Consigli di lettura Editoriale

Stefania Grassi – Cosa ho imparato dalla mia esperienza nel consiglio pastorale

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Compito difficile fare parte del Consiglio Pastorale parrocchiale o di Comunità pastorale, non si può nascondere questo aspetto, perché a volte si possono incontrare situazioni di chiusura, ostilità, incomprensioni.

Ma se dovessi fare un bilancio personale di quest’ultima esperienza di consigliere, da Presidente di AC, dopo esserlo stata in passato da giovane, non posso mettere tutto sul piatto negativo e “pesante” della bilancia.

Ho imparato a chiedermi cosa significa essere e amare la Chiesa, non solo quella universale, bella, lontana, ma proprio la mia realtà locale, scelta e curata, attraverso il servizio e la dedizione appassionata, attraverso la presenza… sì, anche solo la presenza nelle messe domenicali, alle catechesi degli adulti, ai quaresimali, alle riunioni organizzative della festa patronale, alle processioni! Talvolta anche solo “esserci” è segno di amore e di fedeltà, perché al di là dei sacerdoti o di chi “passa”, noi laici “restiamo” e continuiamo ad essere popolo di Dio presente in quella specifica realtà, chiamati dal Signore a rendere fecondo il luogo dove abitiamo.

Ho capito la necessità di una guida, di cosa voglia dire Papa Francesco quando usa la metafora del “pastore che puzza delle sue pecore”: tutti noi abbiamo bisogno di camminare insieme, e non ciascuno dalla sua parte; dobbiamo cercare la sinodalità, la collaborazione, partendo dalla stima reciproca, dall’ascolto, dal lasciarsi guidare anche quando le decisioni prese non sembrano condivise; l’alternativa è la rottura dell’unità, la frammentarietà, la dispersione, la lite, le discussioni fine a se stesse. Occorre coltivare la capacità di fare il primo passo per andare incontro all’altro, osare una parola buona, un cammino nuovo, un confronto costruttivo e non solo critico.

Sto continuando ad imparare che è difficile vivere il Vangelo, perché spesso ho la tentazione di sapere io cosa voglia dire “essere cristiani”, di sapere solo io cosa sia giusto e cosa sia meglio fare, la tentazione di “prendermela troppo” quando vedo situazioni non adeguate allo stile di Gesù, ma occorre una buona dose di umiltà e conversione quotidiana, la capacità di ascolto, di proporre iniziative e uno stile che siano quelli di Gesù, non ciò che a me sembra più adeguato: ripartire dalla preghiera, dall’Eucarestia condivisa, da gesti concreti di carità, dal costruire relazioni significative e buone con tutti. Il Consiglio pastorale non è luogo dove battersi per i propri obiettivi o interessi di parte, ma luogo di condivisione e ricchezza delle differenze, dove imparare il bene comune per il popolo di Dio, dove costruire un cammino unitario, al di là delle appartenenze: ciò non significa mettere da parte il mio essere anche una socia di AC, anzi!

Partecipare al consiglio pastorale richiede il desiderio di rendere bella la Chiesa, richiede una crescita attraverso una preparazione anche leggendo ciò che ci dice il nostro vescovo, la capacità di mettersi in discussione, chiedersi cos’è essenziale per l’annuncio oggi del Vangelo, saper guardare con occhio accogliente e attento a quali sono le difficoltà, non per puntare il dito ma perché diventino occasioni di evangelizzazione della Buona Notizia, opportunità di incontro, di coinvolgimento, di missione. E’ mettersi a servizio, da laici, perché la Chiesa si faccia vicino agli uomini e alle donne, offrendo il Vangelo di Gesù, anche attraverso di noi!

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