Consigli di lettura Editoriale

Quali criteri orientano oggi il voto dei cattolici?- di Alberto Mattioli

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Il magro risultato elettorale che ha sancito l’irrilevanza delle liste più “identitarie” cattoliche e il ridimensionamento dei parlamentari militanti nel Partito Democratico ha riaperto il dibattito sulla incidenza di questa nobile tradizione culturale e politica che sta nel DNA della Costituzione e ha ricostruito l’Italia nel dopoguerra.

Il coro sconsolato, pressoché unanime dei commentatori, prende atto che ormai “gli è tutto da rifare” come diceva Bartali e che vi è un grande scarto tra il predicato delle gerarchie e il praticato dei fedeli. Ma la domanda delle domande a cui rispondere per tracciare nuovi possibili percorsi è: ma quali criteri orientano oggi il voto dei cattolici? E’ del tutto evidente che le motivazioni sono del tutto altre rispetto a quelle che tradizionalmente si consideravano potessero avere ancora presa.

Venuta meno la forte contrapposizione ideologica con il comunismo che univa i cattolici nella DC, la scarsa presa delle questioni etico – valoriali (i famosi principi non negoziabili) in una società secolarizzata e liquida, le motivazioni che guidano le scelte sono quelle di tutti i cittadini ovvero i propri bisogni e interessi.

Il lavoro in primis, la sicurezza sociale e territoriale, la casa, le pensioni e le situazioni di povertà crescenti. Potrà non piacere ma sono le aspettative pratiche, concrete che determinano le scelte nell’urna. Il richiamo “identitario” conta poco se pare non offrire risposte a esigenze di vita cogenti.

E allora se si vuole riannodare la trama spezzata tra principi, storia, cultura e scelte, occorrerà dedicare molta più attenzione alle risposte concrete possibili nel breve periodo dentro ad un più ampio processo di cambiamenti radicali soprattutto degli approcci economici e di giustizia per far ripartire l’ascensore sociale.

Del resto la profonda divisione di scelte politiche tra Nord e Sud del paese evidenzia che vi sono due questioni nodali sentite come gravi problemi: la ripresa economica che non è arrivata significativamente nel mezzogiorno e il fenomeno migratorio avvertito come forte minaccia (culturale ed economica) in tutte le periferie del paese. Potrà non piacere, possiamo anche ritenere che al Sud sia stata fatta una scelta azzardata votando una classe politica inesperta, ma ciò non toglie che così è.

E allora bisogna che i movimenti cattolici tornino a seminare nell’arena della società ricercando soluzioni nuove senza porsi subito come orizzonte temporale la prossima scadenza elettorale di turno. E ripartendo dagli ultimi perché se per essi si trova qualche risposta staranno bene anche i primi. Occorre un movimento di “Umanesimo Popolare” che rimetta al centro le persone con i lori bisogni, cerchi risposte e si cimenti con i processi di dissenso e consenso.

Alberto Mattioli

1 commento

  • Caro Alberto, vado subito al cuore del problema.
    L’articolo non sfiora il focus del problema che abbiamo davanti e, paradosso dei paradossi, viviamo da anni. Cercherò di tratteggiarlo in cinque punti.

    Premessa generale: il risultato elettorale mi dice che all’interno della Chiesa ci sono movimenti e realtà che da tempo si oppongono, silenziose e mute, alla pastorale di papa Francesco su alcuni temi: l’immigrazione, il ruolo della donna all’interno della Chiesa, l’apertura al dialogo con le religioni, la cura del creato.

    1 – Il risultato elettorale più che sancire «l’irrilevanza delle liste più “identitarie” cattoliche», è stato un terremoto antropologico che da anni ha investito l’Italia e tutta l’Europa. Il movimento 5s. è una novità della politica (piaccia o non piaccia) che bussa da molti anni anche in altri paesi europei (penso alla Spagna, alla Grecia, allo stesso fenomeno Macron in Francia). Sono movimenti, partiti, che chiedono a loro modo un profondo rinnovamento della politica. Irrilevanza o insignificanza?

    2 – Più che «un grande scarto tra predicato delle gerarchie e praticato dei fedeli», lo dico tranchant, nelle parrocchie (meno nei movimenti, ma non troppo) c’è il vuoto, nel senso che vedo il predicato della dottrina sociale della Chiesa, non solo è avanzatissima anche nei suggerimenti concreti, ma culturalmente, e pastoralmente contiene proposte avanzatissime che susciterebbero l’invidia allo stesso Marx. Eppure, altro paradosso, nelle omelie, nella catechesi ordinaria, convegni, assemblee è un tabù! Domandiamoci perché il documento/enciclica Laudato sì di papa Francesco, che arricchisce la dottrina sociale della Chiesa sul versante della cura del creato, non è letta, commentata, citata dalle gerarchie e dai sacerdoti? Anche l’enciclica è diventata un tabù. Non c’è proprio il predicato e il praticato dei fedeli non può esserci. Il silenzio è una pratica scarsamente educativa, inconsapevolmente potrebbe aprire le porte all’indifferenza. Quando il presidente americano Trump si recò in Vaticano papa Francesco non a caso gli regalò copia della Laudato sì.

    3 – Apprezzo moltissimo la profonda sensibilità della Chiesa verso la famiglia! Tutte le parrocchie hanno una pastorale della famiglia, ma non quella sui temi sociali e del lavoro. Questa separazione, che aumenta il vuoto pastorale, sta procurando grossi problemi culturali, pastorali e pratici. Durante la campagna elettorale alcuni sacerdoti (parlo per la Lombardia) hanno platealmente invitato a votare per un partito che si presentava esclusivamente per la difesa della famiglia. Un voto di testimonianza destinato e finito nell’insignificanza e nella velata, non troppo, opposizione pastorale a papa Francesco. Bisogna fare memoria attiva della pastorale integrale di C. M. Martini. La Parola si incarna nella vita e nella quotidianità. In tutto il suo episcopato ambrosiano (22 anni) Martini ha introdotto due giornate nel calendario pastorale ambrosiano ancora oggi presenti (la Giornata della solidarietà e la Veglia dei lavoratori) senza separare mai il tema della famiglia da quello del lavoro. Un binomio inscindibile insieme alla solidarietà! Se non c’è lavoro la famiglia soffre profondamente nella sua esistenza spiritualmente, materiale, culturale e sociale! Anche questo è un dato che ha una valenza politica enorme! Un aspetto che troviamo negli stessi indirizzi pastorali di papa Francesco. Il Fondo Famiglia Lavoro, lanciato profeticamente dal vescovo Dionigi Tettamanzi, non solo è icona di questo binomio inscindibile, ma le sue radici anticipatrici sono nella pastorale di C. M. Martini. In Lombardia, a Milano, è questo che occorre recuperare.

    4 – E’ vero: “sono le aspettative pratiche, concrete che determinano le scelte nell’urna” e il richiamo alla propria identità “conta poco se pare non offrire risposte a esigenze di vita cogenti”. Questo richiamo alla concretezza per riverbero credo sia il problema per le gerarchie e i sacerdoti. In tutte le encicliche sociali ci sono tantissimi suggerimenti pastorali con obiettivi concretissimi che il popolo dei fedeli non conosce. A proposito di concretezza ricordo che, sempre da punto di vista pastorale, lo stesso C. M. Martini auspicava che, in particolari condizioni, la casalinga con famiglia numerosa potesse avere un aiuto salario mensile per coprire le spese familiari. Anni fa i più acuti e attenti osservatori dicevano che la dottrina sociale della Chiesa poteva essere nientemeno che la terza via all’umanità. Non condivido l’auspicio ma apprezzo la riflessione. L’inchiesta pubblicata su Famiglia Cristiana (n. 11, 18 marzo 2018) sul voto dei cattolici il 4 marzo scorso dice che il 32,9% ha votato per il movimento 5s; il 17,4% per la Lega e il 14% a Forza Italia e il 18,8% per il PD. Le casalinghe (donne praticissime) hanno travasato i loro voti soprattutto nella Lega e i giovani disoccupati, non solo loro, al movimento 5s.

    5 – Le gerarchie non affrontano il tema della donna nella Chiesa, posto cinque anni fa da papa Francesco. Non è un tema politico ma, alla luce dei risultati elettorali e per un cammino di concretezza, è una polveriera che può esplodere anche pastoralmente. Ho la sensazione che nei monasteri e nelle comunità religiose femminili il disagio si è fatto profondo e in cerca di una soluzione urgente e positiva. Mi ha stupito l’articolo Donne nella Chiesa: una strada tutta in salita di Paola Bignardi (ex presidente Azione cattolica Italiana) pubblicato in Milano Sette (domenica 18 marzo 2018).
    «La Chiesa – conclude Paola Bignardi – sta perdendo le donne, che nella comunità cristiana hanno la percezione di trovarsi in un contesto e di fronte ad un mondo che non è il loro. Oggi non c’è alcuna convenzione sociale a trattenerle e, più o meno disinvoltamente, se ne vanno. E con loro la Chiesa perde quel senso di maternità di cui non può fare a meno se vuole essere madre, perde le educatrici delle nuove generazioni, perde le catechiste dei più piccoli e quelle presenze operative e concrete che assolvono ad una molteplicità di compiti così umili che non si ricordano nemmeno. Se la Chiesa non vuole perdere le donne non basta che pubblichi documenti, spesso molto belli. Occorre che cominci a mettere in pratica un po’ di quel sapiente magistero che ha intuito che la comunità cristiana ha un futuro solo se saprà essere una comunità di uomini e donne». Di recente papa Francesco ha ribadito: «Mi preoccupa anche che, nella stessa Chiesa, il ruolo di servizio a cui ogni cristiano è chiamato, scivoli a volte, nel caso delle donne, verso ruoli più di servitù che di vero servizio» . Anche per questo le donne se ne vanno prima pastoralmente, poi politicamente.

    Silvio Mengotto

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