Consigli di lettura Editoriale

Intervista a Silvio Di Gregorio, direttore del carcere di Opera – a cura di Silvio Mengotto

alfonso

Un ponte per accogliere e generare

«I volontari – dice Silvio Di Gregori direttore del carcere di Opera – sono assolutamente determinanti. Come è determinate far scoprire alle persone detenute la propria autostima»

 «Impariamo a uscire – dice papa Francesco – da noi stessi verso le periferie dell’esistenza». Una di queste periferie sono le persone del carcere. Con l’obiettivo di costruire un ponte tra il carcere e la società civile l’Azione Cattolica della parrocchia San Michele Arcangelo e Santa Rita (zona Corvetto di Milano)pino_cella il 15 novembre 2018 ha organizzato l’incontro Accogliere per generare con la presenza di Silvio Di Gregorio direttore del carcere di Opera. Hanno partecipato le voci che nel quartiere fanno accoglienza: Nocetum, il Sole e l’azzurro, gruppo S. Vincenzo e il Centro culturale. Silvio Di Gregorio ha posto al centro una serie di domande rivolte direttamente al pubblico. Come far incontrare il mondo sconosciuto del carcere alla società civile? Che significa rieducare in carcere?  E’ importante che la collettività civile sappia accogliere e come accogliere? Queste le domande attorno alle quali si è sviluppato un nutrito e appassionato confronto tra il pubblico presente e il direttore di Opera. «Ci sono porte e finestre – dice Silvana Ceruti fondatrice del Laboratorio di Scrittura Creativa nel carcere di Opera – che interrompono la comunicazione anziché aprirsi a nuove relazioni. Sono le porte e le finestre delle nostri carceri». C’è un fossato tra i due mondi che deve essere superato. «Soprattutto – dice Silvio Di Gregorio – facendo capire alla società civile che non può disinteressarsi del carcere altrimenti rimane come un costo. Se invece si interessa il carcere, le persone detenute diventano una risorsa della collettività. Se isoliamo il carcere non risolviamo il problema. Proprio perché il detenuto prima o poi esce, quanto prima la si accoglie, tanto prima diventa una risorsa per il benessere collettivo». Margherita nel carcere di Opera«Sarebbe molto costruttivo – dice Antonio Da Ponte, persona detenuta nel carcere di Opera – cercare di apprezzarci per ciò che siamo, in quanto abbiamo capito e amato la vita nel profondo, ma soprattutto il rispetto delle regole. Vorremmo credere che vi sia anche per noi un futuro. Riteniamo altresì che non necessariamente il compiere azioni non giuste (i reati) agli occhi dell’opinione pubblica, sia un motivo per disprezzarci o biasimarci».

Silvana Ceruti, da oltre vent’anni presente nel carcere di Opera con il suo laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa, come volontaria ancora oggi continua ad animarlo con la collaborazione della fotografa Margherita Lazzati. «L’obiettivo fondamentale – dice Silvana Ceruti – è quello di fare un pezzo di strada insieme a persone “dentro” e persone “fuori”, scoprire sentimenti propri e altrui, sperimentare linguaggi e, attraverso la poesia dire “Ci sono anche io, posso produrre bellezza. Non dimenticarmi». Questo è lo spirito che ha spinto molte persone detenute ad Opera a riscoprire, nella frequenza in Laboratorio, sia la relazione mancata con se stessi, sia con la società pubblicando con l’editore Gerardo Mastrullo molte antologie: Nessuna pagina rimanga bianca, Attraversando muri di silenzio, Pane, acqua e…, Preghiere dal carcere, Cara vita ti scrivo.      Pino e Silvana

«I volontari – continua Silvio Di Gregori – sono assolutamente determinanti. Come è determinate far scoprire alle persone detenute la propria autostima. Far capire che ogni persona, ognuno di noi, ha una risorsa che deve essere valorizzata e messa a disposizione della collettività. Puntando su questo si può trovare la strada per reinserire le persone detenute nella società. Queste attività di volontariato sono un aiuto in questo cammino positivo». «Ora mi sono levata la cispa dagli occhi, e giuro mai più tradirò me stesso se non per quello o quella che respirerà con me aria pura». Queste le parole conclusive di una poesia di Giuseppe Carnovale, ex detenuto di Opera, che ha dato il titolo al documentario Levarsi la cispa dagli occhi di Carlo Concina e Cristina Maurelli proiettato in molte case di detenzione italiane e centri culturali in Italia. Il regista racconta la vita e la realtà carceraria di Opera nella sua più cruda realtà. Dalle immagini, dai volti e dalle parole ci si accorge subito che, contrariamente a quanto si legge sui giornali, i detenuti scontano integralmente la pena. Per la prima volta la narrazione è ambientata nei luoghi della detenzione: celle, corridoi lunghissimi, passeggi, infermeria e centro clinico. Il più nasce dalle riprese effettuate all’interno dei diversi laboratori dove si sono svolti incontri importante con scrittori importanti come Vito Mancuso e Duccio Demetrio. «Se apri gli occhi – scrive Giuseppe Carnovale nella poesia L’evento – vedi da dove arriva l’ombra di ogni luce; si allunga la vista all’orizzonte che accende il bagliore delle stelle» (per informazioni e visone del documentario: www.levarsilacispadagliocchi.it)

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