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Sulla soglia, mentre si avvia il cammino – di don Cristiano Passoni

don Cristiano Passoni

C’è un passo della Scrittura che da molti anni inaugura il cammino dei seminaristi che ho avuto la grazia di accompagnare fin qui. È quello di Deuteronomio 8,2: Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto.

Per bocca di Mosè, Dio introduce il suo popolo nella nuova terra, con un preciso invito: quello di tenere viva la memoria del cammino compiuto, quale risorsa indimenticabile. Infatti, la novità di vita che si apre nella Terra, finalmente offerta in dono, non sarebbe comprensibile senza quel lungo viaggio, senza la promessa che lo ha avviato, tanto meno senza l’interminabile cura che lo ha accompagnato, in mezzo a fatiche, incomprensioni, fraintendimenti, timori e voglia di tornare indietro. È la storia di ogni esodo. Ci si ritrova interpretati in pagine così. In qualche modo, raccontano la storia di tutti e, per questo, diventano le parole di tutti. In particolare, però, vi ritrovo almeno due inviti.

Da una parte esse chiedono di raccogliere tutto il vissuto che ha condotto fino alla nuova soglia. Ci sono volti e circostanze che non si possono dimenticare e che, in un modo o nell’altro, porteremo sempre con noi, come il tesoro prezioso o – perché no?-, la spina salutare, che ci accompagna. Dall’altra, proprio in ragione di quella memoria, del bene e della fraternità che si sono intensamente gustati, esse invitano a fidarsi di ciò che attende. Quasi dicessero confortandoci: “se il passato è stato questo, se la memoria ti ricorda un beneficio, una cura che viene da lontano e che non si è smarrita, se questa è la scena originaria cui sei continuamente rimandato, perché non guardare con speranza al futuro che si affaccia, nonostante le sue sfide impegnative?”.

Ecco, mi accorgo che è così di ogni partenza e ripartenza della vita, della mia, in questo nuovo frangente, di don Gianni e don Luca, cui va una gratitudine immensa, di don Fabio, che si avvia ad un nuovo tratto, della Chiesa di Milano, che riparte come un popolo in cammino verso la nuova Gerusalemme, dell’AC diocesana, come di ciascuno di noi.

Non conosco quasi nulla dell’Azione Cattolica, mentre invece subito mi appaiono molti volti di giovani e adulti, passati e presenti, che l’hanno vissuta e frequentata e la vivono con intensità e passione, a servizio di una Chiesa che, a imitazione del Figlio amato, prova una smisurata simpatia per l’umanità e le sue vicende.

Se pure in punta di piedi, mi viene, allora, un pensiero da condividere con tutta l’Associazione che diventa un augurio di buon cammino, all’inizio di questo nuovo anno di Chiesa. La posta in gioco è sempre alta e affascinante. Si tratta di capire come rimanere nella storia, cercando la verità. Per un verso, è la nostra ricerca di Dio, visibile dentro le più grandi aspirazioni dell’umanità: lo sforzo di dare un senso e un destino alla propria storia, il desiderio di fraternità, la fame per la giustizia, l’anelito alla libertà. Si tratta dei desideri più grandi e insopprimibili dell’uomo. Ma insieme, e soprattutto, la posta in gioco di sempre è anche la continua ricerca di noi da parte di Dio stesso, visibile nei suoi grandi doni come nelle più piccole gentilezze, che nascono dalla carità e non cessano di sorprendere e commuovere. È il bello del vivere che traspare sui volti fatti di una santità ordinaria, «della porta accanto», come ci è stato recentemente additato da Papa Francesco.

È un cammino inesausto, sempre nuovo, che non si riduce ad una pura ripetizione compiaciuta di quanto in qualche modo si è acquisito, né giunge mai ad una sintesi definitiva, perché se la raggiungesse, questa stessa luce, finalmente, si spegnerebbe o si trasmuterebbe in una falsa luce. Tra le pagine di un grande testimone del secolo scorso troviamo queste suggestive parole: «La sintesi del mondo non è fatta. Ogni verità, non appena meglio conosciuta, apre a nuove possibilità» (H. De Lubac). Non è dunque possibile smettere di camminare. L’essere perennemente in viaggio è condizione che non si può dimenticare e fa dell’uomo un mistico, la cui qualità è quella di legarsi «come Ulisse, all’albero maestro di una speranza che non appartiene al futuro, ma all’invisibile. O meglio: a ciò che ancora non è (visibile)» (J. T. Mendonça). È così che sento di avviarmi, guardando con estrema gratitudine il cammino di ciascuno e il largo fiume della storia che ci ha preceduto e condotti fino a qui.

don Cristiano Passoni, assistente generale di Azione Cattolica ambrosiana

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