieme spaesati dall’evolvere delle cose: «fino a quando ne avremo? Come saremo dopo?». Sono domande che emergono da ogni parte.

Eppure, per altro verso, la preghiera diviene l’esigenza più vera di coloro che si sentono figli di Dio e sanno di rivolgersi a Lui come un Padre buono e onnipotente. Pregando, sentiamo di abbandonarci a Dio e di ritrovare in Lui una luce che ci permette, se non proprio di diradare le tenebre, di attraversarle con una lampada che rischiara il cammino, dà coraggio alle forze di chi assiste, speranza a chi attraversa la malattia, consola per il dolore delle separazioni. Pregando, desideriamo farci intercessori gli uni per gli altri, chiedendo a Dio il bene, quel bene sommo che è Lui e che è la vita di ogni uomo.

Pregando, sperimentiamo una fraternità che va oltre i nostri confini e ci fa sentire uniti in un unico cammino. Se c’è infatti, qualcosa che oggi pesa più di tutto è l’impossibilità a rimanere vicini, l’impotenza ad agire, la mancanza di parole e di mani intrecciate, proprio nel momento in cui vorremmo far sapere che siamo vicini; la solitudine delle partenze per l’ultimo importante viaggio della vita, laddove non vorremmo essere soli, né mai lasciar soli: «è umana cosa aver compassione degli afflitti» (Boccaccio).

Già ciascuno di noi avrà sentito il desiderio di vivere questa profonda intercessione per tutti, vivendola dentro comunità cristiane che soffrono in questo momento di non potersi incontrare, ma nemmeno possono dimenticare la promessa di Gesù, quella che il discorso della Montagna, ascoltato in queste settimane di Quaresima, ricorda con freschezza e intensità commoventi: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi, dunque, pregare così: Padre nostro…» (Matteo 6,8-9). È pacificante e pacificata questa fiducia. Vorremmo invocarla come grazia per tutti, per ogni fratello e sorella nel mondo, insieme alla liberazione dal male, come è scritto nello stesso Padre nostro.

Come Associazione, come Chiesa, come popolo in cammino, vogliamo accendere questo segno di una preghiera continua che si aggiunge al fiume delle preghiere che salgono a Dio. Ci stringiamo così alla fatica e alla sofferenza di molti, incoraggiando tutti, facendo un po’ di strada insieme come è proprio dell’inter-cedere, del camminare insieme, portando il peso gli uni degli altri. Ci sentiremo, al termine, come gente che è tornata a raccontare i segreti del confine, testimoni di un viaggio che non ha perso il suo senso, neppure nell’ora della fatica e del dolore.

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