Consigli di lettura Editoriale

Silvio Mengotto: Lettera agli amici

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Nell’arco di una settimana ho vissuto relazioni che sarebbe follia dimenticare: occhi, sguardi, attenzioni, sofferenze, ansie, preoccupazioni, dolore, resistenza e resilienza, ma anche speranze, carezze e sorrisi, che hanno illuminato il buio in cui siamo sprofondati in Italia come in tutto il mondo.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” (Dante).

Nel giro di poche ore, e giorni, succede l’imprevedibile. Sono due giorni, due notti che sto male. Spasmi intermittenti al petto e la paura avanza, ma va governata. Urgentemente vengo portato al Niguarda in fibrillazione per l’emergenza coronavirus: il male invisibile che distrugge, creando, giorno dopo giorno, deserti inimmaginabili. Straordinaria l’accoglienza: professionalità, efficienza, umanità. Sono sorpreso! In poche ore elettrocardiogramma, esame del sangue, tampone, ecografia addominale e all’ernia inguinale, per ultimo lastra toracica. Prima dell’ecografia la stanza dell’esame viene sanificata. La precedente paziente è risultata positiva al coronavirus. Diagnosi: calcoli alla cistifellea e grossa ernia inguinale destra. Prognosi: urgente intervento chirurgico! Flebo antidolore e antibiotici calmano dolore e spasimi. Il chirurgo, di cui non saprò mai il nome, mi visita scrupolosamente e arriva al punto. Niguarda è in pieno caos emergenziale. La battaglia è in atto. L’intervento chirurgico impossibile ma, con il mio consenso, in poche ore si troverà la clinica alternativa. Nell’antansteria passo la notte. A pochi metri dal mio letto dorme un clochard portato dalla polizia, è stato trovato privo di sensi accasciato sulla corsia autostradale. A Milano sono 12mila i clochard. Per loro la sacrosanta regola di rimanere a casa non ha senso, perché la strada è la loro casa. L’invisibile li ha resi visibili! Al mattino l’ambulanza mi accompagna nella clinica San Carlo Borromeo di Paderno Dugnano. I medici mi aspettano. Si rinnova la straordinaria accoglienza sperimentata al Niguarda. L’equipe medica, dal chirurgo all’infermiera, svolgono scrupolosamente il loro dovere, in realtà sono gli eroi di un quotidiano sconosciuto.

Un’ora dopo sono in sala operatoria. Per l’anestesia totale gli occhi si chiudono per riaprirsi dopo quattro ore di intervento riuscitissimo. La stanza dove sono è condivisa con un uomo malato di tumore, gentile e genuino. Dal televisore vediamo tante bare di persone morte per il coronavirus, trasportate dai mezzi militari da Bergamo in diverse località italiane. Funerale collettivo ma senza parenti, solitario. La disumanità del coronavirus è allo Zenit!? Sono immagini che mi rimandano a papa Francesco, anche lui pellegrino solitario nelle vie deserte di Roma verso una chiesa per pregare la Madonna. Quando Gesù pregava chiedeva sempre al Padre che cosa doveva fare. Pregare è anche un camminare verso e con i poveri che Gesù incontrava nella strada, non nel tempio. Pregare è chiedere al Signore: “Che cosa vuoi che faccia per te, per il Regno?” Quante eucaristie sciupate perché non consumate, masticate, nella nostra vita quotidiana? Insieme al numero dei medici di prima linea stroncati dal coronavirus, è cresciuto anche quello dei sacerdoti. Nella sola Lombardia ricordo don Antonio Mattioli (Mantova), don Fausto Resmini di Bergamo, di Milano mons. Francesco Carnevali e don Giancarlo Quadri, prete dei migranti e migrante per il Vangelo, che ho conosciuto e intervistato. Mentre le flebo mi aiutano una rapidissima convalescenza, a ciel sereno ricevo una telefonata da una “persona” molto cara che da troppi anni aveva troncato la relazione. E’ la medicina migliore. Parliamo per oltre dieci minuti: incredibile! Anche grazie ai medici e alle infermiere ho una ripresa fisica straordinaria, dopo due giorni vengo dimesso.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Dante)

Mentre tornavo dalla clinica, dal finestrino mi baciava il sole contornato dall’azzurro del cielo. Molte le finestre, i balconi, con la nostra bella bandiera tricolore. A tratti leggevo lo striscione arcobaleno con la scritta Andrà tutto bene che i bambini hanno colorato con entusiasmo. In questo tempo buio è giusto far sorridere i bambini che, a loro modo, ci insegnano la terapia della speranza. C’è un paradosso che, giorno dopo giorno, prende quota. Come reazione alla disumanità del coronavirus vediamo riaggregarsi solidarietà e umanità. Al bando governativo per l’assunzione di 300 medici la risposta è stata di 7mila domande tra giovani e medici in pensione. C’è uno scatto d’umanità che si è diffuso in tutto il pianeta. Un colpo creativo e propositivo all’incultura di un egoismo idolatrato che si è elevato al cubo. Il silenzio anomalo, ma necessario, delle città svela un verità che non potrà essere dimenticato dopo l’epidemia. Mentre l’economia arranca, l’inquinamento è sceso vertiginosamente. Usiamo la mascherina, ma si respira. Quando Pasolini, irriso da tutti, parlava di “falso progresso” aveva ragione! Non sono pochi i punti in comune di Pasolini con la Laudato sì, lettera enciclica sulla cura della casa comune di papa Francesco. Le piccole e le grandi comunità oggi si trovano costrette a un ripensamento che può essere ricco di novità virtuose. La nostalgia di comunità la vedo negli occhi dei bambini, nei loro disegni e pensieri che mi hanno inviato via computer per farmi gli auguri di buona convalescenza con il desiderio, reciproco, di vederci e abbracciarci appena sarà possibile.

Ricevo una cascata di auguri e felicitazioni (via social, facebook e telefonate). Alcuni bambini hanno disegnato stupendi quadretti, tra questi un maestoso codirosso che mi fissa curioso più che imbarazzato. Erica, otto anni, mi scrive una poesia che mi commuove, ora è sul mio comodino.

Una pausa dalla realtà / Esistono momenti difficili nella vita, come quello che stiamo vivendo, molte persone cercano di non pensarci: io vado via dalla realtà ed entro in un mondo di fantasia…/ Ci sono pennelli che ridono e scherzano, pupazzi che ballano e che si divertono / Vedo Affa la giraffa su una nuvola zuccherata che mangia tanto, innamorata / Un unicorno ci offre un passaggio a me e a Rosi il draghetto e con lui, accetto / Tutti insieme passiamo sopra l’arcobaleno e sotto c’è un panda che ci saluta sereno / …Però, alla fine, mi prendo solo una pausa dalla realtà, perché mai bisogna scappare, bisogna essere coraggiosi e affrontarla: anche in questi momenti difficili.

I bambini sorridono, ma hanno capito il difficile momento che tutti stiamo vivendo. Con il loro linguaggio semplice, ma concreto, ci dicono che la speranza è anche il coraggio di guardare oltre il buio.

“Lo duca ed io per quel cammino acceso / entrammo a ritornar nel chiaro mondo; / e sanza cura aver d’alcun riposo, / salimmo su, ei primo ed io secondo, tanto ch’io vidi delle cose belle / che porta il ciel, per un pertugio tondo; / e quindi uscimmo a riveder le stelle” (Dante).

Che le parrocchie, come ha suggerito mons. Mario Delpini, suonino almeno le campane.

 

Silvio Mengotto

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