Consigli di lettura Editoriale

Simone Bosetti: la mia esperienza nel consiglio pastorale

simone bosetti cristina cova

Partecipare, essere nel consiglio pastorale parrocchiale, decanale, diocesano: che fortuna! A volte ci verrebbe da dire così, spesso in maniera sarcastica. Ma dietro questo modo di parlare, dietro cui anche noi spesso ci trinceriamo, cosa fa, o meglio cos’è, davvero, un consigliere per la sua comunità della quotidianità?

Mi vengono in mente tre parole: consiglio, osservazione e cura.

CONSIGLIO. E’ sicuramente scontato, ma formalmente questo è il compito del consigliere: consigliare colui che guida la comunità rispetto alle decisioni da prendere.

Il consigliere quindi consiglia colui che si prende per vocazione, e per 24 ore al giorno, cura della comunità.

Sembra scontato, sappiamo però, anche attingendo nelle nostre realtà lavorative, che non sempre è così. L’umiltà di farsi consigliare è una grazia. Significa rendersi conto che non si può leggere la realtà da soli e sperare di capirla, specialmente oggi!
C’è bisogno di camminare insieme, di parlarsi e confrontarsi. Con una particolarità: il consiglio non è semplicemente un parere; è meditato, riflettuto, pregato. Il consiglio è affidato alla persona che ci ascolta nella speranza di essere semplici mezzi di un’osservazione più grande, che può arrivare solo dallo Spirito.

OSSERVAZIONE.  Se il consiglio è così importante allora capiamo immediatamente di non partecipare in quanto organizzatori o in quanto membri più conosciuti della comunità.
Consigliamo invece a valle di un’osservazione di ciò che accade, della nostra sensibilità laicale rispetto alla quotidianità.
Allora compito del consigliere è anzitutto quello di osservare la vita con occhio vigile, interrogarsi e pregare attorno alla sua e quella dei fratelli, per poi provare a tramutare queste osservazioni in consigli che aiutino la missione della comunità e della Chiesa: dobbiamo aiutare ad essere Chiesa in uscita, missionaria.
Un esempio calzante può essere quello della lettera scritta dal consiglio pastorale diocesano e dal vescovo lo scorso giugno sui migranti, emersa proprio grazie ad un’attenta osservazione della realtà e a valle di un grande esercizio di ascolto delle molte sensibilità dei vari consiglieri.

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/migranti-inquietudine-e-disagio-225794.html

CURA.  In quanto osservatore il consigliere si prende cura: cura del prossimo nella sua quotidianità. Il compito del consigliere non è la semplice espressione del pensiero, ma la testimonianza e la cura del prossimo, data proprio da quella osservazione che abbiamo citato prima che lo mette in una posizione privilegiata.
Il consigliere, esagerando ma non troppo, si prende in carico un pezzetto della missione della chiesa, si fa corresponsabile, proprio grazie a quello spirito di profezia che ci ricorda Paola nel suo articolo citando la LG al n.12.
La cura è nei confronti di tutti, dal prete agli altri consiglieri, alle comunità.

Questa è la teoria, la pratica spesso è un po’ diversa, forse più complicata ma anche più affascinante!

Certo tutte le comunità hanno problemi: poche disponibilità, numeri scarsi, inutilità dei consigli pastorali, svuotamento di significato degli stessi.

Dobbiamo però prendere coscienza che questo non può essere una lamentatio sterile. Questo non è un problema di un altro. Questo è un problema nostro! Come si dice ai bambini durante il catechismo “la Chiesa con la C maiuscola siamo noi!”, per cui questa cosa mi riguarda, io c’entro, I CARE, come direbbe l’ACS!

In questo senso allora il consiglio esprime davvero quel significato profondo dell’essere Chiesa e quella tensione tra consacrati e laici, tra Chiesa e quotidianità.

Possono aiutarci le parole del capitolo 6 della lettera a Diogneto, che bene esprimono quell’essere cristiani nel mondo.

“Risiedono poi in città sia greche che barbare, così come capita, e pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. Come tutti gli altri uomini si sposano ed hanno figli, ma non ripudiano i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il letto.
Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima si trova in ogni membro del corpo; ed anche i cristiani sono sparpagliati nelle città del mondo. L’anima poi dimora nel corpo, ma non proviene da esso; ed anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo.”

Ecco il consiglio forse è un po’ così: conserva questa tensione verso il mondo senza appartenervi e questa tensione tra laici e consacrati, dove uno tira verso l’essere nel mondo e l’altro verso il non essere del mondo, illuminati però dallo Spirito e con l’interesse comune verso il prossimo.

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